Visto il gradimento ottenuto dalla playlist “Hit mancate e nevergreen”, dedicata alle canzoni da riscoprire di Francesco De Gregori, abbiamo pensato di ripetere analogo esperimento anche con il suo ex-compare e amico di una vita musicale: Lucio Dalla. Nel caso del cantautore bolognese, per chi scrive, i “gioielli nascosti” sono da individuare soprattutto tra i primi dischi degli anni Sessanta, nella fase della cosiddetta “trilogia dei motori” ideata assieme al poeta Roberto Roversi, alla quale abbiamo dedicato l’approfondimento “Storia di una trilogia” nel suo cinquantennale, e nel periodo d’oro dell’artista nato il 4 marzo 1943, ovvero quello compreso tra il debutto da paroliere di “Come è profondo il mare”, i due successivi capolavori omonimi (“Lucio Dalla” e “Dalla”), il "Q-Disc" del 1981 e il sottovalutato “1983”. Non manca, però, qualche ripescaggio anche dal periodo successivo, seppur complessivamente meno ricco e ispirato.
Ovviamente, anche in questo caso, si tratta di una selezione dolorosa che finirà inevitabilmente con lo scontentare i cultori di alcuni altri brani “di nicchia” del cantautore bolognese. Lo diciamo non tanto per mettere le mani avanti, quanto per darvi il senso di una lista aperta, che potrebbe anche estendersi ai vostri suggerimenti.
Ecco qui sotto la nostra playlist delle 30 canzoni di Lucio Dalla da riscoprire. A seguire, il commento brano per brano.
1999
Niente allusioni ad avventure nello spazio da collocare nel fatidico anno, reso mitologico qualche tempo dopo da una celebre serie televisiva di fantascienza. “1999” è solo la (delirante) title track del primo album pubblicato da Lucio Dalla, in piena era beat, con la produzione di Gian Franco Reverberi. Correva l’anno 1966 e a mettere gli occhi sul cantautore bolognese, reduce da una gavetta nelle orchestrine jazz, era stato un guru della canzone nazionale come Gino Paoli, che vedeva in lui “il primo cantante soul italiano”. Ascoltare per credere questo spiazzante numero beat psichedelico interpretato con ruvida verve r’n’b assieme al complesso Gli Idoli.
Il fiume e la città
Ma Lucio fatica a imporsi negli anni 60 tricolori, con le sue sembianze sgraziate e ispide che non muovono a simpatia o a tenerezza come quelle del "molleggiato" Celentano. All'Italietta che canta "Non ho l'età" e lascia alla deriva Luigi Tenco, uno così non può certo piacere. Nonostante il flop del primo Lp “1999”, tuttavia, Dalla va avanti per la sua strada entrando anche in contatto con il movimento beat. E all'inizio del nuovo decennio, piazza subito una zampata con l'album “Terra di Gaibòla” (1970), con gli arrangiamenti di Guido e Maurizio De Angelis (meglio noti in seguito come Oliver Onions) e i testi di autori come Sergio Bardotti, Gianfranco Baldazzi e Paola Pallottino, che avvolgono il disco in un lirismo trasognato, in cui la periferia bolognese di Gaibòla assurge a luogo leggendario. Tra le canzoni più suggestive del periodo, questa trasognata "Il fiume e la città" con arrangiamenti orchestrali e flauti in odor di prog, che l'anno dopo sarebbe diventata il lato B di “4/3/1943”.
Non sono matto (o la capra Elisabetta)
L’album “Terra di Gaibòla” contiene anche il primo testo uscito dalla penna di Lucio Dalla, musicato dal suo mentore Gino Paoli. E non potrebbe essere più straniante, fin dal titolo: “Non sono matto (o la capra Elisabetta)”. Si tratta, di fatto, dell'arringa di un imputato di omicidio pronunciata in propria difesa, con tanto di surreale “movente” (“Fu di maggio su quel ponte che Luigi mi parlò di te/ e mi disse che eri sua e entro un anno all’altare ti porterà/ considerai il raccolto andato male/ anche la morte della capra Elisabetta/ ma soprattutto il fatto che in venti anni/ che in venti anni non ho riso mai”). A impreziosire questa chicca, gli arrangiamenti soffusi dei fratelli De Angelis, che sperimentano anche alcune soluzioni innovative, come ad esempio la registrazione del sonoro di un tribunale.
