Una voce filtrata dal vocoder, una lieve distorsione elettro-folk che come una nebbia avvolge le squisite architetture folk dai tratti acerbi e noir della cantautrice di Los Angeles: si apre così la pagina discografica più sofferta di Phoebe Bridgers.
Nei sei anni passati dal secondo album, “Punisher“, l’artista americana ha intercettato il successo, passando da musicista di culto a fenomeno mainstream grazie alla vittoria di ben tre Grammy con il progetto Boygenius insieme a Julien Baker e Lucy Dacus.
La notorietà ha un prezzo, ed anche Phoebe Bridgers ha conosciuto gioie e dolori del diventare famosa: da un lato le tante richieste di collaborazione da parte di artisti celebri, dall’altro una quotidianità fatta di problemi familiari – tra cui la recente scomparsa del padre, gravemente malato – e personali, come la fine della complessa relazione con Paul Mescal.
“Lost Weekend” rompe un silenzio durato oltre un anno, al punto che qualcuno sospettava un ritiro dalle scene. È un third difficult album che affonda le mani nel potenziale gossip dei social media, e che l’autrice affronta con una consapevolezza e una sensibilità poetica e letteraria degne di un’autentica maestra del songwriting. Vulnerabile, spigolosa e a tratti perfino ostica, la musica di Phoebe Bridgers è emotivamente ambigua.
Le melodie restano sospese, evitando quei refrain ad effetto capaci di strappare un’empatia immediata; l’autrice sceglie invece l’astrazione fisica alla Elliott Smith (“Lost Boys”) o il disorientamento di una sbornia dream-pop/shoegaze (“Bobby”).
Più che una carezza, le canzoni dell’autrice americana sono pugni nello stomaco che si frantumano nel vuoto prima di arrivare a segno. Le composizioni sono stratificate, raffinate ed eleganti al pari della Joni Mitchell di “Blue“, solo che alle chitarre acustiche si avvicendano tastiere, synth, archi e voci.
L’essenzialità della scrittura viene esaltata da soluzioni sonore stranianti che ne alterano la natura, alternando all’orrore della malinconia – il plumbeo tono di un pianoforte verticale, quasi scordato che inroduce le solitarie trame di “The Governor’s Waltz” – il fragore del silenzio e del non detto, come nello splendido crescendo da dolcezza a furia incontrollata di “Kill Me”, che si avvale del contributo vocale di Son-John Johnson (probabile pseudonimo di Cameron Winter).
In “Lost Weekend” la musica è come un filtro, un elemento che distorce e offusca le poche certezze (vita, amore e morte); le parole sono graffi che alterano le poche convinzioni radicate. È in questa fragilità che trova la propria ragion d’essere la presenza dei fidi Ethan Gruska, Tony Berg, Christian Lee Hutson e Marshall Vore, anche se la lista degli ospiti e dei collaboratori è quanto mai ricca (spiccano Jack Antonoff, Meg Duffy, Conor Oberst, Mike Kinsella degli American Football e Alex G).
Imprevedibilità e cura del dettaglio fanno di “Lost Weekend” un disco ingannevole e dalle molte anime; l’album scorre come la vita, tra molti imprevisti – il minimalismo rock’n’folk di “Never Going Back!” e l’ennesima trasfigurazione in nervose trame alt-rock di “I Can’t Wait”, ancora con Cameron Winter al controcanto – e momenti di calma apparente, come il country western roots di “Haunted” e la malinconia terapeutica di “As Above”.
Phoebe Bridgers tiene a bada l’anima più pop (rintracciabile in “Lost Boys” e nell’esuberanza armonica di “Liberty Tree”) per dare vita a un progetto ambizioso e corale (c’è Damien Jurado tra gli autori della title track), ma soprattutto destinato a molte future riletture. Queste sedici nuove canzoni forse non vi conquisteranno subito e forse non convinceranno i tanti agnostici; dopo alcuni ascolti, però, difficilmente riuscirete a fare a meno di ognuna di esse, inclusa la lunga intro strumentale alla Lana Del Rey di “Panorama”.
Come tutti i grandi dischi, ”Lost Weekend” non offre certezze consolatorie ma semina preziosi interrogativi: una ricerca spirituale e fisica di un centro di gravità non necessariamente permanente, ma sufficiente per poter andare avanti.
19/08/2026