
Negli anni Sessanta la canzone italiana viaggiava molto più di quanto siamo abituati a immaginare. Mentre in Italia proliferavano le versioni in lingua locale dei successi angloamericani, nella direzione opposta alcune melodie nate per il nostro mercato discografico trovavano una seconda vita nelle interpretazioni di cantanti britannici e statunitensi. Era un traffico musicale poco visibile ma consistente: brani concepiti per il Festival di Sanremo o per le classifiche italiane venivano riscritti in inglese, adattati alle convenzioni del pop internazionale e, in alcuni casi, finivano per diventare successi molto più grandi delle versioni originali. La pratica delle cover rappresentava allora uno dei principali strumenti di circolazione della musica tra mercati nazionali, superando le barriere linguistiche e culturali.
È in questo scenario che, nel 1967, un giovanissimo cantante di Birmingham in cerca di successo incide “Our Song”, versione inglese di “La musica è finita”, composta da Umberto Bindi e portata al Festival di Sanremo da Ornella Vanoni e Mario Guarnera. Un episodio che oggi colpisce soprattutto per il nome dell’interprete: Robert Plant.
All’epoca, il diciottenne Plant è ancora lontano dall’immagine del frontman carismatico e dalla vocalità impetuosa che lo renderà celebre pochi anni più tardi con i Led Zeppelin. Nato nel 1948, si sta facendo le ossa nella scena musicale locale, frequentando l’ambiente del blues e del rhythm and blues e passando attraverso diverse esperienze di gruppo. Tra queste, di lì a poco, la Band of Joy, formazione nella quale incrocerà il batterista John Bonham, futuro compagno d’avventura nei Led Zeppelin. Plant sperimenta repertori e stili differenti, mentre le case discografiche provano a individuare la formula più adatta per lanciarlo. Il singolo “Our Song” arriva proprio in questa fase di apprendistato, quando il suo nome non è ancora legato a quello di una della band che di lì a poco avrebbe ridefinito l’hard rock.
Per capire la scelta del brano bisogna però tornare alla sua origine. “La musica è finita” viene presentata al Festival di Sanremo del 1967 nell’interpretazione di Ornella Vanoni e Mario Guarnera, con la musica di Umberto Bindi e il testo di Franco Califano e Nisa, pseudonimo di Nicola Salerno. La canzone resta nel tempo grazie a una melodia di rara eleganza e a una malinconia che trascende l’occasione sanremese. Bindi, del resto, è un autore dalla sensibilità armonica raffinata, capace di coniugare la forma della canzone popolare con soluzioni melodiche e accordali più ricercate.
Il brano costruisce il proprio effetto attraverso un crescendo emotivo misurato. L’introduzione orchestrale, ampia e quasi sinfonica, prepara l’ingresso della voce, inizialmente raccolta e trattenuta; la melodia si apre progressivamente, fino a raggiungere un’intensità più marcata nel ritornello. L’arrangiamento di Gian Franco Intra accompagna questo movimento senza spezzarne il carattere malinconico, lasciando che la tensione nasca soprattutto dalla linea vocale e dall’armonia. Anche il testo contribuisce a definire l’atmosfera: la fine della musica diventa la fine di una serata e, insieme, la presa di coscienza di un vuoto affettivo. Quando tutto si spegne, resta la solitudine di chi vorrebbe trattenere qualcosa che è già finito.
L’interpretazione di Vanoni valorizza questa ambivalenza, alternando delicatezza e intensità senza ricorrere a un’enfasi eccessiva. Più che una canzone d’amore triste, è una piccola scena di commiato, nella quale il silenzio successivo alla festa assume un peso quasi fisico. Il brano raggiunge la finale di Sanremo e ottiene una discreta presenza nelLa sua fortuna prosegue oltre la manifestazione: nel tempo, “La musica è finita” si afferma come un classico del repertorio italiano.
Per la versione inglese, il testo viene affidato a Tony Clarke, autore che negli anni successivi sarà strettamente legato ai Moody Blues. “Our Song” conserva l’impianto della ballata romantica, ma assume una veste più levigata, pensata per il mercato pop britannico. Il risultato è distante tanto dalla costruzione orchestrale dell’originale quanto dal rock blues che Plant abbraccerà di lì a poco. La sua voce, ancora in cerca di una fisionomia definitiva, si muove entro coordinate più convenzionali, senza lasciar intravedere fino in fondo la personalità che emergerà nei Led Zeppelin.
Pubblicato dalla Cbs il 31 marzo 1967, il singolo passa inosservato e non entra nelle classifiche britanniche. Per Plant, la svolta è rimandata di qualche anno: bisognerà attendere il 1969 e la nascita dei Led Zeppelin perché la sua voce trovi la dimensione destinata a renderlo uno dei cantanti più osannati della storia del rock.
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30/10/2026