Una breve selezione per riscoprire una decina di gemme nascoste del periodo d'oro di Edoardo Bennato, ossia la prima ventina d'anni della sua carriera. Si è messo al massimo un brano per album, per cercare di mantenere il risultato quanto più variegato possibile: durante il periodo in questione, del resto, l'artista è stato talmente ispirato che alcuni dischi avrebbero dovuto essere inseriti per intero, nel qual caso si sarebbe però venuto a perdere il senso di una selezione basata sui singoli brani. Dai bestseller "Burattino senza fili" e "Sono solo canzonette", invece, non sono stati selezionati brani, dato che gli appassionati di musica in Italia tendono a conoscerli per intero.
A ogni titolo è stato abbinato un link per l'ascolto su YouTube (non si è potuta creare una playlist Spotify a causa dell'assenza dell'album "È asciuto pazzo 'o padrone").
"Salviamo il salvabile" (1974, album: "I buoni e i cattivi")
Uno dei migliori esempi del Bennato one-man band, con un arrangiamento costruito su strumming di chitarra acustica, tamburello a pedale e kazoo. Il testo narra lo sfascio della macchina statale e una classe politica che rifiuta le proprie responsabilità, risultando pertanto ancora oggi attuale: "Io stavo avanti e facevo da guida, e quanta gente si è persa per strada, io ero in buona fede ma… salvate il salvabile. Io non c'entro, voi, voi… salvate il salvabile".
Una delle prime canzoni italiane, perlomeno pubblicate da una figura d'alto profilo, ad attaccare apertamente il papa. In precedenza
Antonello Venditti, nel brano "Brucia Roma", aveva cantato il verso "Brucia Roma cor papa dentro", ma in quello stesso brano lanciava strali verso qualsiasi sistema di potere, finendo col diluire quello specifico attacco: questa di Bennato è invece un'accusa
ad personam, su un'aggressiva base di chitarra acustica, armonica a bocca e
shaker: "Affacciati affacciati, benedici, guardaci, guardaci, tanto sono quasi duemila anni che stai a guardare".
In coda compare a sorpresa una ripresa del brano "Io che non sono l'imperatore".
"Fandango" (1976, album: "La torre di Babele")
Non è la prima volta in cui Bennato dimostra il proprio amore per gli arrangiamenti orchestrali: si pensi a "In fila per tre", da "I buoni e i cattivi", fortemente influenzata dall'opera buffa di Gioachino Rossini.
Se quella canzone però si è guadagnata un deciso culto nel corso del tempo, "Fandango" è rimasta nell'ombra, forse per via di un arrangiamento ancora più elaborato (che si cala nella grande tradizione del tango argentino), di un testo più criptico (che prende di mira il performativismo della classe intellettuale dell'epoca) e di un finale caotico e surreale, denso di sovraincisioni, in cui Bennato recita in spagnolo la parte del presentatore di un festival dedicato al tango.
Lungo appena due minuti, è un geniale canto in stile chiesastico antico in cui Bennato constata l'impotenza del cantautorato impegnato di fronte alle abitudini e alle storture della società: "Nononostante i miei reiterati inviti alla tolleranza e all'autocritica, il risultato è sconfortante".
Il più travolgente approccio al
funk della sua carriera, con un forte stacco fra strofa e ritornello, durante il quale la velocità della metrica impenna. Fra solidi
groove di basso, intrecci chitarristici sincopati (il solito magistrale Lucio Bardi) e fitti strati percussivi, il testo si occupa dello scollamento generazionale che affliggeva la società dell'epoca (e che a ben vedere ha da sempre interessato le forme più evolute di civiltà): "Non vi lamentate, non tirare in ballo i conflitti generazionali, le contromisure che voi proponete son rimedi peggiori dei mali".
"È goal" (1984, album: "Live! È goal")
Pezzo in studio concepito come inedito da porre in apertura del primo album dal vivo dell'artista. Molto atmosferico, con un intenso attacco di sax, mostra un Bennato che tiene a non farsi superare dagli sviluppi della tecnologia, muovendosi fra
new wave elettronica,
heartland rock e
arena rock. Il testo è dedicato all'epica del gioco del calcio, ma anche al carico eccessivo di aspettative che genera: "Questa volta sei stato bravo, ma da ora in avanti su ogni tua mossa c'è un faro puntato, e allora vedremo quanto vali davvero".
Fu sigla del programma "La domenica sportiva" nel 1984-'85.
Oscuro rock urbano con tappeti di tastiere, chitarre effettate e ritmica affilata come una lama di rasoio, sorta di anello mancante fra "Rebel Yell" di
Billy Idol e "Turbo Lover" dei
Judas Priest, essendo stata pubblicata dopo l'una, ma prima dell'altra.
Il potenziale commerciale è stato affossato dal testo, che è però il capolavoro nel capolavoro, un labirinto di ermetismo, geometrie, giochi di parole e suggestioni fantascientifiche, sicuramente il più sperimentale mai scritto dall'artista, al punto che anche in Rete tutte le trascrizioni contengono imprecisioni (persino quella su Bennato.net). Se ne riporta di seguito una versione integrale e corretta:
A-A, linee di moto,
A-A, accorgimenti,
A, fase, raggi D-U-Radio,
perché quando ti muovi
tramonti sempre domani,
viaggi, conti che non tornano.