La casa in riva al mare
Se già “Terra di Gaibòla” conteneva spunti interessanti, il successivo “Storie di casa mia” lascia intravedere ulteriori segnali della futura grandezza del cantautore bolognese, supportato dai contributi lirici di Ron e Paola Pallottino, nonché da uno dei suoi primi grandi successi, la celeberrima “4 marzo 1943”, presentata anche a Sanremo. Ma non mancano altri gioiellini di arte grezza, come questa struggente ballata, con testo a firma del pregiato duo Gianfranco Baldazzi-Sergio Bardotti, che narra di un amore agognato ma immaginario. Il protagonista è un detenuto rinchiuso in un carcere vicino al mare, probabilmente su un'isola. Da qui, oltre al mare, vede una casa bianca, dalla quale ogni giorno si affaccia una donna, a cui dà nome Maria. E con la mente fantastica fino a immaginare, una volta scontata la pena, di sposarla e di vivere felici insieme (“E sognò la libertà/ E sognò di andare via, via, via/ E un anello vide già/ Sulla mano di Maria”). Ma intanto gli anni passano, così il protagonista invecchia e infine muore, ripetendo: “Vengo da te Marì...”. Da ricordare anche l’intro di chitarra, che ricorda “Bookends” di Simon & Garfunkel, e la preziosa cover del brano realizzata di recente da Tosca.
Lucio dove vai?
Non meno struggente è la chiusura delle “Storie di casa mia”, affidata a questa tenerissima autoconfessione in salsa soul intitolata “Lucio dove vai”, in cui Dalla racconta la sua inquietudine, la sua fame di vita e la sua frenesia esistenziale. Scritta insieme a Bardotti e Reverberi, è un’istantanea agrodolce, che non risparmia sprazzi di graffiante autocritica: “Lucio dove vai? Sempre in giro a cercare per le strade… Neppure tu sai più perché, ma canti, ma canti… Perché hai coperto col berretto rosso il grigio che c’è in te?”. Ma si chiude con una nota di speranza, all’insegna di quella vitalità sfrenata che è sempre stata la caratteristica cruciale dell’uomo-Dalla: “Ma vivi, tu vivi, tu vivi”. Spiegherà Dalla: “Voleva essere una canzone polemica, in me era in atto un fenomeno di dissociazione: la mia figura pubblica era dissociata dalla realtà. Per esempio, non cercavo interviste, odiavo i giornalisti, i fotografi”. Il testo rivela quella confusione che anni prima aveva cercato di risolvere con l’aiuto di uno psicanalista, per sbrogliare quell’intricato groviglio di fili emotivi, passionali, intellettuali, sessuali, familiari, che lo teneva annodato. Ma Lucio non aveva alcuna intenzione di risolvere i suoi problemi: aveva imparato a convivere con i suoi fantasmi e ne avrebbe sempre fatto il proprio “campo di distorsione della realtà”, alimentando la sua arte.
L'auto targata “To”
Con questo spiazzante incipit, entriamo ufficialmente nella leggendaria “trilogia dei motori”, realizzata assieme al poeta e intellettuale marxista Roberto Roversi. L’uomo giusto al momento giusto: è lui l’autore concettuale e sofisticato in grado di suggellare la metamorfosi artistica auspicata da Dalla. Un’operazione finalizzata a dare alla canzone una caratteristica “civile”: non solo legata agli schemi, alla formula cuore-amore. “Il giorno aveva cinque teste” (1973) si apre con questo tagliente atto d’accusa contro “l’Italia sventrata dalle ruspe che l’hanno divorata”. Archi e rintocchi di campane a celare uno spicchio agro d'immigrazione (da Scilla a Torino) e di speculazione edilizia, nell’illusorio eldorado del Nord: “Questo luogo del cielo è chiamato Torino/ Lunghi e grandi viali, splendidi monti di neve/ Sul cristallo verde del Valentino/ Illuminate tutte le sponde del Po/ Mattoni su mattoni/ Sono condannati i terroni/ A costruire per gli altri/ Appartamenti da cinquanta milioni”. In uno slancio di ottimismo, i due sodali proposero anche a Sanremo “Un’ auto targata To”, finendo inevitabilmente respinti. Del resto, lo stesso Dalla la definirà “la canzone più sbilanciata dal punto di vista dell’equilibrio lingua/ideologia”, all’interno di un disco che suona come un atto d’accusa contro un capitalismo selvaggio, che rende alienata l'umanità nei meccanismi automatizzati dell'industria.
Il coyote
Ma anche in un contesto così oscuro e apocalittico filtrano squarci di luce. Quantomeno nelle divagazioni oniriche e fiabesche di questa splendida “Il Coyote”. Quasi una favola morale, con la sua rivalsa della fantasia sulla ragione e sulla morale comune (“se la stella con la coda tante storie raccontava, la fantasia del coyote col suo fuoco la bruciava”). Solcato da geniali intuizioni liriche e da sprazzi di prog sinfonico, “Il giorno aveva cinque teste” è la prova generale che getta le fondamenta per questa opera in tre atti incredibilmente ambiziosa, destinata a ribaltare le carte alla canzone italiana, raccontando l’alienazione di un paese post-contadino, industrializzato ma già in crisi (morale) profonda.
