Cop Shoot Cop

Cop Shoot Cop

Sinfonie della paranoia

di Francesco Nunziata

Eredi della no wave ma anche della "Danza Moderna" dei Pere Ubu, i Cop Shoot Cop hanno realizzato alcuni dei più inquietanti capolavori industrial dell'ultimo decennio del '900. Tra rabbiose invettive, cupe visioni e agghiaccianti psicodrammi

Figli spirituali della no wave, che sconvolse l'underground americano intorno alla fine degli anni '70 con la sua ideologia ultranichilista (si ricordino, a tal proposito, band quali DNA e Teenage Jesus And The Jerks), i Cop Shoot Cop (d'ora in avanti: CSC) sono stati senza dubbio i più grandi esponenti della musica industriale dell'ultimo decennio del '900. Formatisi nel 1987, divennero subito un caso per la formazione senza chitarra e per la violenza di cui erano infarciti i loro brani.

Dopo un periodo di rodaggio nel sottobosco alternativo, i nostri esordirono nel 1989 con due Ep: il primo a nome Headkick Facsimile e il secondo dal titolo Piece Man. Intanto la band si era assestata in un quintetto: Todd Ashley (voce e basso), James Coleman (campionamenti), Jack Natz (basso), David Ouimet (campionamenti), Phil Puleo (percussioni).

Firmato il contratto con la Circuit, arrivò finalmente il momento della prima prova sulla lunga distanza: siamo nel 1990, e nei negozi arriva Consumer Revolt, devastante apologia negativa di New York (e dell'umanità tutta.). Come una sorta di "Modern Dance" degli anni '90, l'opera cancella in un colpo solo ogni prospettiva accomodante sul futuro dell'animal rationale. "This ain't no place for ideals / This is no time for change", dichiara con voce sinistra Ashley all'inizio di "Lo.Com.Denom", prima incursione in questo terrificante girone infernale. Fondali dissonanti, percussioni metalliche ed enfasi cannibalesca dipingono un mostruoso affresco, schizzato di un umore sinistro, ma al tempo stesso, ipnotico. Ashley è una sorta di Nick Cave in cattività: ogni suo verso è come uno sputo nello specchio dove si riflettono immagini raccapriccianti del nostro tempo. Il suo è l'annuncio del disastro prossimo venturo. Non gli interessano le conquiste dell'uomo, ma la sua bestialità, il suo meschino vagare verso l'apocalisse.

"She's Like A Shot" è love song scolpita tra paesaggi in rovina e impercettibili sentori di primavere dimenticate. "Waiting For The Punchline" è dolore che trivella lo spazio, mentre tutt'intorno scorrono folate radioattive, orge rumoriste e cadenze da "Metropolis" ultratecnologica. Un bagliore tremante distorce lo sfondo, conferendo alle percussioni un impeto atmosferico. "Disconnected 666" è pura avanguardia, in stile "Sentimental Journey". Una voce ripete ossessivamente il numero 6, mentre toni e messaggi telefonici di ogni tipo concorrono nel costruire un angosciante mini-sinfonia della paranoia tecnocratica. Segue "Smash Retro", un'apocalisse ritmica che finisce per collassare su se stessa.
"Burn Your Bridges" è catarsi psichica e corporea, frusciare di metallo nel sole umido di mille pomeriggi insulsi. "Burn Your Bridges" è scavare dentro l'anima, è il precipitare nel caos della rivolta collettiva, anarchico incedere e perfezione di ricordi sommersi. Straordinario il lavoro di Puleo alle percussioni: la solennità del suo drumming, secco e preciso, acuisce la forza emotiva del brano, mantenendosi composto e risoluto anche nei momenti più caotici. "Consume" è un'altra incursione in territorio avanguardistico: musica da camera e voci alla rinfusa che si confondono e s'oltrepassano, si perdono.
"Fire In The Hole" è costruita su di un epico e martellante tappeto percussivo - Puleo continua nel suo monumentale lavoro ritmico, ma stavolta con un incedere quasi biblico; la tensione viene costruita mediante un accumulo di tasselli "concreti", particelle di rabbia che periodicamente liberano veleno sonico. Dalla voce sempre più rabbiosa di un Ashley ormai incontrollabile, giunge un urlo disperato con cui si inneggia alla crociata contro la "muzak" (".face the Muzak, face the Muzak."): l'intento dei CSC è, a questo punto, chiaro.

