14/07/2006

Elettrowave

Centro Affari e Convegni, Arezzo


di Nicola Minucci
Elettrowave

Mettiamo le mani avanti. E’ vero che Elettrowave è una manifestazione che si estende nell’arco di due giorni, ma io ho partecipato solamente alla serata di venerdì 14, sulla carta la più golosa e di gran lunga. E poi, cercate di capirmi. La notte del 15 vede protagonisti soprattutto Alex Neri e la banda del Tenax. Bravi, ma me li vedo almeno una volta ogni due mesi, e dove abito io la stessa sera c’è Eva Henger: la vita è fatta di priorità…
Ma raccontiamo com’è andata la serata. L’Arezzo Wave, di cui Elettrowave è una costola, serve un aperitivo che vale il piatto principale. Il mio compagno di viaggio e io non vi rinunciamo certo, vista anche l’affinità fra quello che viene proposto sul Main Stage dello stadio e quello che ci gusteremo in nottata al Centro Affari e Convegni. Causa ritardi vari ci perdiamo le CocoRosie, delle quali vediamo solo l’ultimo pezzo. Sembrano più a loro agio di quando le vidi a Torino un anno fa (spettacolo rovinato da un pessimo quanto invadente MC), ma posso dire ben poco. Peccato.

Dopo una manciata di minuti sale sul palco Carl Craig, ultima vera leggenda detroitiana, ed è evidente fin da subito che stasera ricoprirà Arezzo di polvere d’infinito. Lui, interamente vestito di bianco, è al centro del palco. Si occupa di due laptop e ammennicoli vari. Alla sua sinistra un tastierista, alla destra un batterista, entrambi provenienti dalla Motown. Nella sua esibizione Craig decide di deliziarci con la traduzione in musica del suo spirito errante. Quello che ne viene fuori sono sinuose infiltrazioni di ghiaccio bollente dal respiro cosmico, un pulsante unicum göttschinghiano che lega pezzi sì diversi, ma accomunati da un senso di crescita costante e da un’ineguagliabile raffinatezza che non dimentica la sua anima techno neanche quando i battiti si fanno più rarefatti.
Verso metà concerto (un’ora circa in totale) si ferma e parla. Ci ringrazia e promette una seconda mezz’ora di romanticismo… Chiede al tastierista di suonare qualcosa di romantico, e – ragazzi, ve lo giuro! – si mette a cantare un pezzo di puro soul, con voce profonda quanto basta: non è Isaac Hayes, ma è geniale. Il pubblico è sbalordito. Nella canzone ci racconta che ci ama, e intanto ride, ammicca, si arruffiana: è un leopardo, e ha già conficcato i suoi artigli nei nostri cuoricini techno.
Poi ricomincia l’ascensione. La tastiera si fa ancora più jazzy, il batterista gioca con l’attrezzatura elettronica, il crescendo di suono ed emozioni è irrefrenabile. Anche l’uomo al centro del palco sente il montare della tensione, e si prodiga ancora con il microfono, mettendo in loop respiri e brevi accenni di urla, per poi dare vita a uno spoken metronomico su uno degli ultimi pezzi.
Ormai è ufficiale: è venuto a portarci l’amore. Anzi, l’Amore. Perfetta la conclusione: appena gli strumenti si tacciono, corre sul palco il figlioletto che lo abbraccia.

