25/07/2005

Sigur Ros

Cavea dell'Auditorium, Roma


di Piero Merola
Sigur Ros

Non poteva essere scelta una location migliore per la prima data italiana del tour estivo della band islandese, la cavea dell’Auditorium di Roma, l'impianto open-air progettato da Renzo Piano. Struttura e acustica perfetta a parte, questa di stasera non sarà solo una questione di acustica. Ci sono loro, i Sigur Rós, uno dei più talentuosi fenomeni musicali tra i recenti nomi nuovi della scena rock. Anche se sono ormai passati otto anni dall’inizio della loro imprevedibile ascesa. Forti di un seguito ormai nutritissimo, rischiano come solo i maestri Radiohead osano, proponendo un set quasi per metà composto da brani nuovi e sconosciuti. Tenendo però bene in considerazione che tre dei sette estratti dal nuovo album, “Takk…” sono comunque già noti ai fedelissimi perché eseguiti dal vivo nell’ultimo tour e in brevi apparizioni live. Cionondimeno, è un rischio che può essere corso solo da una band di un certo livello. E loro, nonostante la peculiare timidezza e umiltà, superano l’ostacolo con sicurezza da veterani.

La cavea è quasi gremita. Il propedeutico prologo spetta alle Amina, quartetto d’archi, ma non solo, formato da quattro carinissime ragazze, anche loro islandesi, preziosissime collaboratrici della band, che presentano il loro Ep “AminaAmina”. Preludio e assaggio delle atmosfere che caratterizzeranno la serata. Suite strumentali con accenni di loop e sperimentazioni ambient. Tra gli occasionali strumenti spiccano una sega e dei bicchieri. Da segnalare il candore di ”Fjarskanistan e l’ipnosi di “Blaskjar“. Una voce, adeguata, le renderebbe davvero interessanti.

Con altrettanta modestia, dietro a un particolare sipario a tre tende salgono sul palco i veri protagonisti della serata. Dopo un angosciante sottofondo introduttivo, si parte con ”Glósóli”, il primo inedito della serata. Una strana percussione gracchiante guida le stridenti evanescenze tastieristiche. Si materializza la voce, celestiale e trasognata, per una solennità rotta solo nel vertiginoso crescendo finale con gli improvvisi tuoni di basso e batteria che iniziano a scolpire il ghiaccio in un vortice che all’improvviso sfuma in un lontano tripudio di campanellini.
Jonsi impugna il fedele archetto del violino in quella postura che lo rende unico e inconfondibile, anche nella sagoma dell’ombra proiettata nello schermo retrostante. La lunga introduzione è accolta da un boato. E’ il vecchio gioiello “Ný batterí”, uno dei momenti più pop della serata. Pop a modo loro, inteso come immediatezza melodica, perché la malinconia resta sempre la regina incontrastabile nell’altalena emotiva scandita dall’organo che sostituisce i fiati. Sempre da "Agætis Byrjun" l’altro brano che li ha resi famosi, l’incantevole inno dei ghiacci, "Svefn-g-englar". Un turbine emozionale di dieci minuti con il commovente cantato di Jonsi, avvolgente e ammaliante. Sollievo e disperazione.

Dopo la nostalgia tornano sul palco le Amina e con loro tornano le novità. In hopelandic (letteralmente: speranzese, il linguaggio personale modellato da Jonsi, fatto di vocalizzi, gemiti e gorgheggi). "Sæglópur" con il piano che tanto ricorda “Because The Night” di Patti Smith e un incedere quasi wave, da immaginare restando sempre e comunque in ottica Sigur Rós. Le spirali ritmiche sono squarciate da gelidi violini che strozzano il brano in un fioco torpore da cui rinasce abbagliante "Sé lest" (già nota come “Celesta”) nel suo intreccio di glockenspiel, piano e, appunto, celesta. Fiabesca da far sciogliere anche i cuori più freddi. E poi gli altri due nuovi brani non proprio inediti: sulla stessa linea la romantica ”Miláno”, che si distingue però per una sferzata orchestrale che fa da spartiacque tra i due momenti soft del brano; e l'assai più cupa ”Gong” (la migliore tra le nuove) con la sua ritmica dark e la rabbia finale, che come al solito implode timorosa nella quiete della chiusura.

Poliedrici più che mai - Orri, il batterista, si alterna allo xilofono con Jonsi, mentre Kjartan si divide tra tastiera e chitarra - i Sigur Rós presentano l'ultima novità della serata, l’indiretto tributo ai Radiohead nel velato decadentismo di ”Andvari”.
L’archetto del violino ondeggia sempre leggiadro. Sembra quasi dirigere le caleidoscopiche immagini che scorrono sullo schermo mischiandosi ai bagliori del decisivo accostamento di luci e colori. Uno scroscio di applausi accoglie "Vaka", il brano d’apertura del terzo album, l'untitled( )”: piano notturno e stridenti sviolinate su chitarra per uno dei momenti più toccanti e meglio interpretati. Sette minuti di suggestioni lunari e brividi lungo la schiena. Non possono mancare in una cornice audio-visiva di tale suggestione due tra i brani più cinematografici del repertorio. Il primo è "Viðrar vel til loftárása”, lo straziante dialogo tra piano e archi che sembrano parlare. La voce di Jonsi sembra nascondersi intimidita fino all'intermezzo silenzioso di cinque lunghi secondi. Cinque secondi di apnea in un parossismo che innesca un geyser sinfonico frastornante. Il secondo è la marcia artica di ”Njósnavélin” (quella di "Vanilla Sky" che ha fatto innamorare mezza Hollywood), che alleggerisce l'atmosfera.

Anche perché prima c'è ”Haffsol”, l'unico estratto dall'acerbo esordio "Von", introdotta dalle bacchettate sul basso del diligente Georg. Epica e solenne, con la scintillante accelerazione finale guidata dall'incontenibile batteria di Orri. La voce si supera. Come nella festosa esplosione della natura nel post-rock paradisiaco di "Olsen Olsen", tra rallentamenti quasi walzer e fughe orchestrali di flauto e pianoforte. E infine la lunga cavalcata onirica di "Popplagið", il brano di chiusura di "()".

Il climax fatto canzone (pur essendo i Sigur Rós lontani anni luce dalla forma-canzone intesa in senso tradizionale). Il sipario scende lentamente. Dai sussurri che si arrampicano sul vellutato arpeggio al crescendo che prelude all'impetuoso finale. L’ultima spietata tempesta che frantuma il ghiaccio dopo due ore di luci, ombre, fragori e silenzi. Cala definitivamente il sipario. Tutt’altro che loquaci, i nostri abbandonano il palco silenziosi e schivi. A capo chino, come quattro folletti estasiati. Ma ritornano, un po' a sorpresa, per l’inchino finale senza aggiungere una sola parola. Loro ringraziano così.

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