23/11/2007

Carla Bozulich

Galleria Toledo, Napoli


di Antonio Ciarletta
Carla Bozulich

Il nuovo lavoro di Carla Bozulich uscirà su Constellation, tra febbraio e marzo del 2008, sotto il moniker Evangelista, e pare si chiamerà "Hello Voyager". Intanto per "ingannare" l’attesa abbiamo pensato bene di fare un salto alla Galleria Toledo in quel di Napoli, che tramite l’organizzazione di Wakeupandream ne ha ospitato un’esibizione, in occasione della terza edizione della rassegna "obSESSIONS".

Il passato della Bozulich dopo l’exploit di "Evangelista" è cosa ormai nota. Ne parlammo anche qui su OndaRock. Droga, prostituzione, pestaggi, e travagli vari, storie insomma che parrebbero appartenere a un film di Van Sant o a un romanzo di J.T. Leroy. E come non di rado accade in questi casi, la musica come appiglio ultimo per riscattare un’esistenza vissuta costantemente sul filo del rasoio. Non c’è che dire, la Bozulich porta in dote questo trascorso di traversie e sofferenze: sul palco quando inscena scatti di pura nevrastenia assassina se non addirittura deliri d’impotenza; ed è chiaro – dopo averci scambiato quattro chiacchiere al banchetto dei dischi - dal tono di voce non sempre uniforme, dalle movenze nervose, quasi feline, e finanche dall’aspetto fisico certamente "vissuto" (diciamo così). Tutto ciò tradisce un percorso personale di un certo tipo, comunque determinate nel definirne l’arte.
Un’arte che è cambiata radicalmente nel corso degli anni. Dagli esordi cyber-industrial con gli Ethyl Meatplow, al country-punk dei fenomenali Geraldine Fibbers, passando per la parentesi di Scarnella (molta della Bozulich di "Evangelista" è già li) con l’ex marito Nels Cline, fino agli album solisti, per non tacere della sua attività di videomaker.

La Galleria Toledo offre un luogo ideale per abbattere la barriera tra performer e pubblico, e la Bozulich non si lascia scappare l’occasione offrendo una prestazione coinvolgente a metà tra performance musicale e teatro d’avanguardia. Accompagnata dalla bassista di fiducia e da tre (ottimi) musicisti italiani, l’ex Geraldine Fibbers dà vita a un concerto dove l’improvvisazione gioca un ruolo importante, pur se improntata sul canovaccio di "Evangelista".
Entrano tra gli applausi i musicisti e si avviano alle postazioni di competenza. Lei si siede ai piedi del microfono a mo' di meditazione zen, mentre gli altri sistemano gli strumenti. Quindi i primi suoni, occasionali, disarticolati. Non riesci a capire se trattasi di un ultimo soundcheck o dell’inizio del concerto.

La Bozulich riesce a creare l’intimità necessaria parlando con il pubblico (non spesso comunque), ringraziando per gli applausi, incuriosendo l’audience con silenzi enigmatici. Vaga su e giù per il palco, gioca con il filo del microfono. C’è empatia. Poi, dopo qualche pezzo cade il gelo, allorché racconta dell’occhio nero che ne guasta il viso, "regalatole" senza motivo da uno squilibrato in quel di Parigi. Non c’è ambiguità sessuale nelle sua movenze, non serve. Il fascino che l’avvolge pare frutto di un contrasto, ovvero dell’incarnare contemporaneamente una sorta di gattina indifesa e di tigre aggressiva, in grado di ruggire quando necessario.
Certo, l’esperienza passata è un biglietto da visita non indifferente, e la Bozulich (forse) ci gioca un po’, calandosi sin troppo nel personaggio, ma tant’è. E che ben venga poi, se i risultati sono così convincenti. D’altronde cos’è la vita se non un teatro dove cambiamo maschera a seconda delle situazioni? Da Madonna a puttana il passo è breve, sembra dirci la Bozulich, abile a rendere esplicito questo percorso.

Quindi la musica, come in "Evangelista" quasi sempre implosa. Pare vi sia una netta discrasia tra la Bozulich e i suoi musicisti, che ne assecondano le evoluzioni lavorando sul climax e sulle atmosfere, salvo poi abbandonarla improvvisamente al suo destino di urla e sbattimenti. E si allontana spesso dal microfono, rendendo terribilmente vero il suo ruggire, che squarcia lo spazio d’ascolto senza mediazioni. Sembra quasi le scoppi la gola, la testa o non so che. Attendi da un momento all’altro che il sangue sgorghi copioso, e ricopra il pavimento. Si fottano i cultori delle "good vibrations", qui c’è "solo" una tensione nervosa spasmodica.

Il concerto fila che è un piacere. Passa un’ora e più come fossero cinque minuti (complice la comodità della location). I musicisti escono tra gli applausi prolungati di un pubblico evidentemente soddisfatto. Poi lei rientra e si esibisce in una cover di Marianne Faithfull (?) solo voce e chitarra, imbroccando in verità qualche stecca. Ma è parte del personaggio, no?
E’ tutto oro quel che luccica? Attendevo con curiosità questo concerto per capirlo, e la risposta non può essere che affermativa.

foto di Pietro Previti

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