25/03/2006

Tuxedomoon

Palamazzola, Taranto


di Mimma Schirosi
Tuxedomoon

Preceduto da un'inusuale atmosfera di ribollente attesa, capace di incuriosire anche i più scettici e lontani dal culto di devozione alle meraviglie della new wave, il concerto dei Tuxedomoon ha riempito quasi per intero gli spalti del Palamazzola.
L’ingresso lasciava presagire una non curanza invece sfatata dalla moltitudine diversamente motivata alla partecipazione all’evento. Parlare di un trend predominante, all’interno del pubblico, sarebbe riduttivo dell’assoluta varietà di target, ma chi, coerentemente a un gusto musicale assurto a modus vivendi, ci doveva essere, c’era. Stupefacente per tutti ciò che è accaduto di lì a poco: loro, assolutamente sicuri di sé, salgono, senza troppa ansia sul palco, generando il boato di rito. Sorridono, salutano, si preparano a suonare.

“Waltz”, quasi spartiacque ideale della carriera della band, apre con cautela, proseguendo sul divertissement sincopato di “Luther Blisset”, cantata dall’eclettico Steven Brown, sulla tromba complice della vecchia conoscenza caldamente teutonica di Luc Van Lieshout, e “significata”, sul maxischermo, da George Kakanakis con la creazione e proiezione simultanea di lettere pulsanti, sino al delirio finale dello strappare furiosamente le pagine di un libro gettandole al pubblico solo all’inizio dello choc.

Se Steven Brown appare un amabile, accidioso elfo dell’occulto, capace di suonare con uguale estro sax, tastiere e piano, il mesmerico, fascinoso, provocatorio Blaine Reininger, su “Here Till X-Mas”, intervalla il cantato da crooner suonando il violino con i denti e questo non può che intrappolare senza rimedio l’attenzione del pubblico, immediatamente premiato con l’esecuzione di un classico: “E ora una cosa dal passato, dalla storia...”Desire”, annuncia Blaine nel suo italiano un po’ surreale. Ed è il trionfo del basso di Peter Principle, luciferino, impeccabile, minacciosamente statico, sulla voce nervosa, ossessiva, vibrante d’inquietudine di Steven e sul ricamo del violino superbo di Blaine; il maxischermo si riempie di paganesimo, iconoclastia, nichilistica e deformante ripresa simultanea di angeli conficcati da frecce, ieratici volti femminili deturpati da baffi scuri, alternati alla mano del regista che esplora il palco, sino alla Barbie che, nel rispetto della metafora, nasconde il suo sguardo.

Per evitare che la fascinazione evapori, si torna a “Cabin In The Sky”, con la beffarda “Diario di un Egoista”, pièce da teatro dell’assurdo recitata da Blaine in un gioco di corteggiamento tra due maschere, rappresentanti il maschile e femminile, gioco sospeso sul filo del narcisismo, e rotto dal languido e sadico saluto finale nel solito italiano da irresistibile canaglia “Ciao, ciao bellezza”.
A partire da “This Beast”, il vapore diventa sulfureo: Steven canta del demonio su immagini di terribile eresia pulsante la sigla “devil inside”, mentre il regista torna a riprendere la propria mano che, in contemporanea, strappa pagine del foglio sul quale aveva scritto, come da necrologio, “Parole Morte”.
Il basso di Peter richiama la raffinata inquietudine di “Loneliness”, la cui apocalisse viene incarnata dalle foto di un’antica felicità coniugale dal volto smarrito nel buco delle fiamme.

Nel bis, della generosa durata di circa 20 minuti, l’esoterismo colto che sembra sottendere l’arte dei Tuxedomoon si esplica nel simbolismo che fa da contesto/video di “Courante Marocaine”: omini/preti, in fila, salgono su di un’ingannevole scala che, montata al contrario, porta all’inferno, piuttosto che al regno dei cieli, mentre la voce di Blaine si fa sibilare arabo da muezzin.
La nostra risalita agli inferi, descritti con onirica e inquieta visionarietà in ogni singola scanalatura, termina e restano giorni densi di stranianti flashback, inalterati dall’ingrato tempo.

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