Attilio Novellino

Attilio Novellino

Un vortice di drone dal profondo sud

intervista di Raffaello Russo, Mirco Salvadori

Protagonista di uno degli album ambient-drone più stimolanti del 2012, il sound-artist calabrese Attilio Novellino racconta delle ispirazioni che presiedono alle sue creazioni musicali e alle tante collaborazioni nelle quali è impegnato. Scopriamo insieme a lui come le sue sperimentazioni abbianot trovato cittadinanza nel difficile contesto italiano, in particolare meridionale. 

Sarà banale, ma forse potrebbe ancora stupire vedere uno sperimentatore elettronico italiano, tanto più proveniente dal profondo sud della penisola. Come vivi la tua collocazione geografica? Ritieni che il tuo ambiente d'origine abbia influenzato il tuo approccio alla musica?

La Calabria è una regione particolarmente diffidente rispetto a quelle proposte artistiche che non affondano le proprie radici in tradizioni culturali ben consolidate sul territorio e che per essere apprezzate richiedono una particolare propensione verso linguaggi contemporanei.
Chiunque, da queste parti, intenda muoversi sui territori della sperimentazione è consapevole di avere pochissimi interlocutori con i quali poter dialogare, mi riferisco ad artisti affini, operatori culturali attenti e pubblico potenzialmente interessato a proposte che divergono dai modelli diffusi. Le occasioni di partecipare ad eventi stimolanti da un punto di vista artistico sono ridotte specialmente in ambito musicale. Nella mia città, escludendo "Diagonal Jazz", rassegna musicale a cavallo tra jazz e sperimentazione che Riccardo Mottola porta avanti caparbiamente da diciotto anni con competenza, gusto e notevole coraggio, non esiste un contenitore interessato a recepire istanze sonore innovative e proporle al pubblico.
Tutto questo, unito a una posizione geografica periferica, mi fa percepire un isolamento forse ancora più marcato rispetto a quello di chi vive in un centro ugualmente piccolo ma situato al centro-nord, anche se la recente apertura di un museo dedicato all'arte contemporanea in città e le iniziative di alcune fondazioni mi portano a pensare che qualcosa stia cambiando.
L'ambiente nel quale vivo e sono cresciuto ha avuto un'indubbia influenza sulla mia vita, è probabile quindi che abbia giocato un ruolo anche nel mio approccio alla musica, sebbene in modo indiretto. Ho sempre pensato che la mia generazione abbia avuto ben poche possibilità di sviluppare gusto e sensibilità contemporanee, a causa delle scelte discutibili di chi ha curato la programmazione musicale nella città e abbia corso seriamente il rischio di assimilare, quasi passivamente, i modelli che questo ambiente stagnante e autoreferenziale si è ostinato a veicolare negli anni con superficialità e approssimazione.
Internet ha rappresentato per me una via d'uscita decisiva, mi ha fornito gli strumenti necessari per superare i pregiudizi e i limiti propri di questo contesto, consentendomi di sviluppare la mia sensibilità musicale in piena autonomia. Difficilmente avrei potuto farlo senza le possibilità offerte dalla rete.

Dall'esordio "Anonymous Said" a "Through Glass", primo disco sotto il tuo nome di battesimo, sono passati tre anni e sono mutati anche i canali attraverso i quali diffondi le tue produzioni. Ci racconti come hai trascorso questo periodo di tempo e quali stadi di sviluppo ha attraversato la tua ispirazione artistica?
Ho trascorso questo periodo lavorando a una serie di progetti che hanno assorbito gran parte del mio tempo libero, sono andato avanti senza sosta per quasi due anni e mezzo, fino a quando, ormai svuotato, sono stato costretto a fermarmi per ricaricare le batterie. È stato un periodo davvero molto intenso e ricco di stimoli che posso ricostruire solo per grandi linee.
Subito dopo la pubblicazione di "Anonymous Said" ho messo su, insieme con Enrico Coniglio, una compilation di artisti italiani dedicata all'elemento acqua."Underwater Noises" è stato il punto di partenza di una più ampia collaborazione con alcuni degli artisti coinvolti, che si è protratta nel tempo, articolandosi in ulteriori iniziative, come per esempio "Loud Listening", uscito il primo maggio per Crónica Electronica, lavoro incentrato su field recordings registrati in quattro diversi siti industriali italiani e su una serie di remix di questi suoni realizzati da artisti internazionali, fra i quali Lawrence English, Campbell Kneale (Our Love Will Destroy The World) e Mathias Delplanque.
Ho condiviso, poi, molte esperienze col mio amico Saverio Rosi (Leastupperbound).
Negli ultimi anni, tra progetti in studio e live set, siamo anche riusciti a dar vita a un trio, i Sentimental Machines, insieme a Gianfranco Candeliere, altro amico e musicista calabrese. "The Silent Bride" è stato il primo (e finora unico) disco del gruppo a vedere la luce nel 2010, dal momento che lo tsunami giapponese dello scorso anno, unito a qualche "incidente diplomatico", si è portato via anche il nostro programma: disco per l'etichetta giapponese Slow-Flow e tour nel Sol Levante per il quale erano state già fissate le date.
In tutto questo tempo un pensiero costante l'ho dedicato a "Through Glass"; ci sono voluti due anni pieni per dare una forma concreta alle idee che avevo disseminato subito dopo la release di "Anonymous Said". Portare a termine il lavoro è stato come ritrovare la via di casa dopo un lungo viaggio.

