Il volere di Sa Pa è chiaro: rendere la lezione di Chain Reaction attuale, un proverbiale miscuglio di dettagli, texture acquatiche e frequenze telluriche. "Ambeesh", quinto album del producer australiano, raccoglie materiale registrato tra il 2014 e il 2019, concettualmente pensato come seguito del suo debutto sull'etichetta Forum. Qualcosa di simile alla matericità soffusa di Porter Ricks e alla maniacale microscultura del catalogo Astral Industries, trasfigurati in una visione più cupa e contemporanea.
Parlare solo di dub techno, qui dentro, è riduttivo: il dub chord per eccellenza è più una vibrazione sinestetica che una formula compiuta, e ciò che conta è l'introaspezione, il buio liquido ("Ride High"). Parliamo di un broken beat che assume la forma di una scossa sismica su cui si muovono sequenze algoritmiche, un pulsare metodico al confine tra Andy Stott e DeepChord. Di quei pionieri, Sa Pa trattiene un'essenza organica e analitica, con uno spiccato amore per poliritmie, surrealismi e temi derealizzati.
La manipolazione dei nastri è all'ordine del giorno ("Irradiate"), accompagnata da field recording inquieti e alienanti, come fosse un massimalismo dissimulato dentro una grammatica riduzionista ("Lexanconical"). La formula non si discosta troppo da "In A Landscape", ma si ricompone in una nuova dimensione percettiva. Un archivio crepitante e mutevole che suona vivo e astratto, come se fosse un esperimento acusmatico concepito ieri. Quella di Sa Pa è musica escapista ma non pensata per rituali post-psichedelici: come un club dimenticato nei fondali della mente, è rivolta a chi cerca l'astrazione nell'ascolto, lasciandosi trasportare in un labirinto di dettagli e suggestioni.