"Pity The Bastard" mostra, se ancora ce ne fosse bisogno, la grande capacità della band di costruire terrificanti "lied" industriali, servendosi del lavoro dei due bassi e delle percussioni, affiatatissimi nel delineare spazi di rara efficacia visionaria. L'accumulo di sorgenti cacofoniche e disorganiche spinge l'ascoltatore a precipitare nel vortice, a dimenticare la forma-canzone canonica e ad immedesimarsi nel disastro imminente; il tutto mentre la musica svela la sua forza liberatrice in un gioco di proiezioni psichiche, di implosioni atonali e di inafferrabili disastri della mente. Frantumi che conservano, nonostante tutto, l'indistruttibile furore della fiamma primordiale, dell'unione tra divini e mortali.
Uno scheletrico arpeggio apre "Down Come The Mickey", che compie un ennesimo, implacabile assalto, prima che, senza soluzione di continuità, arrivi "Hurt Me Baby", dove canto e musica sono paurosamente deformate ed esauste, prossime a divenire un unico ed originario sibilo. "System Test" trotta rumorosa e senza sosta: come schiaffi sulle guance gelide, i campionamenti riproducono tempeste disarmonicamente eccitate, scrittura automatica per grida disseminate tra vallate in dissoluzione. La voce di una bambina e poche note di piano sono il preludio alla corsa mozzafiato di "Eggs For Ribs", congedo tumultuoso e tragico punto d'arrivo di uno dei dischi più grandi della storia del rock.

In sostanza, ogni brano è un brandello di un immenso collage, particella di una macrostruttura impressionista che non fa altro che ripetere, in modi differenti, lo stesso identico slogan nichilista, la stessa allucinata visione del vivere quotidiano. Tuttavia, il velo metallico che avvolge ogni singola nota lascia intravedere, qua e là, barlumi di un particolarissimo romanticismo urbano.

Dalle suite industriali e drammaticamente concrete dei seminali Throbbing Gristle, agli agghiaccianti psicodrammi dei CSC, il passo è breve. Ma ciò che alla fine degli anni '70 era ancora in nuce, è oggi nient'altro che un terribile destino comune, pur se, paradossalmente, viene a coincidere con il ritorno all'individualismo più spinto.
Consumer Revolt, il più grande attacco contro la società tecnocratica, possiede una forza d'urto spaventosa; ma, dopo tutto, il suo è un messaggio destinato a restare inascoltato; e, forse, per sempre.

Il disco ottiene buone recensioni dalla critica specializzata, anche se, come era prevedibile, vende poco o niente. Poco male: passata alla britannica Big Cat, la band si chiude nuovamente negli studi di Brooklin per registrare White Noise (1991), lavoro molto più vicino al noise-rock. La carica esplosiva del disco precedente lascia il posto a una rabbia apparentemente più contenuta, quasi subdola. I nostri stanno transitando in un territorio più marcatamente musicale, ma senza abbandonare, per questo, l'originaria attitudine barricadera e oltranzista.

"Discount Rebellion", ad ogni buon conto, apre in perfetto stile CSC: un frenetico funk dissonante con le solite strepitose percussioni di Puleo ed il solito, inconfondibile, canto-urlo di Ashley. I toni sono più distesi nella successiva "Traytor/Martyr", anche se gli scatti improvvisi e l'impeto metallico delle progressioni (dis)armoniche lasciano intuire il fuoco che brucia sotto la superficie.
"Coldest Day Of The Year" è strutturata lungo direttive d'una fastidiosa magniloquenza, con ritmica implacabile e impetuosa. Poi è la volta del blues freneticamente industriale di "Feel Good", della danza martoriata e follemente tribale di "Relief", delle reminiscenze della vita tra il bosco dei fantasmi che fanno capolino in "Empires Collapse", con manipolazioni sonore che farebbero invidia ai Residents di "Not Available" (ma con una sotterranea sensibilità "industrial"). "Corporate Protopop" ricorda gli esperimenti di "Disconnected 666", mentre "Heads I Win, Tails You Lose" sembra la rilettura di un brano di Nick Cave, periodo "From Her To Eternity", con tanto di dissoluzioni armoniche alla Sonic Youth. Lente oscillazioni chitarristiche accompagnano l'incipit funereo di "Chameleon Man", un altro brano in cui la tecnica di costruzione "progressiva" della tensione si sublima in un infernale gioco di esplosioni ed implosioni. "Where's The Money" fa il verso a "Corporate Protopop", mentre "If Tomorrow Ever Comes" e "Hung Again" chiudono l'album in un clima fatalista e apparentemente tranquillo.