Pezzo zero
Nel primo capitolo del sodalizio con Roversi, brilla anche l’unico brano composto dal solo Dalla: questo geniale strumentale intitolato “Pezzo zero” è – paradossalmente - un numero di bravura del Lucio cantante, che si produce nei suoi tipici vocalizzi scat in uno spiazzante miscuglio di fonemi in cui le parole, così disaggregate, perdono ogni senso secondo i tradizionali codici linguistici, acquistando però un'istintiva musicalità, quasi a simboleggiare il ritorno a un primitivismo che scardini l'umanità dalle convenzioni. Anche questa è politica.
La borsa valori
Il secondo capitolo della trilogia si doveva intitolare “L’anno è un fuoco”, per raccontare – secondo le parole di Roversi – “la violenza del mondo” che “non è solo la guerra, l’urlo delle città, il coltello pronto nella mano, la sagoma dell’ombra; ma è la nostra violenza, la nostra giovinezza, la nostra solitudine”. Poi, però, si decide per un cambio di titolo, scegliendo quello di un brano che fa ripiombare nella dimensione più alienante della società industriale: “Anidride Solforosa”, ovvero la nube tossica che fa “vedere a malapena” le città, in un mondo caliginoso e robotizzato. Ma non c’è spazio per una bolsa retorica ideologica: il lessico è sempre ironico, dissacrante, fino al nonsense di questo sproloquio di titoli azionari affidato all’irresistibile scat di Lucio e ispirato da una simile composizione dell’anarchico Franco Nebbia, “Borsa cha cha cha” (con tanto di base funk e citazioni dell'orchestra d'archi per “Raindrops Keeps Falling On My Head” di Burt Bacharach e “Singin' In The Rain”). “Vendo le Bastogi/ compro Comit o Ras/ vendo Richard Ginori/ compro Buton e Sip Coge do via in un amen/ compro Sifa e Fisac/ butto la Snia Viscosa/ prendo Smeriglio e CIR”. Genio allo stato puro.
Ulisse coperto di sale
L’ermetismo del primo capitolo torna ad affacciarsi tra i versi di questa maestosa “Ulisse coperto di sale”, dove la rievocazione del mito guerriero dell’Odissea è lo spunto per una riflessione sul tema dell’eterno ritorno, in cui però “tutto è scomparso, tutto cambiato”: “Una mano di calce bianca/ Sulle pareti della mia stanza/ Cielo giallo di garbino/ Occhio caldo di bambino/ Tiro il sole fin dentro la stanza/ Carro di fuoco che corre sul cuore/ Perché ogni giorno è sabbia e furore/ E sempre uguali non sono le ore”. Un testo che – scandito da solenni arrangiamenti orchestrali e secchi cambi di ritmo - lascia addosso un senso di desolazione e amarezza.
Carmen Colon
Tra i preziosi solchi di “Anidride Solforosa” si annida anche questa durissima storia di violenza sui minori. Una canzone divenuta un piccolo culto tra i fan di Dalla, specie in tempi recenti. Al centro, il terribile caso di cronaca di Churchville del 1971, che coinvolse una bambina di 10 anni, vittima del cosiddetto “Alphabet killer”, l’assassino seriale che sceglieva vittime il cui cognome presentava la stessa iniziale del nome. La suadente musicalità country degli arrangiamenti e l’intenso vibrato di Dalla accompagnano la straziante descrizione degli ultimi istanti di vita della ragazzina, con la martellante anafora “Carmen Colon” ripetuta in modo ossessivo, restituendo tutto il senso del dolore causato da una morte così precoce e violenta. Roversi immagina la piccola gitana abbandonata come un rifiuto sul ciglio della strada (il cadavere fu ritrovato in un canale vicino la Interstate 490) nell’indifferenza delle auto che sfrecciano verso il mare, salvo poi essere usata dai media per scatenare un’ondata di commozione collettiva: “Questa ragazzina e la morte/ commuovono la tivù…/ è la vittima ventesima/ fra i bidoni viola dell’agosto/ il suo corpo sotto un lenzuolo è nascosto…/ nessuno per lei si è fermato/ né un aiuto o una mano le hanno dato/ filavano via verso il mare”. Roversi fu addirittura convocato a Roma dall’Interpol per un interrogatorio sui fatti, poiché alcuni dettagli narrati sarebbero stati nascosti dagli investigatori al pubblico. Ma il poeta chiarì l’enigma mostrando agli inquirenti i ritagli di giornale sui quali si era basato per scrivere il testo.