Oltre alla tua attività solista, hai già intrapreso alcune collaborazioni e contatti anche internazionali: che esperienze ne hai tratto? C'è qualche artista con cui ti piacerebbe lavorare in futuro?
Negli ultimi anni ho dedicato parecchio spazio alle collaborazioni, perché credo nell'importanza delle relazioni umane e artistiche.
Ho rapporti con artisti italiani e stranieri che stimo e che sento vicini, con alcuni di questi mi è già capitato di lavorare, con altri invece c'è la comune intenzione di farlo in futuro.
Sicuramente tutte le collaborazioni che ho portato avanti fino ad ora mi hanno arricchito, facendomi percepire il suono secondo prospettive inedite, inusuali o anche leggermente differenti dalla mia, regalando, ogni volta, nuove sfumature alla mia musica. Sono state un'importante occasione di crescita.
Bisogna mettere in conto anche difficoltà, incomprensioni e scontri dovuti alle diverse sensibilità dei soggetti coinvolti che, per quanto affini, non sono mai completamente coincidenti. Ma credo che tali inconvenienti facciano parte della fisiologia di ogni rapporto umano e come tali vadano accettati.
Più che indicare nomi di artisti con i quali vorrei collaborare, penso che nel futuro mi piacerebbe riuscire a fare musica con chi mi è realmente amico. Sarebbe una gran bella cosa.

In particolare, parlaci degli "argonauti" che ti hanno accompagnato nel viaggio riassunto in "Through Glass", artisti per nulla estranei a un mondo elettronico in continua espansione.
Nell'album ho avuto il piacere di ospitare tre artisti che stimo molto: Enrico Coniglio, Ennio Mazzon e Alessio Ballerini.
Tutti e tre negli ultimi anni hanno pubblicato ottimi album che si distinguono per ricerca e gusto stilistico, oltre ad aver dato vita a gruppi, etichette e iniziative che contribuiscono ad alimentare una scena che, a mio avviso, non ha nulla da invidiare a quelle più celebrate e maggiormente supportate presenti in altri Paesi.
Il contributo che hanno dato al disco è stato molto importante, ha arricchito indubbiamente il mio lavoro. Approfitto della domanda per ringraziarli ancora una volta.
Condivido con loro anche altri progetti che, si spera, vedranno la luce a breve.
Vorrei citare anche Peter Kutin, artista austriaco che ha curato il mastering del disco, attribuendo un certo calore analogico al mio sound, e Bartholomew Owl degli scozzesi Eagleowl, che è stato estremamente gentile e disponibile nell'autorizzarmi a manipolare un campione tratto da un brano della sua band.

Al di là delle collaborazioni esplicite, quali riconoscimenti hai ricevuto dall'estero?
Devo dire che "Through Glass" è stato accolto molto bene dalla stampa internazionale, numerose riviste e webzine straniere che hanno recensito il disco lo hanno apprezzato, mettendone a fuoco le caratteristiche essenziali. Continuo a ricevere, con gran piacere, apprezzamenti da artisti che stimo o da semplici ascoltatori stranieri. Sono stato invitato a partecipare ad alcune compilation per label estere, tra cui Basses Frequences e Futuresequence. noltre sono stato invitato al "Rhiz" di Vienna per un live set in occasione del quarto compleanno di Valeot, è stata una bella esperienza e ho ricevuto un'ottima accoglienza, spero di avere altre opportunità simili in futuro.

