Quando si cita il rock progressivo italiano, spesso si vince facile.
Al di là di una rigorosa proposta in passato, alcuni dei gruppi rinominati oggi faticano a superare la prova del tempo: che sia dovuto alle riprese sinfonico-favolistiche del progressive crimsoniano (Le Orme, PFM, Metamorfosi), al virtuosismo di Keith Emerson (Banco, Il Balletto di Bronzo) o persino alla difficoltà di competere con gli originali e, dunque, di reinventarsi attraverso una chiave di lettura mediterranea – tranquilli, nessuno si è dimenticato dell’enorme contributo degli Osanna o dei Napoli Centrale, seppure virino al jazz-rock più sfrenato. Insomma, spesso si soffrono i paragoni con gli originali e buona parte della scena risulta invecchiata. Tuttavia, il sottobosco del prog rock all’italiana è molto più strambo di quanto sembri: dall’opera rock dannata in stile Pholas Dactylus / Museo Rosenbach all’omaggio canterburiano dei Picchio Dal Pozzo, passando per l’avanguardia visionaria degli Opus Avantra e i totali sconosciuti – vedi Il Giro Strano.
In questo posto paludoso sboccia, come un fiore in primavera, un complesso alternativo e che ancora oggi viene poco ricordato dagli stessi appassionati del genere.

Fondati dal musicista fiorentino Franco Falsini, i Sensations’ Fix – nati con un involontario errore di ortografia – rimangono genuinamente affascinati dalle tendenze krautrock dell’epoca, a metà tra la calma meditativa dei Popol Vuh, l’energia trasognante dei Neu! e le atmosfere notturne dei Tangerine Dream. Avvalendosi del batterista Keith Edwards e il bassista ed effettista sonoro Richard Ursillo, Falsini scrive e compone di sana pianta alcuni bozzetti e demo da inserire nel primo album ufficiale della band, uscito per la Polydor nel 1974. Osservando la copertina di “Fragments of Light”, in particolar modo la versione lo-fi presente nella stampa in CD del 1994, si può subito dedurre l’aura incontrastata del disco: un bagliore soffuso, un tramonto nostalgico contornato da nuvole plumbee, un paesaggio in lontananza e una scritta in basso a destra che recita “If the loser finds the receiver became a winner” (trad. “se il perdente trova il ricevitore diventa un vincitore”) rappresentano l’iconica copertina firmata dallo storico designer milanese Mario Convertino – protagonista della scena progressive italiana dei primi anni Settanta – e da Carla Pallini, fotografa di quasi tutte le copertine del gruppo a venire.

La title-track introduttiva accoglie calorosamente l’ascoltatore con una chitarra folk psichedelica: all’improvviso viene fuori un’avvincente cavalcata che evidenzia l’embrionale sintetizzatore di Falsini, il quale ci teletrasporta nello spazio più profondo; a metà brano un assolo spudoratamente kraut padroneggia l’intera composizione. La surreale “Nuclear War In Your Brain”, precorritrice delle atmosfere lisergiche presenti nell’album solista di Falsini, “Cold Nose (Naso Freddo)” (Polydor, 1975), sposa la ricercatezza ambientale con tenere divagazioni ambientali. Stesso discorso per l’alienante “Space Age Energy” e la progressiva “Life Beyond Darkness”. “Music Is Painting In The Air” viene considerata dagli appassionati come la signature song della band: un ineguagliabile pezzo space rock made in Italy perfezionato dal romantico binomio psichedelico-ambientale in pieno stile Cluster. Alcuni passaggi sonori sembrano anticipare di una decina d’anni le effusioni eteree tipiche dello shoegaze. Non da meno è il proto-indie rock “Do You Love Me”, primo brano dell’album interamente cantato da Falsini che vanta un eccellente utilizzo dei cori. L’innata influenza dei Sensations’ Fix viene spesso snobbata dalla critica italiana tutta a causa di un’attitudine esterofila e, soprattutto, un distacco radicale dal formato italiano tradizionale.
Eppure, l’evasione totale di Falsini da schemi e modalità tipiche che al tempo imperversavano lo stivale italiano, ha dato luce al suo carattere ingegnoso, presto riversatosi su composizioni di spicco e in devoti omaggi alla musica cosmica tedesca.