Intervista con l'Avvocato
Uno degli episodi più geniali e surreali dell’intera carriera di Lucio Dalla è questa dissacrante “Intervista con l'Avvocato”, che apre “Automobili”, il terzo capitolo della trilogia. Se per Dalla e Roversi il futuro della società industriale è un immane buco nero, in cui tutti gli interrogativi rimangono senza risposta, anche l’informazione può soltanto produrre chiacchiere vuote. Ecco, allora, questa surreale “intervista” in cui Gianni Agnelli illustra a un cronista del Manchester Guardian il futuro del settore automobilistico. Dalla, accompagnandosi al piano con un’andatura sdrammatizzante, la interpreta da par suo in un impareggiabile numero di cabaret: fa recitare al padrone della Fiat un comico grammelot pseudo-inglese, canta in scat e si produce in un pazzesco “solo” vocale, chiudendo con una domanda che in realtà vuol essere una cupa profezia: “L'auto non ha futuro/ Stecco di legno sull'onda/ Dopo l'assestamento/ Le auto saranno più rare/ E finiranno per scomparire/ Come lampare sul mare”. Non andrà esattamente così, ma nessuno nell’anno 1976 si sarebbe potuto permettere in Italia uno sberleffo del genere a uno degli uomini più potenti del paese. Troppo scomoda e scottante per l’epoca, benché epurata di alcuni versi ancor più duri di Roversi, l’“Intervista con l’Avvocato” sarà censurata dai media e condannata a un precoce oblio. Resterà attuale, però, la sua pungente impertinenza, anche nell'Italia di oggi, dove i potentati economici non sono meno privilegiati e impuniti.
Mille Miglia – Prima e seconda parte
“Automobili” sancisce la fine della collaborazione Dalla-Roversi, fin dalla sua gestazione: tutta colpa di una questione di censura, che si frappone tra lo spettacolo teatrale “Il futuro dell'automobile” (trasmesso anche dalla Rai in 6 puntate) e la sua trasposizione discografica, epurata delle 5 canzoni più politiche. Di fronte alla intransigenza della Rca, Dalla è costretto a capitolare e Roversi non gliela perdona: rifiuta di far apparire il suo nome sul disco, celandosi sdegnosamente dietro lo pseudonimo di Norisso (conte veronese del Settecento). Resta però la bellezza dei suoi versi a impreziosire questa leggendaria narrazione delle “Mille Miglia”. Introdotta dalle percussioni "tarantellate" di Tony Esposito, la prima parte della suite si addentra nelle rovine dell'Italia contadina devastata dalla Grande Guerra, in un'epopea di "spruzzi d'olio e sbruffi di terra": “Poi il sole si spaccava contro il ferro dei gasometri/ E dall'alto lasciava una riga rossa di sangue/ Sulla strada per chilometri, mentre sul prato italiano/ C'era la morte secca che falciava il grano… Sbuffi di polvere, zaffate d'olio/ Puzzo di benzina per le strade di un'Italia contadina”. La figura del mietitore che falcia il grano allude sia al sangue versato dai braccianti agricoli nelle rivolte dei primi decenni del Novecento, sia al sacrificio dei piloti, disposti a rischiare la vita in pista. Nel climax finale della “Mille Miglia del ‘47”, a dispetto dell’euforico ritornello ("Nuvola, Nuvolari, sei una nuvola nera!"), illuminato da un charleston alla Bixio, anche la descrizione della gara si fa più cupa, svelando un’Italia dal “cuore divorato”. E mentre “Biondetti sporco come un cane” taglia per primo il traguardo, Roversi torna a ingigantire ancora una volta “le macerie della guerra”, chiudendo in modo epico questa straordinaria epopea automobilistica.
L’ingorgo
Dopo l’epos del passato, la contemporaneità appare come un gigantesco “Ingorgo” con “centomila auto imbottigliate”, in cui “da dodici ore nessuno si muove”. Un’allucinazione collettiva costruita sulla successione di più pannelli, con una tecnica che sarà d’aiuto al Dalla di “L’ultima luna” di tre anni dopo. Un brano che parte piano, con la voce distorta dall'eco e gli accordi solenni dell'organo, fino a prendere quota al ritmo degli sbuffi dei synth. Ispirato da un fatto di cronaca, “L’ingorgo” narra la drammatica situazione venutasi a creare sull’autostrada francese nei pressi di Parigi in seguito a uno dei primi casi di collasso della rete viaria, sottolineando il senso d’alienazione dell’uomo, prigioniero della sua stessa invenzione. Un senso di disumanità spezzato da uno di quei dettagli illuminanti che poi sempre, nel suo futuro di autore, Dalla saprà maneggiare con maestria: “Alle nove arriva uno straniero/ E chiede pane alla gente che ha intorno”. Come se all’uomo, prigioniero dell’afa e di quell'inferno di lamiere, non restassero che pochi residui di una quotidianità ordinaria: “A mezzogiorno si sbriciola un biscotto/ L'ingegnere dorme nella Taurus/ Un muso di cane contro il vetro rotto”, “Dividono sul bordo della strada/ L'ultimo cracker, l'ultima bottiglia/ La Coca-Cola è razionata a gocce/ Due gocce solo per le labbra rotte”, finché “Verso sera qualcosa si muove/ Con uno strappo la fila si snoda/ Come un gatto che si morde la coda/ Le macchine procedono in pariglia”. Perfetta anche la cornice musicale: ogni fase del racconto è infatti scandita da un motivo melodico che ne esalta le particolarità, assecondando dapprima la stanchezza degli automobilisti con un arrangiamento ciondolante, quindi il loro senso di euforia e liberazione nel tema più ritmato e incalzante del finale.