Nel vasto universo descritto dalla tua scrittura sonora, esiste un angolo abitato dalle Macchine Sentimentali. Potresti soffermarti un attimo e descrivere cosa è stato quel meraviglioso episodio conosciuto col nome di "The Silent Bride"?
"The Silent Bride" è un disco dei Sentimental Machines, band di cui faccio parte insieme agli altri due artisti calabresi Saverio Rosi e Gianfranco Candeliere, pubblicato circa un anno fa da Laverna net-label e di cui esiste anche una full edition in cd-r con due tracce bonus (Discreet Records). Quel disco ha permesso l'incontro della nostra sensibilità artistica con quella di Emanuele Tonon, scrittore goriziano autore di un romanzo formidabile quale "Il Nemico", edito da Isbn.
Ricordo il giorno in cui Saverio mi passò il suo libro, le emozioni che provai leggendo un testo così aspro, tagliente e disperato. Fu subito chiaro a tutti e tre che la nostra musica e le sue parole si muovevano su scenari simili. Gli chiedemmo alcuni reading di brani tratti dal suo libro e impostammo un concept album basato sulla seconda parte del suo romanzo, intitolata "La sposa muta".
Per quel disco ci comportammo quasi come una rock-band, con tanto di sessioni di improvvisazione e di registrazione in studio, volevamo sperimentare soluzioni differenti dal solito.
Ricordo il duro lavoro di editing e missaggio fatto con Saverio nel suo piccolo studio per cercare l'equilibrio giusto per quei brani, l'emozione di avere fra le mani anche le tracce vocali di Emanuele.
Proprio qualche giorno fa ho riascoltato quel disco dopo circa un anno. Sicuramente è una produzione estremamente cupa, sentita e ingenuamente vera.

Torniamo al suono puro e alle sue componenti: field recording, tu ne fai un buon uso
Lo considero uno dei possibili elementi da utilizzare quando compongo i miei brani. Credo che in alcuni casi la manipolazione del field recording e la sua commistione con i suoni possa generare risultati molto interessanti.
Le registrazioni ambientali che ho inserito nel disco hanno tutte un significato preciso e sono legate ad esperienze particolari che ho vissuto nell'atto della registrazione. Per esempio "Amber Alert" contiene la registrazione di un coro che ho ripreso in una chiesa della mia città, tentando di immortalare l'austera sacralità che sembrava scaturire da quelle preghiere rassegnate, rituali e severe. Ho costruito l'intero brano partendo da queste registrazioni. Più spesso invece aggiungo le registrazioni di campo solo in un momento successivo come ho fatto in "Sirens". In questo brano ho giocato a confondere le urla dei bambini che si sentono nella seconda parte con i riverberi del suono che fluisce attraverso un particolare equalizzatore, mi piace molto il contrasto che si crea.

I software con i quali plasmi la tua musica rappresentano per te un mero supporto "tecnico" o incidono anche sul momento creativo?
I software per me sono sicuramente uno strumento creativo importante. I miei brani possono partire indifferentemente da uno strumento analogico o dalla manipolazione di un software. Non distinguo nettamente le fasi che mi portano ad avere le varie tracce sul mio sequencer. Sicuramente il momento che mi esalta maggiormente e' il missaggio delle varie tracce, credo che sia l'atto più importante della mia composizione nonché quello che mi diverte di più. Purtroppo la strada per arrivarci è spesso lunga e non sempre facile da percorrere, come ho già spiegato in precedenza.

Sul tuo sito definisci la tua musica "drone-gaze": quali elementi pensi di aver tratto dai due termini della definizione? E quali sono i tuoi riferimenti prediletti nell'uno e nell'altro ambito?
Ho usato quel termine in modo anche un po' ironico in realtà, però mi pare sintetizzare le caratteristiche del mio suono attuale abbastanza bene.
Dallo shoegaze penso di aver tratto l'attitudine ad innalzare un muro di suono fatto di stratificazioni melodiche, l'uso "sconsiderato" del riverbero e delle distorsioni, la passione per i suoni saturi e le voci distanti, impalpabili ed eteree, una certa "confusa" malinconia di fondo. Ma a differenza delle classiche band del genere non propongo questi elementi all'interno di brani che hanno una struttura pop-rock e una melodia orecchiabile, ma li inserisco in composizioni che procedono in senso orizzontale, stratificandosi e acquistando progressivamente uno spessore, il che fa muovere l'insieme su dinamiche vicine al drone.
Dello shoegaze ho sempre amato due band storiche come Slowdive e My Bloody Valentine e inserirei un moderno "shoegazer" quale Christian Fennesz, per quanto riguarda il drone invece potrei citare Campbell Kneale con il suo vecchio progetto Birchville Cat Motel, Lawrence English, Jefre Cantu-Ledesma e Tim Hecker, ciascuno di loro ha prodotto splendidi lavori per certi versi ascrivibili alla drone music.