Per Laurent Garnier la missione si fa dunque proibitiva. Un live all’altezza di quello che lo ha preceduto significa dare tutto e qualcosina di più. Garnier, ultimamente, è spesso protagonista di dj set onesti, senza lode e senza infamia, ma un po’ lontani da quelle generosissime sessioni di qualche anno fa, che conquistavano l’anima prima ancora delle gambe. Visto dal vivo anche nel 2004, pure in quell’occasione mi sembrò un Garnier in tono minore, divertente, ma in qualche modo frenato. Non mi faccio eccessive illusioni, dunque. Il buon Laurent stasera si esibisce insieme al pianista jazz norvegese Bugge Wesseltoft, che con lui ha collaborato in “The Cloud Making Machine”, l’album dell’anno scorso. Non sono soli sul palco, perché ad accompagnarli c’è anche il sassofonista Philippe Nadau. Sappiamo tutti che operazioni di questo genere sono rischiosissime. A passare alle compilation ibizesche ci si mette un attimo. In più, ad annunciare il disastro ci si mette anche la tecnologia: problemoni al campionatore, che tira le cuoia al primo brano. Si interrompe tutto, e Garnier chiede cinque minuti al pubblico per riparare il guasto.
I cinque minuti diventano un quarto d’ora, forse anche di più, poi la ferale notizia: “Non sono in grado di farlo funzionare, posso fare solo cinque pezzi, è davvero tutto quello che posso fare”. Gli ingredienti ci sono tutti per la tipica serata storta che i musicisti raccontano nelle interviste quando chiedono loro di parlare del loro peggior concerto di sempre. E qui, invece, arriva lo schiaffone in piena faccia, e si vede la grandezza del Garnier musicista e uomo. Il vecchio leone raver tira fuori la criniera e torna il ragazzo che, a Parigi quando ancora non era nessuno, regalava al pubblico epici set di una notte e poi proponeva ai primi tre superstiti che si offrivano volontari di salire sulla sua macchina e farsi un weekend di pura distruzione a Londra, partenza immediata.
Su quel che resta della sua attrezzatura, Garnier spende tutto, in un concerto che comunque si aggira intorno all’ora di durata e in cui include ogni ingrediente rimasto. Breakbeat o ritmiche in squadrati quattro quarti, la fisicità, il gran lavorio di Wesseltoft accanto a lui, i fiati di Nadau ossessivi e ipnotici, e perfino un MC preso in prestito dal backstage per un’improvvisazione sul secondo pezzo. Spreme se stesso, spreme i musicisti che suonano con lui, spreme le macchine, spreme i presenti con un’esibizione incendiaria. Sul palco, tutti danno il massimo per l’obiettivo finale. Sotto il palco, l’obiettivo è raggiunto, e le tossine solo un ricordo.
Laddove Craig puntava a un’eleganza e a un’atmosfera inarrivabili, Garnier sceglie di dare fuoco alle polveri, di non lasciare superstiti al suo passaggio. Due concerti diversissimi, eppure egualmente esaltanti: sarebbe ingiusto e sbagliato cercare un migliore.

Conclusasi l’esibizione di Mister F Com, ci spostiamo con calma dall’altra parte della città. L’Elettrowave inizia a mezzanotte, ma i grandi nomi arrivano a partire dalle tre, una buona mezz’ora dopo che abbiamo varcato i cancelli.
Lo spazio del Centro Affari e Convegni ospita ben quattro palchi, divisi in altrettante sale, alle quali se ne aggiunge una quinta di decompressione, dove viene diffusa musica chill-out. Una specie di rave più composto, possiamo dire. Gli artisti più importanti si esibiscono nella Main Room, mentre nella Super Room è di scena un po’ di techno tricolore. La stanza denominata Different Beats si definisce da sola, mentre al Cabaret Electronique passano giovani promesse.
Appena arrivati ci attira un duo francese che suona sul piccolo palco del Cabaret Electronique. I due si chiamano Horny Chicken, e sono una pittoresca coppia che fa intuire il suo spirito sin da come si presenta. RayBan a specchio stile Cartman poliziotto, sudore, mimica da invasati. Lei sfoggia un vestitino porno-lolita rosso a pois bianchi con cerniera, lui canottiera, cranio rasato e il tatuaggio definitivo: tre grossi quadrati neri sul braccio destro. La loro musica è altrettanto al limite. Techno dalle ritmiche martellanti (avete presente Miss Djax? ecco) alla quale abbinano siglette sceme, yodel, voci zuccherose. A metà fra l’esilarante e l’allucinante. Ci lasciano baciandosi appassionatamente. Divertenti.