Ora dovunque vai,
ora dovunque vai,
ora dovunque vado
la legge Radio tenta,
ora dove tu mostri
può U-Radio come
lascia l'uomo U dire
come e dove giocare.
Tren-Tren, io non cambiare,
domando, è questo credibile,
a me domando, mai con l'inganno andare.
Io, wow! Con molta prontezza
dico no, no, da sempre per sempre,
dico sì, mai e poi mai.
Nessuno pronto, no,
nessuna voce, no,
conferma di vettore,
nessuno pronto, no,
e l'uomo triste ora,
nello spazio di un crimine,
conosci il raggio Fow
e il viaggio andare, vado, vado,
vai, vai, vai.
A-A, zero in condotta. [x6]
E allora A-A, alla deriva,
sul tuo schermo privato
falsi dati ti confondono,
e oltre il muro della fortuna
così come linee in movimento
io sapevo, andato è il red yellow.
E alla radio ora,
e alla radio ora
io scriverò una linea
e chiederò perché piango, piango, go, go, go!
Proveniente da quello che è probabilmente il miglior album realizzato da Bennato negli
anni Ottanta, a oggi purtroppo molto sottovalutato in generale, dato che nonostante il mezzo milione di copie vendute all'epoca, nessun suo brano è rimasto nell'immaginario collettivo, neanche successi radiofonici come la
title track e "Tu vuoi l'America".
"Chi beve, chi beve" è un dinamico
blues rock elettronico, con una sezione ritmica interamente programmata, e si rifà concettualmente a un grande classico della canzone napoletana, "La rumba degli scugnizzi" (Raffaele Viviani, 1932), di cui riprende la messa in scena dei mercati popolari del quartiere di Montecalvario e degli immediati dintorni, intersecandola però all'elenco dei problemi economici, politici e strutturali della città.
Anche in questo caso non esistono in Rete trascrizioni complete e senza errori, mancanza a cui si cercherà di porre rimedio qui di seguito (sono state omesse le molte ripetizioni, per non appesantire la lettura, mentre un paio di tratti in cui nonostante tutto permangono dubbi sono stati contrassegnati da un asterisco):
Sigarette, sigarette, gassose, chi beve?
'E palammetre songhe vive, 'e palammetre a mille lire,
'e cchiù belle da Pignasecca, sò vive, sò vive!
Sigarette, sigarette, tre pacchette seimila lire!
Statte zitto, state zitto, arrivano 'e guardie.
Chi 'e beve, chi 'e beve, chi 'e beve l'ova fresche?
I' comme sò belle, I' comme sò belle stammatina!
Uttocientocinquanta miliardi int'a metropolitana
e ancora amm'a vedé niente,
nientemeno sò passati dieci anni e stann'ancora a sfravecà.
'E taralle, 'e taralle, comme sò frische 'e taralle!
Milleduciento e dispare miliardi a Bagnoli int'o stabilimento,
ce stanno affummecanno tutti quanti!
Ciro, viene accà, ca passano 'e machine!
'E miliardi ca se ne vanno, 'e miliardi ca se ne vanno,
'o centro direzionale, tale e quale a Cientosessantasette a Secondigliano,
'A pazziella 'mmano 'e creature,
accattateve 'a sciarpa 'e Maradona!
'E miliuni, e' miliardi.
*Facciamo presto che c'appicceno 'o bancariello!
'E miliardi pe 'e disoccupate, 'e miliardi pe 'e carcerate.
Gomme, caramelle, ghiaccioli!*
'A musica, 'a musica, accattateve 'e cassette reggistrate a cinquemila lire!
Giovane, accattateve 'e cassette false, sò più bone 'e l'origginali!
Dal progetto cantato interamente in napoletano, usando lo pseudonimo Joe Sarnataro e con l'accompagnamento dei Blue Stuff, band sua concittadina che suonava un gustoso blues rock dagli arrangiamenti tradizionali. Questo è uno dei brani più sornioni della scaletta, sia per andamento, sia per contenuto, e si interroga ancora una volta sullo spreco di risorse e sulla gestione scadente dei lavori pubblici che affliggevano all'epoca il capoluogo campano: "Io sto 'e casa a Fuorigrotta […] pe duje anne e duje mise 'o rummore m'ha acciso, notte e ghiuorno, ma che tenevano 'a scavà? M'o dicite sotto viale Augusto che ce stà?".
Supportato dagli arrangiamenti del fedele batterista Mauro Spina, Bennato approda alle tecniche produttive dei primi
anni Novanta, e la base di questo gioiello è un labirinto di
drum machine (Roland?), chitarre
funky reminiscenti degli
Inxs, basso
jazz fusion e numerosi rimandi al blues (armonica, organo elettrico, arpeggi pianistici, e a 2'34'' la citazione di un celebre
riff di basso, originariamente apparso in quasi tutte le versioni storiche di un classico del garage rock losangelino quale "Hey Joe", dai Leaves a
Jimi Hendrix). Il canto, invece, ritmicamente serrato, sfiora l'
hip-hop e suona come uno sbocco naturale per l'artista, che è da sempre maestro di scioglilingua e di metriche ingolfate da molte più sillabe rispetto a quante ve ne starebbero naturalmente.
Il testo mette in guardia coloro che vogliono emigrare in Italia, sbeffeggiando il paese tramite una serie di antifrasi ("Va tutto a gonfie vele", "Non ci sono scandali, né crisi di governo", "Qui il razzismo non ha attecchito mai").