Quale peso attribuisci all'aspetto concettuale e a quello visuale nell'elaborazione e nella presentazione delle tue opere?
Ritengo importante che dietro un lavoro discografico ci sia un'elaborazione concettuale di una certa profondità che renda chiari gli intenti, le finalità di un artista ed aiuti a capire la dimensione della sua opera, ma presto molta attenzione a scongiurare sconfinamenti in atteggiamenti cattedratico-accademici nei quali è facile incorrere quando si cerca di fornire una rappresentazione teorica della propria musica.
Sono convinto che il suono trovi in se stesso una giustificazione che legittima pienamente la sua esistenza, che rende superflua ogni ulteriore indagine e che è va al di là di qualsiasi parola.
Anche quello visuale è un aspetto che mi sta molto a cuore e che non potrei certamente ignorare, dal momento che tendo ad associare colori e rappresentazioni grafiche ai suoni. Credo si chiami sinestesia.
La fotografa Veronica Vallini mi ha aiutato a dare una veste grafica al lavoro curando l'artwork del disco, con le sue bellissime opere fotografiche e permettendomi di utilizzarne altre per il mio sito web -unvorticedibassapressione.com-, mentre Cristina Buttignoni e Roberto Bressa, aka freccia&caburo, hanno realizzato un video per "Sirens" che credo faccia da perfetto supporto visuale al brano. Voglio ringraziarli ancora una volta per la collaborazione e per lo straordinario supporto che continuano a offrirmi.
Ho collaborato in passato con alcuni video artist, ma le nostre collaborazioni si sono esaurite in una singola performance, mi piacerebbe poter intraprendere rapporti più stabili per il futuro.

In particolare, come nasce la fascinazione per il vetro, materiale al quale hai di fatto dedicato "Through Glass"? Trovi che le immagini associate al titolo del disco e a quelli dei brani ne simboleggino adeguatamente il contenuto?
Tutto è iniziato con un set di fotografie di luci filtrate attraverso il vetro, che ho realizzato giocando molto con la saturazione delle diverse tonalità di colore.
Ho riflettuto sui sorprendenti risultati che si ottengono indirizzando un fascio di luce contro un corpo trasparente quale il vetro o ponendolo a contatto con la superficie corporea di organismi marini come le meduse, dotate di simili caratteristiche di trasparenza, e con alcuni abitanti degli abissi, luogo nel quale la luce non è presente in condizioni naturali. Il vetro e i pesci dei fondali così, da bersaglio divengono fonte di luce. Disegnano figure astratte costituite da stratificazioni di riflessi, proiettano sagome, mostrano intarsi di colori fluorescenti e ombre, quasi a voler imporre la propria presenza nello spazio, cessando di essere materia neutra grazie alla propria capacità "plastico-distorsiva".
Ho immaginato di poter ottenere un risultato simile provando a condurre il materiale sonoro con cui ho maggiore confidenza in un percorso analogo, nel quale il suono prende il posto della luce mentre il vetro è sostituito dai filtri di segnale audio, principalmente delay, riverbero, pitch shifter, spectral Eqs e distorsioni digitali.
Per quanto riguarda i titoli posso dire che non sono mai casuali, li scelgo con molta attenzione. Dietro ogni titolo c'è sempre una storia o anche solo un'immagine o una sensazione che voglio associare alla musica o che esprimo attraverso il suono.
In alcuni casi i brani del disco si inseriscono sin dall'inizio nel discorso "concettuale" ("Sirens", "Llyria"), in altri nascono da suggestioni non direttamente riconducibili ad esso ("Ex-butterfly", "Her Red Shoes", "Snapshot Of A Loss").