L’esibizione degli Horny Chicken ci fa dimenticare che nella Main Room i Plaid suonano già da un quarto d’ora. Il loro programma è semplice quanto efficace: portare anche ad Arezzo il loro ultimo lavoro fresco di stampa, il cd/dvd “Greedy Baby”, frutto della collaborazione con il regista/videomaker Bob Jaroc, presente anche stasera per accompagnare i suoni di Handley e Turner con alcuni remix dei suoi visual.
Il suono è ruvido, duro, eppure non tralascia quella melodia robotizzata della quale i Plaid sono sempre stati maestri. Il loro live è tagliente, troppo in our face per farci venir voglia di abbandonarlo per andare a vedere cosa combina Morgan Geist sul palco “Different Beats”. La metà più nota dei Metro Area dovrà pazientare fino alla prossima volta per vedersi recensita su Onda Rock…
Ma in effetti alle tre sono programmati molti nomi interessanti: dobbiamo rinunciare anche ai bravi Who Made Who. Intanto fluiscono i suoni e le immagini, e il coinvolgimento è totale: non pensiamo a nient’altro. Da un lato l’elettronica spigolosa ma elegante e quasi ballabile dei Plaid, dall’altro i video di Bob Jaroc, perfetto accompagnamento al misto di estasi e denuncia del duo. Infatti i Plaid hanno già da tempo intrapreso un discorso politico (vi ricordate il video di “Itsu”?), e adesso l’impegno si fa ancora più esplicito. La guerra in Iraq, Bush, la Cnn, le contraddizioni umane passano in velocissimi flash. Tutto scorre, come i palazzi e le case che accompagnano un altro brano: Handley, Turner e Jaroc seducono e sconvolgono, in un live d’impatto, sonoro come visivo, ben più forte di quel che ci saremmo potuti aspettare. Concludono con un pezzo di breakbeat tellurico, potentissimo, il brano che più di tutti ci farà sudare nella serata. Devastante. Devastanti.

Finiti i Plaid è il momento di Carl Craig, ma stavolta impegnato in un dj set di un’ora e mezza. E’ impossibile non volergli bene: è generoso, e dopo quel signor live ci/si offre ancora tanto. Nella stessa notte. Rispetto al concerto, il suo set punta maggiormente su una techno dai pochi compromessi: il suono si fa più asciutto, come è anche normale che sia. Craig è sia narratore che parte della storia della techno, e lo sa bene. Per questo in un set omogeneo e tirato include, verso l’inizio, un lussuoso Juan Atkins d’annata e, pochissimi minuti prima di concludere, piazza l’omaggio al suo maestro: un ossuto remix della celeberrima “Strings of Life”, IL superclassicissimo di Derrick May. E dopo (sono già le cinque e un quarto) si ferma pure a firmare qualche autografo e scattare foto. Ancora una volta eccezionale.

Chiude la nostra serata l’esibizione dal vivo di una giovanissima promessa in parte già mantenuta. Jimmy Edgar, anche lui di Detroit, recentemente uscito con “Color Strip”. Il ragazzo ne sa a pacchi e lo dà a vedere, riuscendo a tenere alta la tensione anche dopo il marasma emotivo di cui siamo stati testimoni e protagonisti. Armato fra l’altro di microfono tipo Ambra ai tempi di “Non è la Rai” e vocoder, il nostro snocciola ritmi e melodie oblique, a tratti quasi funky, in una sua personale visione del mondo detroitiano: ci piace ancor più che su album. Anche quando ripropone i pezzi del suo disco sceglie i più sostenuti, e li affila ulteriormente. Il techno-pop di “Heart Beat Sexual”, piazzata quasi in apertura, è tanto semplice quanto irresistibile. Il live passa veloce, e mette in mostra un talento a tratti in ombra su “Color Strip”. Il ragazzo non impressiona come quelli che lo hanno preceduto ma ha i numeri: speriamo che non si perda per strada, sarebbe un gran peccato. A chiudere, il gioiello: quando il mio orologio segna le cinque e cinquantacinque, piomba sui presenti una “My Beatz” che non fa sconti per nessuno, macchina da ballo perfetta e inesorabile. Il pubblico lo richiama e lui torna per “I Wanna Be Your STD”, probabilmente il suo pezzo più noto. Molto bene.

Usciamo che è già giorno: qualcuno rimane per il più o meno after proposto in un’altra sala, ma sono briciole elargite a chi proprio non ha sonno. Trovare un passaggio per la stazione è impossibile.
Ah, come dite? Volete sapere di Eva Henger la sera dopo? Ma dai, tanto sapete tutti com’è fatta…

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