Un’ascesa prodigiosa, quella della giovane Kate Bush. Ha appena 19 anni quando, all’inizio del 1978, irrompe sulla scena britannica come un uragano. Compositrice, pianista, interprete, ballerina e coreografa, possiede già un universo espressivo difficilmente assimilabile a quello di qualsiasi altra cantautrice della sua generazione: una voce capace di inerpicarsi su registri vertiginosi, un immaginario popolato di fantasmi, fiabe gotiche, sensualità, letteratura e occulto, una concezione teatrale della canzone nella quale musica, gesto e personaggio sono inseparabili.
A intuirne per primo le potenzialità è David Gilmour. Il chitarrista dei Pink Floyd ascolta un rudimentale demo della quattordicenne Kate, rimane folgorato e contribuisce a metterla in contatto con la Emi. Al momento del debutto, l’etichetta vorrebbe lanciare “James And The Cold Gun”, ma Bush si impunta: il primo singolo deve essere “Wuthering Heights”. Avrà ragione lei. Ispirata a “Cime tempestose” di Emily Brontë, la canzone resta per 4 settimane al numero uno nel Regno Unito e trascina al terzo posto tra gli Lp “The Kick Inside“, l’album d’esordio in cui folk, pop, suggestioni classiche, teatralità glam e atmosfere gotiche si mescolano con una naturalezza sorprendente. È già tutto lì: il soprano acrobatico e quasi spiritato, il melodismo romantico, la fascinazione per il mistero, la capacità di trasformarsi nei personaggi delle proprie canzoni. “The Man With The Child In His Eyes”, “Strange Phenomena”, “Moving”, “The Saxophone Song” completano il ritratto di un’autrice giovanissima ma già pienamente riconoscibile. Il bis arriva nello stesso 1978 con “Lionheart”, meno equilibrato del predecessore, ma illuminato dal singolo “Wow” e dalle malie fiabesche di “In Search Of Peter Pan” e “Kashka From Baghdad”.
In cerca di emancipazione
Proprio l’esperienza di “Lionheart”, però, lascia Kate Bush insoddisfatta. La Emi ha fretta di sfruttare il successo del debutto e insiste molto anche sulla sua immagine, mentre lei avverte sempre più forte l’esigenza di controllare direttamente ogni aspetto della propria musica. Nel 1979 affronta “The Tour Of Life”, spettacolo ambiziosissimo nel quale canta, danza, recita e cura coreografie e costumi. Ma dopo lo speciale televisivo natalizio dello stesso anno, molla la promozione e si rinchiude in studio a caccia di nuove idee, in grado di svincolarla dai dettami dei discografici.
“Never For Ever”, pubblicato nel settembre 1980 e realizzato insieme a Jon Kelly, nasce proprio da questa esigenza di emancipazione. Bush entra molto più profondamente nella produzione e nella definizione dei suoni, conquistando quella libertà che nei primi due album aveva posseduto soprattutto sul piano della scrittura e dell’interpretazione. Lei stessa lo considererà il primo disco che riusciva ad ascoltare rilassata e ad apprezzare davvero sino in fondo: finalmente aveva avuto la possibilità di intervenire sull’intero processo creativo.
In quel periodo c’è in giro un album che ha un impatto dirompente sulla cantautrice inglese: “The Wall” dei Pink Floyd. Per qualche settimana Bush arriva a pensare che non valga più la pena scrivere canzoni, perché le sembra che i Pink Floyd abbiano già detto tutto. Poi fortunatamente cambia idea, ma quella suggestione resta ben visibile soprattutto in “Breathing”, nata anche dopo la visione di un documentario sui pericoli del fallout nucleare. Kate la definirà la cosa migliore che avesse scritto e prodotto fino ad allora, la sua “piccola sinfonia”.
Ma il manifesto perfetto di questa nuova fase è l’irresistibile singolo “Babooshka”, dal testo giocoso e crudele. Una donna teme che il marito non la ami più e decide di metterne alla prova la fedeltà inventandosi un alter ego: Babooshka, giovane e misteriosa seduttrice che comincia a inviargli lettere profumate. L’uomo cade nella trappola, ma proprio perché quella sconosciuta gli ricorda sua moglie com’era un tempo. Cercando la prova di un tradimento, la protagonista finisce così per provocarlo e distruggere il rapporto che voleva salvare.
Tra le fonti d’ispirazione c’è anche “Sovay”, antica ballata tradizionale inglese nella quale una donna ricorre al travestimento per mettere alla prova l’amato. Ma Bush trasforma quella suggestione in una sorta di filastrocca stregata, costruita sul formidabile basso fretless di John Giblin. Piano, percussioni e synth assecondano una struttura dinamica, tra continui cambi di ritmo e di registro, mentre la voce di Kate cambia pelle: prima insinuante e maliziosa, poi infantile, quindi sempre più acuta, esasperata, quasi isterica. Il colpo di teatro arriva nel finale, con il fragore di bicchieri di vetro e stoviglie in frantumi. Bush li rompe personalmente ad Abbey Road, salvo poi presentarsi con dei cioccolatini per scusarsi con il personale della cucina. Quel rumore viene campionato attraverso il Fairlight CMI, rivoluzionario sintetizzatore digitale al quale l’aveva introdotta Peter Gabriel e del quale all’epoca esistevano appena tre esemplari nel Regno Unito.
Anche il video di “Babooshka” porta alle estreme conseguenze questa teatralità. Bush interpreta prima la moglie e poi il suo doppio fantastico, una creatura guerriera, sensuale e stregonesca, mentre il contrabbasso assume simbolicamente il ruolo dell’uomo attorno al quale si consuma il gioco della seduzione. Movimenti spezzati, sguardi spiritati, danza, mimo e una mise volutamente eccessiva trasformano il video in una breve pantomima gotica. “Babooshka” sale fino al n.5 nella Uk Chart e diventa il maggior successo di Kate Bush dai tempi di “Wuthering Heights”.