Musica simile alla tua non è sempre facile da presentare nella dimensione live; come sono strutturate le tue performance dal vivo?
Ho sperimentato soluzioni diverse nei set che ho proposto finora, utilizzando in alcuni casi esclusivamente il laptop e in altri anche strumenti diversi.
Le cose cambiano a seconda del contesto e sopratutto della presenza di altre persone sulla scena. Quando mi presento insieme ad altri, la possibilità di interagire con le persone coinvolte può spingermi a sperimentare performance improvvisate e fuori controllo, come è successo nell'ultimo live fatto con Leastupperbound e gli Ahleuchatistas a Catanzaro per la winter session di "Diagonal Jazz". In questa performance ho scelto di generare il suono da trattare elettronicamente percuotendo la mia chitarra con una bacchetta e utilizzando un e-bow per garantire sostegno al segnale audio; il coinvolgimento fisico è stato notevole e i danni riportati dalla mia chitarra, che peraltro ancora attendono di essere riparati, ne forniscono una testimonianza tangibile.
Quando mi esibisco da solo preferisco invece restare più vicino alla mia dimensione abituale,
basando le mie performance esclusivamente sulla gestione e sulla manipolazione live di samples.
Attualmente oltre al laptop e a un controller, utilizzo un sampler e una serie di effetti a pedale.
Questo approccio mi consente di gestire i suoni e combinarli come se avessi a che fare con una grossa tavolozza di colori. Mi sembra il modo migliore per presentare la mia musica. Non considero l'essere coreografico una priorità, l'importante è che dalle casse venga fuori un suono che mi rappresenta totalmente.

Cosa pensi dell'attuale modo di fruizione e diffusione della musica? E come ritieni che su di esso abbiano influito le possibilità offerte dalla Rete?
La rete mette a disposizione moltissima musica accessibile in qualunque momento e spesso offerta in modo del tutto gratuito.
Questo ha comportato a mio avviso una banalizzazione dell'atto dell'ascolto.
Spesso ci si limita ad ascoltare distrattamente quello che la rete offre ogni giorno saltando da un brano all'altro senza porre la dovuta attenzione su ciò che si sta ascoltando, dimenticando che
questo breve, distratto e rapido assaggio non ha nulla a che vedere con la riflessione, con l'ascolto reiterato e attento che merita un artista che si desidera capire a fondo.
La possibilità di scaricare la musica in formato digitale ha comportato una drastica riduzione della vendita di dischi e la contrazione di un mercato discografico già atrofico, con una conseguente riduzione degli investimenti fatti delle etichette.
A pagare il prezzo maggiore sono gli artisti esordienti o poco conosciuti, poiché sempre meno etichette sono disposte ad investire su chi, pur avendo uno spessore artistico che la label riconosce, non può vantare un sicuro seguito in termini di vendite e quindi un ritorno economico.
Molte label poi sono costrette a chiudere, dopo poco tempo dalla loro nascita pur veicolando ottima musica, perché non riescono neanche a coprire le spese sostenute con gli introiti derivanti dalla vendita dei dischi. Questo è molto triste.
Non ho nulla contro la distribuzione digitale a pagamento della musica e ne sono anche un fruitore, spero però che i cd e gli lp si continuino a stampare e a vendere ancora anche in futuro.
Il download illegale invece, pur essendo uno strumento con delle potenzialità non indifferenti anche da un punto di vista culturale, non può essere accettato completamente per la sua tremenda iniquità.
È infatti lesivo e potenzialmente letale tanto per le label che per gli artisti indipendenti. I sacrifici che si fanno per la stampa di un cd e l'investimento in termini di denaro, sforzi ed energie meritano indubbiamente la spesa di qualche euro che l'acquisto del disco richiede.

(13/05/2012)

Discografia
 UN VORTICE DI BASSA PRESSIONE 
   
 Anonymous Said (Inglorious Ocean, 2009) 
   
   
 ATTILIO NOVELLINO 
   
 Lost Days (CD-R, ltd, Small Doses, 2012) 
 Through Glass (Valeot, 2012) 
 Objects In A Mirror Are Closer Than They Appear (with S. Rosi, R. Mazurek & T. Barnes, Discreet, 2014)
 
 Lanificio Leo (with Saverio Rosi, Crónica, 2015) 
   
   
 SENTIMENTAL MACHINES 
   
 Less (Dronarivm, 2014) 
pietra miliare di OndaRock
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(2012 - Valeot)
Un magma sonoro denso e dal movimento incessante per il soundartist calabrese

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