Neanche la pandemia è riuscita a fermare il Regno Unito nel suo ruolo di ultimo baluardo della cultura indie-rock, una fucina inarrestabile di nuovi talenti da proiettare in cima alle classifica di vendite. In barba a una tendenza globale che premia tutt'altri ambiti e sonorità, o i fuoriusciti da un
talent. Un'isola fuori dal tempo e, ahinoi e ahiloro, dall'Europa, dove la gavetta e l'
endorsement giusto possono fare la differenza più del televoto.
Ai Lathums, ai quali causa Covid-19 è stata negata anche la possibilità del tipico tour propedeutico al lancio del disco, è andata proprio così. Prima hanno conquistato la loro Wigan e tutto il circondario di Manchester di pub in pub, poi, grazie a singoli ed Ep, hanno espanso il loro raggio di interesse all'intera Gran Bretagna.
Insieme ai tanti fan, la formazione è entrata nelle grazie di
Tim Burgess dei
Charlatans (che li ha voluti nella
line-up del suo Kendall Calling Festival) e James Skelly dei
Coral (che ha prodotto il loro Ep "Ghosts" del 2020) - con entrambe le band in questione i Lathums hanno qualche deciso debito stilistico. Mettici poi la firma con una
major come Island Records e il successo è garantito.
Un mercato senza eguali nel mondo come quello inglese, basato su un pubblico affezionato al pop-rock, tanto fedele ai vecchi idoli quanto affamato di nuove sensazioni, aiuta certamente la riuscita di operazioni come quella dei Lathums. Ma è altrettanto certo che senza qualità non staremmo qui a parlare del quartetto.
Genuinità e freschezza sono le prime fragranze della musica di Lathums a farsi percepire. I quattro musicisti che saltellano come bambini tra le mura a mattoncini di un quartiere qualunque, dodici canzoni di una semplicità disarmante, veicolo di messaggi scintillanti di positività. Perfetti per ripartire. In pratica tutto quello di cui abbiamo bisogno or ora.
"Let the children have the chance to see just how beautiful life can be", come canta la leggiadra
title track, prezioso esempio dell'incredibile facilità della formazione di tirare fuori dal cilindro melodie e ritornelli memorabili. Abilità ereditata dagli immancabili
Smiths ("The Great Escape", ad esempio,
Morrissey la canterebbe con piacere), dai meno scontati Housemartins, con i quali condividono le chitarre guizzanti e malinconiche e la passione per il pallone, e, perché no, dai frizzanti
Kooks.
Jangle-pop come ingrediente fondante di una ricetta ad alto tasso radiofonico, dunque, ma citavamo anche i Coral, che fanno capolino nell'acidità agrodolce delle chitarre di "I See Your Ghost", il numero più stradaiolo del lotto insieme alla
folkeggiante "Fight On".
Oltre che abile nello scrivere testi facili e pregnanti, il cantante Alex Moore è padrone di una voce elastica e potente, che insiste su note malinconiche e poi alza la testa in ritornelli carichi di rivalsa. Quelli di "Circle Of Faith" e "I Know That Much" rischiano seriamente di diventare gli inni della tanta agognata ripartenza post-pandemica - perlomeno in patria. Mentre la scatenata "Artificial Screens" vede il chitarrista Scott Conception togliersi qualche sfizio da
guitar hero.
Il pelo nell'uovo sarebbero una
piano ballad troppo citofonata posta sul finale ("The Redemption Of Sonic Beauty") e la glicemia davvero troppo alta in "I'll Never Forget The Time I've Spent With You", troppo poco per non salutare comunque il quartetto come una novità interessante, valida e portatrice di grandi aspettative per il futuro.
Brexit o meno, lunga vita ai Lathums, al Regno Unito e al suo modello discografico.