Dopo questo ennesimo capolavoro, nel 1992 è la volta dell'Ep Suck City, che segue la scia del lavoro precedente. Si tratta di un'opera necessariamente minore, con tutti i limiti del lavoro di transizione.

Sarà Ask Questions Later, dell'anno successivo, a rappresentare il perfetto punto d'equilibrio tra la dirompente carica industriale di Consumer Revolt e la relativa facilità d'ascolto di White Noise.

I CSC scoprono la melodia, anche se in questo marasma ultra-stratificato (dove l'influenza di Foetus è innegabile) l'aspetto melodico, più che risultare l'elemento portante, finisce per essere un "segno" musicale tra tanti, perfetto per costruire potentissimi e abrasivi sermoni post-industriali, ma privo di qualsiasi valore se decontestualizzato. In sostanza, la band newyorkese sembra voler lasciare la melodia fine a se stessa all'odiato mondo della più squallida "muzak".
Da un punto di vista di organico, l'album ufficializza l'"arrivo" ai campionamenti di Jim "Cripple Jim" Filler (che va a sostituire il "dimissionario" James Coleman); inoltre, sono da registrare la partecipazione di April Chung (violino), di Jim Colarusso (tromba) e di Joe Ben Plummer (sassofono).

La corrosiva denuncia della società americana di "Surprise, Surprise" investe l'ascoltatore con una violenza brada. Ashley è furioso; la ritmica nervosa, prodigiosamente su di giri. La scia dissonante che prepara il finale e il clima infuocato rappresentano il climax di quest'odio accecante, di questo tormentato viaggio tra le macerie della modernità. "Room 429" è una melodia sarcastica, distillata in un pesante clima di disperazione, di terrore psichico. Fanno da contraltare al solito grande lavoro ritmico, scorie sintetiche scenograficamente predisposte per una risposta altamente emotiva.
"Nowhere" sfodera un reiterato riff di chitarra, disintegrato da un monumentale crollo sonico, e sfregiato a più riprese. "Migration", magniloquente fanfara industriale, precede"Cut To The Chase", introdotta dal riff epilettico del basso e infiorettata da un mellotron ossessivamente presente sullo sfondo e da un violino dal vago sapore arabeggiante: questo gioco di specchi contrapposti, questi riverberi demoniaci, ne fanno certamente uno dei loro capolavori. "$ 10 Bill" è uno strampalato pezzo bandistico, scandito da percussioni trovate, fischietti, urla, etc.. L'effetto più che comico è atrocemente fatalistico. "Seattle", scritta dal nuovo arrivato Filler, è un magnifico intermezzo tutto giocato sul lavoro dei sampler. Dedicata alla scomparsa di un loro amico, "Furnace" , dall'incedere solenne, è un'altra delle loro terribili invettive, scaricata, come al solito, in magmatiche quanto deliranti commistioni di percussioni e slabbrature artificiali.