Il cucciolo Alfredo
Temprato dall’esaltante – e travagliata – esperienza con Roversi (“Se non l’avessi incontrato, adesso farei l’idraulico”, confesserà), Dalla è finalmente pronto a scriversi da solo le canzoni. E il debutto non potrebbe essere più felice. Tra i solchi dello splendido “Come è profondo il mare” – come scrive Fabio Russo nella pietra miliare di OndaRock – “Dalla è navigatore e superstite nel mezzo d'un mare incendiario come un fuoco. È l'Ulisse che canta con tensione poetica la forza dell'amore e il coraggio nella disperazione, attraversando la storia umana, tra ricordo e irrazionale, sorpreso e allucinato. Storia di ingiustizie e diseguaglianze, di assassini e d'oppressi, di piccoli grandi testardi che vivono del proprio spirito e della forza d'animo”. Con testi “accessibili e aperti, divertenti e anomali, prese di coscienza in flussi di coscienza, che rispecchiano un mondo irrequieto, complesso e paradossale. Licenze a delirar per vero”. Come quelle di questo struggente ritratto del “Cucciolo Alfredo”, con i suoi vibranti scampoli d'umanità metropolitana, che giocano su equilibrismi melodici e armonici di corde e tastiere Fender in morbida evidenza, tra singulti, sospensioni e aliti d'aria. Una canzone semplicemente meravigliosa.
Corso Buenos Aires
Uno dei momenti più spiazzanti di “Come è profondo il mare” è questa sarabanda pop nel mezzo d'una una viva cronaca "in diretta"; brulicante mucchio di caratteri, percorsi strumentali - il piano elettrico di Dalla, batteria e le chitarre - trucchi linguistici, e invenzioni come lo scat (sorta di lingua fittizia a mimare strumenti, brusio, voci). Così l’elegante viale meneghino che collega Piazzale Loreto a Porta Venezia si fa teatro di contraddizioni sociali – lo shopping dei ricchi e la povertà sul marciapiede – e di allucinazioni sfrenate in questo scat-blues dal ritmo indiavolato. Il ricercato diventa un vero demonio nell’esagitato passaparola delle testimonianze: "Io l’ho visto da vicino, gli occhi erano due sputi, la faccia era gialla, una faccia da assassino". Altri hanno già pronta la sentenza: "Dev’essere uno slavo che dorme e ruba alla stazione, quegli occhi senza luce, è senz’altro un mascalzone: chiamiamo un pulismano, ho appena visto l’assassino dar fastidio a un bambino". Anche se è difficile che un milanese chiami “pulismano” un poliziotto, trattando di un termine tipicamente bolognese e quell’assassino altri non è che un homeless col figlio, in cerca di elemosina, costretto a fuggire da quel viale e da quella città “inospitale”.
Milano
A proposito di “Milano”, benché si tratti di una canzone che ha acquisito nel tempo una certa notorietà, non può mancare nella nostra selezione la magnifica ode che le dedicò il cantautore bolognese nel suo capolavoro “Lucio Dalla” del 1979, generalmente ricordato per le sue hit più note (da “L’anno che verrà” a “Anna e Marco”). Un magnifico ritratto della metropoli del Nord sospesa tra modernità e nostalgia, nobili tradizioni - anche calcistiche - e progresso disumanizzante. Ancora una sequenza di immagini straordinariamente incisive: “Milano vicino all'Europa/ Milano che banche che cambi/... Milano che quando piange/ piange davvero/... poi Milan e Benfica/ Milano che fatica/... Milano sguardo maligno di Dio/ zucchero e catrame”. Si gioca con “Luci a San Siro” la palma per la più bella canzone mai scritta su Milano (per di più, in questo caso, da un non milanese). Il lirismo di Dalla è pura poesia da marciapiede, tanto viscerale e diretta quanto spiazzante e visionaria. Un “realismo fiabesco” impregnato di malinconia, un miscuglio di tenerezza e alienazione in cui il colpo di scena o la battuta salace arrivano spesso a stemperare il dramma, attraverso quella “tecnica della distrazione” cara anche a Cechov. E la musica, trasognata e ricca di preziose venature melodiche, non è certo da meno.
La Signora
In “Lucio Dalla” (1979) tutti i tasselli sono ugualmente indispensabili a un mosaico in cui ogni tessera è al posto giusto. Ad esempio, l'episodio più criptico del lotto, “La signora”, ritratto musicalmente sommesso ma liricamente graffiante del potere e delle sue incarnazioni (“La Signora è una fila di macchine da qui fino al mare/ la Signora ci stampa il giornale e ce lo fa comperare/ La Signora ha tanti nomi, tanti nomi/ così da nascondersi e non farsi trovare/ ma a volte si veste di luci e bandiere per farsi notare”), ma anche apologo ambiguo delle frustrazioni borghesi (“La Signora è in lacrime, e si ferma ad ascoltare/ attraversa e si blocca a metà della strada/ un colpo di vento la fa continuare”). Con il basso implacabile di Marco Nanni ad assecondare il cantato di Dalla, che sfocia nei suoi classici vocalizzi soul.
