Tim Burgess

I Love The New Sky

2020 (Bella Union) | britpop

Questa volta, sotto il mitologico caschetto, Tim Burgess ci guarda dritti in faccia. Lo stesso volto che veniva "tagliato" dalla folta chioma in "Oh No I Love You" e che diventava evasivo e malinconico nel recente "As I Was Now", adesso mostra una fierezza che va di pari passo con una ostentata consapevolezza dei propri mezzi.
"I Love The New Sky" sarà pure il quinto album in studio a firma del frontman dei Charlatans, ma è di fatto il primo scritto totalmente di suo pugno. Le quattro precedenti, infatti, erano tutte opere declinabili al plurale. "Same Language, Different Words" segnava un'inedita collaborazione con Peter Gordon; il già citato "As I Was Now" era la tardiva pubblicazione di una session di tre giorni con una super-band estemporanea formata dagli amici Josh Hayward (The Horrors), Martin Duffy (Primal Scream), Debbie Googe (My Bloody Valentine); "Oh No I Love You" era stato realizzato a braccetto con Kurt Wagner.

Tim, dunque, scrive tutto da solo, e ci tiene a precisarlo. Non solo occupando con il suo faccione da eterno giovane l'intera copertina, ma anche e soprattutto declinando buona parte dell'album - e pure il relativo titolo - in prima persona. Il "nuovo cielo" di Burgess nasce nelle campagne solitarie del Norfolk, lontano da distrazioni e vita sociale, "a 8 km dal negozio più vicino". Armato di penna e chitarra acustica, e con due album che ronzano nella testa ("RAM" di Paul McCartney - e la moglie Linda - e "Taking Tiger Mountain By Strategy" di Brian Eno), Tim imbastisce l'impalcatura dei dodici brani che sono poi arricchiti dagli interventi strumentali di una nuova, ulteriore super-band al suo servizio: Thighpaulsandra (già con Spiritualized e Julian Cope), Daniel O'Sullivan, Nick Void e il co-ciarlatano Mark Collins. Senza contare che il disco è stato registrato presso il Rockfield Studio, un luogo sacro per l'artista nativo di Salford che lì aveva concepito quel monumento che risponde al nome di "Tellin' Stories", senza farvi mai più ritorno da allora.

Una specie di incantesimo, o forse una sindrome di Peter Pan, sembra collegare da sempre Tim alla propria giovinezza e dunque a quegli anni dorati. E del resto ciò che non sembra mai mutare, anche in un certo senso a livello formale, è la capacità di Burgess di dare forma a piccole-grandi canzoni sorprendentemente fresche (è così anche con i Charlatans, invero), di norma attraversate da una vena di contagiante positività anche quando sembrerebbero prendere una piega più melanconica. Un'antologia di melodie cristalline che tornano a bazzicare dalle parti del britpop, e forse non potrebbe essere altrimenti, ma allo stesso tempo non rinunciano a rivolgere lo sguardo anche altrove, declinando via via il sound "novantiano" in istanze nuove, a cominciare dai "listening party" che Burgess ha preso l'abitudine di organizzare sul suo account Twitter.
Se "Empathy For The Devil" posiziona il rhythm and blues dei Rolling Stones in un boogie impreziosito dall'intervento del violino, il piano suonato da O'Sullivan è centrale nella soffice traiettoria di "Sweetheart Mercury", il pezzo che insieme a "Only Took A Year" più si avvicina al sound dei Charlatans: un esempio di come si possa fare pop-rock senza scadere nel banale. "Laurie" piazza dentro un altro ritornello semplicemente perfetto, tanto per ribadire il concetto. E del resto, che cos'è "Sweet Old Sorry Me" se non un nuovo inno baggy volutamente abbassato di Bpm?

Ancora più interessanti sono i capitoli nei quali Burgess decide di effettuare più marcate variazioni al canovaccio prestabilito. "The Warhol Me" è un uptempo in costante tensione che rinuncia alla tradizionale forma-canzone per protendersi in una infinita strofa che va a liquefarsi in un tripudio di suoni sintetici fluttuanti nello spazio. C'è inoltre un nuovo gusto per arrangiamenti barocchi in pezzi come la pretenziosa "Comme d'habitude", con i suoi cambi di tempo e un ritornello che farebbe invidia a Neil Hannon, o nella fastosa apertura di "Lucky Creatures", altro brano che stringe la mano a Jagger e soci, o ancora nelle più minute orchestrazioni che sottendono "The Mall".
La crepuscolare, struggente bellezza di "Undertow" è senza dubbio un altro apice di questa opera che assomiglia parecchio a un'autobiografia in musica nella quale Tim Burgess si guarda allo specchio ("Timothy") e si compiace di ciò che vede: "And I do believe in sweet old sorry me".

(11/06/2020)

  • Tracklist
  1. Empathy For The Devil
  2. Sweetheart Mercury
  3. Comme D'Habitude
  4. Sweet Old Sorry Me
  5. The Warhol Me
  6. Lucky Creatures
  7. The Mall
  8. Timothy
  9. Only Took A Year
  10. I Got This
  11. Undertow
  12. Laurie






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