Accordi lancinanti e scie dissonanti, asciutte e malsane, disegnano lo scenario desolato di "Israeli Dig", vagando senza meta in uno spazio inquieto, frammentario e opaco. "Cause And Effect" riporta alla memoria i pandemoni ritmici dei Big Black, con tanto di clangori metallici e di rantoli bestiali. "Got No Soul" è sicuramente il brano più atipico del disco: il canto stranamente dimesso di Ashley si fa strada tra fiati in stile big band, rumori assortiti e una voce farneticante. Più vicina alla forma-canzone è "Everybody Loves You", con accelerazioni perentorie di chitarra e un'atmosfera cupamente grottesca.
Il senso di angoscia diventa ancora più claustrofobico in "All The Clocks Are Broken", un vortice sonico che inghiotte e rigetta, nello stesso tempo, ogni altro strumento, fino a sfiancarsi, fino al silenzio.

Altro grande capolavoro, Ask Questions Later è meno dirompente di Consumer Revolt, anche se, in ultima analisi, risulta più variegato sul piano compositivo, oltre che meglio prodotto. Da un punto di vista ideologico, quello dei CSC non è un messaggio di speranza, quanto, piuttosto, un grido disperato contro il tentativo dell'uomo di oscurare la verità del suo tempo con surrogati aberranti e indegni. Come nella "terra selvaggia" di jungeriana memoria, la musica diventa, allora, un avamposto per cercare di superare indenni le catastrofi morali e sociali del "tempo della povertà estrema" (Holderlin). Ma prima di iniziare la lotta, bisogna decidersi ad ammalarsi completamente, rinunciando a ogni pseudo-verità sull'intima essenza del mondo. Per questo, i CSC non regalano illusioni, ma solo immagini fedeli di questo scempio esistenziale. L'oggettivazione della modernità è preludio necessario al superamento della fase nichilisticamente estrema.

Dopo questa possente trilogia, i CSC non possono fare altro che proseguire il cammino intrapreso. Così, nel 1994 pubblicano Release, rivelatosi poi essere il loro canto del cigno.

Il disco è senza dubbio quello - si fa per dire - più "mainstream" della loro carriera, con brani come "Interference" che si avvicinano, pur se timidamente, agli standard alternativi del tempo. L'entrata in organico del chitarrista Steve McMullin conferisce, senza dubbio, al loro sound nuove sfaccettature, ma, comunque, pochi brani sono davvero degni del passato. Tra questi vanno annoverati sicuramente "Ambulance Song", "Last Legs" e "It Only Hurts When I Breathe", tutte vicine agli scenari apocalittici dei precedenti capolavori.

I CSC decidono di sciogliersi, dando vita, da un lato, ai Firewater (da non sottovalutare il loro "The Ponzi Scheme") e ai Red Expendables. Inoltre, James Coleman darà poi vita, insieme con Mauro Teho Teardo, agli Here.

Geniali rinnovatori della musica industriale, vicini tanto alla solennità senza compromessi di Foetus, quanto all'anarchia ritmicamente febbricitante dei Big Black, i CSC hanno scritto pagine di una forza espressiva inquietante sui traumi psicologici della società di fine '900. La loro musica riecheggia il costruttivismo russo per la tensione geometrica con la quale le sorgenti sonore vengono amalgamate. Tuttavia, ciò che si agita nel sottosuolo è un urlo desolato di munchiana memoria.

"La 'terra selvaggia' è lo spazio dal quale l'uomo può sperare non solo di condurre la lotta, ma anche di vincere".
(Ernst Junger)

Cop Shoot Cop

Sinfonie della paranoia

di Francesco Nunziata

Eredi della no wave ma anche della "Danza Moderna" dei Pere Ubu, i Cop Shoot Cop hanno realizzato alcuni dei più inquietanti capolavori industrial dell'ultimo decennio del '900. Tra rabbiose invettive, cupe visioni e agghiaccianti psicodrammi
Cop Shoot Cop
Discografia
 Headkick Facsimile (Ep, Supernatural Organization, 1989)

 

 Piece Man (Ep, Vertical, 1989)

 

Consumer Revolt (Big Cat, 1990)

 

 White Noise (Big Cat, 1991)

 

 Suck City (Atlantic, 1992)

 

Ask Questions Later (Interscope, 1993)

 

 Release (Interscope, 1994)

 

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

COP SHOOT COP

Ask Questions Later

(1993 - Interscope / Atlantic)
Gli spaventosi sermoni post-industriali della band newyorkese

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