Tango
In un disco pieno di episodi commoventi come il capolavoro del 1979, rischia di sfuggire uno dei più intensi in assoluto. Brano incredibilmente poetico e struggente, “Tango” si apre con gli archi arrangiati da Reverberi e la fisarmonica di Gianni Ziglioli, e si chiude con una quartina-killer: “Morena è lontana e aspetta/ suona il suo violino ed è felice/ nel sole è ancora più bella e non ha fretta/ e sabato è domani”. Un abisso di radiosa malinconia. In mezzo, una storia di danze, di sentimenti e di varia umanità, condensata in un collage di versi capaci di “unire il cielo con la terra”. Ad esempio: “Ho viaggiato cento notti per arrivar di giorno/ Ho letto libri antichi preoccupanti/ Poi arrivati a Torino ci siam commossi in tanti/ Per quel tango ballato da un bambino”. Proprio negli episodi più intimi e appartati, Dalla rivela quella fluidità di scrittura, quella capacità di fissare l'immagine definitiva in un pugno di versi, che resterà - almeno fino all'inizio del decennio successivo - la sua arma in più.
Il parco della Luna
A partire proprio dall’Lp del 1979, Dalla accentua il suo rapporto con il rock, forte anche del sodalizio con gli Stadio, che lo accompagnano anche dal vivo. La chitarra elettrica di Ricky Portera irrompe prepotentemente nel suono del cantautore bolognese, che fino a quel momento aveva preferito battere altre strade, quasi a rimarcare la sua formazione jazz rispetto ai colleghi di impostazione folk. Un rapporto che si sviluppa ulteriormente nel terzo capolavoro consecutivo del suo periodo d’oro, “Dalla” (1980), e in particolare in questo brano, impreziosito dai riff chitarristici e anche da un assolo finale: un viaggio onirico di malinconie e di solitudini "a metà strada tra Ferrara e la luna", che ha per protagonisti due personaggi indimenticabili come Sonni Boy e la sua ragazza Fortuna. Una canzone molto cinematografica, che non a caso Pietro Marcello userà in modo particolare nel suo bellissimo film su Dalla, “Per Lucio”.
Mambo
Tra gli episodi più stravaganti del succitato “Dalla” (1980), c’è anche questo stralunato bozzetto, che illumina la tragicomica fine di un amore con lampi di ironia surreale (“Sono andato al cinema e mi han mandato via/ Perché piangevo forte e mangiavo la sua fotografia”... “Se ne è andata sbattendo la porta, e avevo in mezzo la mano”). Quasi un Disperato erotico stomp parte 2, che finisce peggio, con quell’imprecazione rivolta all’amata “regina del mambo” quando ormai tutto è finito e si resta soli, “con il cuore in cantina” (“Vattene via/ Leva il tuo sorriso dalla strada/ E fai passare la mia malinconia”). Un ritmo incalzante, la consueta interpretazione da antologia e un assolo finale di sax beffardo e melanconico incorniciano una delle gemme più sottovalutate del disco.
Meri Luis
Stesso destino per un altro brano dell’album, l’ineffabile “Meri Luis”, che lo stesso cantautore bolognese considerava come “il più vero e sincero che abbia mai scritto”. In una serie di folgoranti flash, si susseguono le vicende di sei personaggi (il regista, il ragazzo, il dentista, il taxista, la ragazza, la star) “scaraventati in mezzo al traffico”, metafora di caos vitale. Ed è proprio allora che acquisiranno la consapevolezza della grigia monotonia delle loro esistenze, sviluppando la necessità di spezzare la routine, ma ognuno a modo suo: un concetto ricorrente in Dalla, da “L’anno che verrà” (“e si farà l’amore, ognuno come gli va”) al suo naturale seguito “Telefonami tra vent'anni” (“ognuno con i suoi mezzi, magari arrivando a pezzi”). E così il regista, “stanco di aspettare, appena vista la star l'ha mandata a cagare”, il ragazzo “ha lasciato lì di lavorare e, agguantato un treno, è corso fino al mare”, il dentista “si è innamorato di un dente, lo accarezza, non vuol fargli del male”, il taxista “nella macchina non ha il cliente ma una canna per andare a pescare”. E infine, lei, Meri Luis, finalmente si è lasciata andare con tanto di benedizione al cielo “come fosse un fratello” per “le sue belle tette” e per “l'amico che le vuole toccare”. Un inno di libertà, che nasce da uno spunto reale. Perché “Meri Luis” esisteva davvero: era una timida ragazza che attendeva il bus per Treviso, come ha rivelato al Foglio il compositore e amico di Dalla Lucio Francescon: “Pedalavamo sull’argine della Piave che da Nervesa della Battaglia porta al ponte della Priula, quando vedo questa ragazza prosperosa, roba che finisco giù dall’argine e ci porto pure Lucio. Lui si ferma, aguzza gli occhi e con un’espressione stupita mi dice: ‘Tette così belle non le ho mai viste’. Propose di andarle vicino a toccare per vedere se erano vere! E ci sarebbe pure andato se non l’avessi fermato dicendogli che mica eravamo a Bologna dove valeva tutto, eravamo in Veneto e che c’era il rischio di prenderci una badilata in testa dal padre o dal fratello”. Così, ricorda Francescon, “ogni tanto Lucio ripensava a quella visione e mi stupivo perché non l’avevo mai visto così interessato a una donna. Si era fatto tutto un film sulla sua vita, una storia di timidezza e inadeguatezza, di un padre iper-protettivo e di un fratello che era peggio del padre. Mi diceva che l’avrebbe ritratta in una canzone. Pensavo mi prendesse in giro. Invece tre anni dopo mi spedì il disco con tanto di dedica”. Eh, già, “la vita come è bella, e come è bella poterla cantare”.
