Germogliato in quel di East London grazie all’incontro tra il cantante Tommaso Tiranno e il chitarrista e addetto ai sample Enrico Giannini, ma consolidatosi poi nelle campagne toscane con l’aggiunta della bassista (che si occupa inoltre di tutto quanto concerne video e grafica) Rebecca Lena e del batterista Alessio Giusti, il progetto God Of The Basement arriva al secondo disco con un lavoro che si preannuncia tra le uscite più interessanti e inaspettate dell’estate italiana. Quello che la band teorizza come heavy pop trova nella fluidità narrativa e nello snodato melting pot musicale di “Bobby Is Dead” un coronamento pratico e sorprendente.
Succosi campionamenti a parte, la band suona come una formazione rock, concependo però il disco come un flusso sonoro à-la Dj Shadow. E' così che Tommaso & C., raccontandoci la storia dal gusto retro-futurista di due bizzarri figuri vestiti d’argento intenti a seppellire nel deserto le spoglie del misterioso Bobby, intavolano una narrazione che mesce "Ok Computer" e i Talking Heads, l’alt-rock urbano dei Soul Coughing e il funk, St. Vincent e l’old school hip-hop.
È incredibile a pensarsi, ma naturale a sentirsi, la maniera in cui le chitarre croccanti dell’alt-rock cibernetico di “Yeah Yeah Yell” scivolano con leggerezza nel soul-funk ondeggiante di “Six Six Cigarettes” – brano ripreso poi verso metà scaletta in una versione hip-hop con la partecipazione di X e Her. I sintetizzatori ad alto carico elettrico di “Never Made It To Hollywood” spostano poi il disco in zona Tv On The Radio; mentre “Seven Eight Night” incastona il pop post-moderno di St. Vincent in un contesto di stop and go chitarristici indie-rock di inizio millennio.
Prima della title track, un requiem messicaneggiante che chiude il disco, la band incontra i desert-rocker fiorentini Dust And The Dukes per uno degli episodi più accattivanti del lotto. L’ennesimo incrocio ambizioso, questa volta tra raspanti chitarre futuristiche, elettronica e sinuosi interventi tex-mex di memoria Calexico.
Con una capacità di sviluppare sound e concept all’unisono che vede nei Calibro 35 (specie quelli della recente svolta urban) una parentela importante e con proprietà tecniche che promettono live intriganti e mesmerici, la band fiorentina ha indovinato un secondo disco che la pone sotto i riflettori della scena italiana, aprendo però al contempo, mediante un suono moderno e versatile, forti possibilità internazionali.
Qualche minuto in più (pur in presenza di una cospicua reprise, il disco non arriva alla mezz'ora) ci avrebbe fatto propendere per una promozione più decisa e mezzo punto in più. Che serva da sprone per la prossima, per quanto ci riguarda, attesissima, uscita.