Trascinato da quel mirabolante 45 giri, “Never For Ever” fa ancora di più: entra direttamente al numero uno nel Regno Unito: sarà il primo album di una solista britannica a raggiungere la vetta della classifica e il primo disco non antologico di una cantante solista a riuscire nell’impresa. Ma la consacrazione commerciale non coincide certo con un sound più convenzionale. Al contrario, più Kate conquista il controllo del proprio lavoro, più il suo pop si fa imprevedibile, visionario e inclassificabile. Perché “Never For Ever” è molto più del disco di “Babooshka”. È il lavoro nel quale le diverse componenti dell’universo bushiano si fondono con naturalezza: melodismo pop e sperimentazione elettronica, folk britannico e strumenti orientali, pianoforte e Fairlight, filastrocche infantili e suggestioni horror, levità e tragedia.
L’evoluzione rispetto ai primi due album si compie anche in un studio che non si limita più soltanto a registrare una canzone già definita, ma diviene esso stesso strumento compositivo. Voci sovrapposte, campionamenti, rumori, sintetizzatori e strumenti acustici vengono disposti nello spazio con una libertà crescente. Persino il canto perde la sua funzione tradizionale. Bush sussurra, grida, geme, recita, passa da inflessioni infantili a improvvisi deliri stregoneschi, costruisce cori con la propria voce e cambia registro a seconda del personaggio interpretato. La sua fantasia non ha freni, al punto che si farà ritrarre persino come un pipistrello nell’artwork a cura del fratello John Carder Bush.

È proprio questa continua metamorfosi a garantire omogeneità a un disco che, sulla carta, potrebbe sembrare dispersivo. “Delius (Song Of Summer)”, ispirata al film televisivo di Ken Russell sugli ultimi anni del compositore Frederick Delius, assume sfumature sospese e impressionistiche. “All We Ever Look For” mette il Fairlight al servizio di una tessitura fatta anche di canti Hare Krishna e versi di uccelli, mentre il koto suonato dal fratello Paddy introduce tinte orientali in una riflessione sulle aspettative familiari e sull’eterna ricerca di qualcosa che continua a sfuggire. “Egypt” simula invece un Oriente immaginario, nel quale l’ingenuità dello sguardo viene riscattata dalla forza visionaria dell’interpretazione.
Sul versante più teatrale e oscuro, “The Wedding List”, ispirata a “La sposa in nero” di François Truffaut, trasforma la vendetta di una vedova in una frenetica commedia macabra. “Violin” spinge verso un rock febbrile e scomposto, attraversato dal violino di Kevin Burke e da un’interpretazione volutamente sopra le righe. “The Infant Kiss”, nata dalla visione di “The Innocents”, adattamento di “Il giro di vite” di Henry James, entra invece in territori molto più inquietanti, facendo collidere innocenza infantile, desiderio adulto e possessione soprannaturale.
Poi il disco cambia ancora pelle. Il brevissimo interludio vocale “Night Scented Stock” introduce l’inno pacifista “Army Dreamers”, un valzer lieve e quasi infantile nel quale una madre piange il figlio morto durante il servizio militare e immagina ciò che avrebbe potuto diventare se avesse avuto altre possibilità. Bush schiva ogni retorica e affida la potenza del messaggio al contrasto tra la grazia della melodia, la dolcezza quasi materna dell’interpretazione e la tragedia narrata nel testo.
A chiudere l’album è “Breathing”, il momento più apertamente progressive e ambizioso dell’opera. Bush immagina un feto che percepisce il mondo attraverso il corpo materno e che, insieme all’ossigeno e al fumo delle sigarette, rischia di respirare le conseguenze di un’esplosione nucleare. Frammenti parlati, tensioni orchestrali, vibrazioni elettroniche, crescendo e sovrapposizioni vocali dilatano la forma della ballata fino a trasformarla in una piccola suite apocalittica.
“Never For Ever” segna così il momento in cui la prodigiosa cantautrice di “Wuthering Heights” comincia a trasformarsi nell’autrice totale degli anni successivi. Conserva ancora l’incanto melodico di “The Kick Inside”, ma ne amplia enormemente il vocabolario: il pop diventa laboratorio, il Fairlight apre possibilità fino ad allora appena intraviste, gli arrangiamenti acquistano una funzione drammaturgica e la produzione entra definitivamente nel cuore della composizione.
Il passo successivo sarà ancora più radicale. Con “The Dreaming” Kate Bush assumerà direttamente la produzione e porterà alle estreme conseguenze la sperimentazione elettronica, ritmica e vocale; con “Hounds Of Love” riuscirà poi a ricondurre quelle ricerche dentro una forma capace di coniugare sperimentazione sonora e straordinaria immediatezza melodica. Seguiranno altri successi, altri azzardi, lunghi silenzi e ritorni inattesi, fino alla sorprendente seconda vita di “Running Up That Hill” decenni dopo la sua pubblicazione, grazie anche alla sua inclusione nella colonna sonora della serie “Stranger Things”.
Ma nel 1980 tutto questo è ancora davanti a lei. “Never For Ever” dimostra definitivamente che l’exploit di “Wuthering Heights” non era stato il lampo irripetibile di un’adolescente fuori dal comune. A 22 anni Kate Bush aveva già conquistato il numero 1, ma soprattutto aveva ottenuto qualcosa di ancor più importante per il resto della sua carriera: il pieno controllo della propria musica e la libertà di poter essere solo sé stessa: unica e impareggiabile.
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30/09/2026