Madonna disperazione
Altro caposaldo, tra le non-hit. Uno dei gioielli nascosti per antonomasia del repertorio di Dalla trova posto nel “Q-Disc”, il mini-album che esce nel 1981, dopo il grande successo di “Dalla” e ne sembra quasi il naturale proseguimento, al punto da ingenerare il dubbio che si tratti di materiale risalente alle stesse session. “Madonna disperazione” è un viaggio, lisergico, a suo modo, visionario, senza dubbio, con un cantato come un torrenziale flusso di coscienza, probabilmente registrato in una sola take. Apre un rumore indefinibile, come gocce (di synth) nel vuoto, a creare spaesamento; poi l’ingresso delle due chitarre acustiche e le tastiere che restano a dettare il ritmo; quindi la caratteristica intro scat e si parte. Pare quasi una jam improvvisata con innesti che si fanno via via più definiti – chitarre elettriche, ondate di piano e tastiere, ma soprattutto frasi di sax che si consolidano, arrivando a punteggiare l’intero brano. La narrazione è quasi un jazz notturno, sfocato, che si sussegue tra le atmosfere ovattate delle tastiere e i graffi del sax. Ed è un’altra prestazione-monstre del Lucio interprete che “con la bocca fa a pezzi una canzone”, screziandola di blues e intercalando fonemi in chiave ritmica per allentare solo leggermente una tensione che resta costante, quasi paranoica (“C'è Madonna disperazione che anche al buio ti vede e ti sente”). Con un testo costruito ancora una volta su flash onirici, con il comun denominatore della solitudine: è lei, con ogni probabilità, la nostra Madonna disperazione, che rivela qualche parentela lontana con “La signora”, quella che “va al cinema da sola, ma ha paura ad entrare”. Otto minuti di folgorante canzone d'autore, ingiustamente sottovalutati.
1983
E sottovalutato è senz’altro anche l’album con cui Dalla celebra il 1983, che paga pegno inevitabilmente al fatto di uscire dopo quel trittico di capolavori (“Come è profondo il mare”, “Lucio Dalla”, “Dalla”), integrato dal brillante “Q-Disc”. Eclettico, sperimentale, fascinosamente imperfetto, “1983” è suggellato dalla debordante title track nella quale, in quasi sei minuti, Dalla passa in rassegna quarant’anni di storia italiana, in bilico tra autobiografia e memoria collettiva, con inserti da orchestrine jazz (le origini che riaffiorano) e versi, al solito, ironicamente surreali (“Si mangiava coi cani, non ti ricordi a Bologna che festa, quando arrivarono gli americani”… “Ma dopo due anni, tutti quanti perfino i fascisti, aspettavano gli americani, come a Riccione aspettano i turisti”). Forse un filo prolissa, ma sempre lucida e spiazzante, “1983” sconta un sound sicuramente meno immediato e coinvolgente, rispetto ai fortunati predecessori, ma mostra ancora un Dalla in piena forma, voglioso di varcare i confini del suo cantautorato, abbandonando la sua comfort zone.
Noi come voi
Più immediata, con il suo ritmo incalzante e un versificare sempre pungente, “Noi come voi” è tra le tracce di “1983” quella che forse si avvicina più alle hit precedenti. È un Lucio “positivo”, che professa la sua fede nell’umanità nonostante tutte le differenze e le divisioni (da una parte “noi”, dall'altra “voi”), prontamente accantonate di fronte al miracolo di un sorriso (“Ma cosa possiamo, noi come voi, davanti al sorriso/ Davanti a due occhi, due fuochi, due gocce, stelle del paradiso”). Con un sound ibrido, in bilico tra le tentazioni synth-pop degli Eighties e il cantautorato rock che Dalla con gli Stadio aveva messo a punto nei dischi precedenti.
Viaggi organizzati
Gli anni Ottanta, con l’avvento delle sonorità sintetiche e delle innovazioni tecnologiche, spingono molti artisti a rimettersi in discussione, modificando il loro stile. E Lucio Dalla accetta la scommessa con la complicità del produttore e arrangiatore Mauro Malavasi, che poi continuerà ad assisterlo anche in alcuni lavori successivi. Il primo frutto di questo nuovo sodalizio è l’album del 1984 che prende il titolo da questo brano. Un disco che riduce gli accenti rock in favore di una elettronica al limite della dance, sublimata nella celebre (e geniale) “Washington”. Nella title track, invece, Lucio gioca a sperimentare con l’elettronica, con tanto di intro che richiama la “O Superman” di Laurie Anderson e inserti di synth a punteggiare il brano. Il suo canto appassionato riporta invece in campo la tradizione melodica del suo songwriting, seppur deprivata di un ritornello ficcante a corredo.
Chissà se lo sai
Un anno dopo, però, il nuovo album “Bugie” fa indietro tutta, ritornando soprattutto al format della canzone melodica, a un cantautorato più classico, suggellato dal successo del singolo “Se io fossi un angelo”. La vera perla, però, è questa ballata strappacuore, posta in scaletta in sesta posizione e scritta assieme all’amico Ron. Una canzone semplice e struggente che vede Lucio sprofondare in uno dei suoi abissi sconfinati di dolcezza. Con un arrangiamento soft calibratissimo, che asseconda col minimo degli orpelli una delle più belle love-song del suo repertorio, degna erede della leggendaria “Cara” del 1980. “E poi la notte col suo silenzio regolare, quel silenzio che a volte sembra la morte, mi dà il coraggio di parlare, e di dirti tranquillamente, di dirtelo finalmente, che ti amo. Così adesso lo sai”.
Le rondini
Con gli anni 90, inizia l’irreversibile declino di Lucio Dalla, inframezzato però ancora, qua e là, da qualche lampo di pura classe. Come, ad esempio, questo brano incluso nell’album “Cambio” del 1990, quello trascinato al successo dal singolo pop “Attenti al lupo”. Una piccola poesia, composta con Malavasi, in cui Dalla immagina il punto di vista di una rondine che si infila nel mondo degli uomini per guardarli con stupore, ponendosi degli interrogativi sul significato stesso della vita, ricercando la felicità nella sua dimensione modesta, limitata, di pudore, di sobrietà, fatta di “entrare dentro i fili di una radio, volare sopra i tetti delle città, incontrare le espressioni dialettali, mescolarsi con l’odore del caffè, fermarsi sul naso dei vecchi mentre leggono i giornali e con la polvere dei sogni volare al fresco delle stelle, anche più in là”. Con un coro – un po’ ingombrante, invero – a contrappuntare la narrazione idilliaca di Dalla e inserti di fiati e chitarre elettriche a irrobustire il sound. “Le rondini” tornerà tristemente alla luce nel giorno del funerale del cantautore bolognese, quando il suo amico Marco Alemanno la leggerà durante la cerimonia per ricordarlo, in uno dei momenti più toccanti di quella giornata in cui tutta Bologna si stringerà attorno al suo Lucio per l’ultimo saluto.
Henna
Passato un po’ sottotraccia all’epoca, “Henna” (1994) è oggi uno degli album più rivalutati della discografia di Dalla. Un lavoro in cui l’artista emiliano mostra di ritrovare a sprazzi la vitalità irriverente degli anni d'oro (ad esempio, con la divertente gag di "Merdman", che torna a raccontare l'emarginazione attraverso la storia di un alieno che finisce in un talk-show) e dove però torna anche a sperimentare qualcosa in più sul fronte del sound, come ad esempio in questa misticheggiante title track: una preghiera laica per una guerra che l'aveva svegliato una notte, mentre era in barca. “Henna” ricorda infatti la tumultuosa notte e la sensazione di impotenza del cantautore bolognese rispetto alla guerra nei Balcani, con i boati degli aerei che andavano a bombardare la ex-Jugoslavia. Un brano che resta dunque di tragica attualità mentre la guerra divampa ancora più che mai nel cuore dell’Europa.
Tu non mi basti mai
Chiudiamo la nostra rassegna con questo pezzo del 1996, incluso nell’album “Canzoni”. Con un testo toccante che, con poche e umili parole, descrive il senso più profondo dell’amore: il desiderio che duri per sempre: “Vorrei essere il vestito che porterai… il rossetto che userai… l’acqua della doccia che fai… le lenzuola del letto dove dormirai”… E perfino “la tomba quando morirai”. Curiosamente, la canzone diverrà un feticcio della Gen Z di TikTok, grazie a molti creator della piattaforma che la useranno nei loro contenuti rendendola un vero e proprio trend. Paradossi contemporanei di fronte ai quali Lucio avrebbe probabilmente strabuzzato gli occhi e farfugliato qualche battuta tagliente delle sue. Ed è anche per questo, caro Lucio, che non ci basti mai.