06/06/2007

White Stripes

Teatro Tendastrisce, Roma


di Mauro Vecchio
White Stripes

Se una serata di musica dal vivo sia associabile a uno qualsiasi dei dischi di Bob Dylan non è dato sapere. Volendo, tuttavia, inserire nel mondo del rock il gradevole quanto inutile gioco del "se fosse", lo show romano dei White Stripes tornerebbe al 1965 di "Bringing It All Back Home". E il fatto che sia proprio la cover di "Outlaw Blues" ad aprire il riff primitivo e furioso di "Black Math" c’entra poco o nulla.
I fratellastri/ex-coniugi di Detroit stanno musicalmente "riportando tutto a casa", in quel "garage" da cui tutto è partito quasi una decina di anni or sono. Ed è una sensazione particolarmente strana, date le premesse del solito battage promozionale in supporto al nuovo tour.
In fondo è stato organizzato per portare in giro l’anteprima del nuovo disco "Icky Thump".
In fondo Jack e Meg non indossano più vestiti rossi e bianchi, ma, a giudicare dai manifesti che popolano Roma, sembrano più uscire da una storia di Lewis Carroll.
Basta, tuttavia, ascoltare le parole dello stesso Jack White per capire che, forse, la stralunata sperimentazione di "Get Behind Me Satan" è stata soltanto una parentesi. "Penso che "Icky Thump" piacerà soprattutto ai fan del nostro primo disco, forse perché rimanda a potenti sonorità hard-rock". E perché dovrebbe avere torto? L’omonima canzone macina, infatti, un riff gusto seventies pronto a spopolare su Mtv come "The hardest button to button".

Così, quale modo migliore del tribalismo singhiozzante e sinistro di "When I Hear My Name" per presentarsi davanti al pubblico dell’orrendo Teatro Tendastrisce?
Jack White appare sul palco con la sua solita aria da aspirante attore per Tim Burton e, sorpresa, è vestito interamente di rosso. Meg lancia il ritmo come una Moe Tucker più in carne e una pioggia di pallini bianchi bagna "Dead Leaves And The Dirty Ground".
Seguendo una platea già galvanizzata, si capisce abbastanza chiaramente quale sarà il viaggio a ritroso del concerto, nonostante il tentativo di Jack di farsi incitare sulla nuova "Effect And Cause" in odore più di ballata fifties che di hard-rock seventies.

I White Stripes saranno anche un duo, ma quello che si presenta alle orecchie è, a tutti gli effetti, un "one-man show" di uno scatenato chitarrista armato di pedali ed effetti fino ai denti. Ed è per questo che, dopo lo scapestrato country di "Hotel Yorba", Jack White dà vita a una sorta di "mini festival dell’hard-blues". La sua chitarra sa mutare perfettamente pelle, ora piangendo lacrime slide su "Suzy Lee", ora vibrando con energia sulla rivisitazione della "Death Letter" di Son House. Un ragazzino a bocca aperta: "Ma questo qua sa suonare veramente". Chissà se ha mai capito che quella linea di basso, in realtà, è una chitarra.

Era, alla fine, ipotizzabile la presenza di numerosi seguaci dei White Stripes nati il 9 luglio scorso che, cellulare alla mano, aspettassero "quella" canzone. Meno ipotizzabile, invece, che riconoscessero al volo l’intro timida della versione di "Jolene" di Dolly Parton che viene seguita da un’autentica esplosione sonora sulle improvvisazioni blues della magistrale "Ball And Biscuit" e sul riff zeppeliniano di "Why Can’t You Be Nicer To Me?".

Le luci stroboscopiche volteggiano per l’intero teatro e i White rispolverano brani che, forse, erano ormai sepolti dal successo mondiale di "Elephant". Si torna, così, a gustare il sapore fifties di "Wasting My Time", a seguire con i piedi la marziale "Astro" o a cantare il dolce ritornello folk di "We’re Going To Be Friends". E arrivano anche i minuti di fama per Meg che, insospettabilmente sexy e languida, tesse le trame ipnotiche di "In The Cold Cold Night" e "Passive Manipulation". La "classica" quiete prima della tempesta.
Jack torna al suo ruolo di creatura metà Jimi Hendrix metà Jon Spencer e suona la carica. "I Just Don’t Know What To Do With Myself" diventa, così, più aggressiva e prepara il terreno al riff tuonante di "Jack The Ripper" e alla sarabanda disco di "Blue Orchid".
All’ultimo accordo i White Stripes salutano ed escono di scena, impregnati del loro stesso bi-cromatismo ossessivo.

Ovviamente la reazione globale è delle più adirate. Manca "quella" canzone. Forse sono strano io che, invece, sto pensando che hanno suonato soltanto un’ora e un quarto. Ma non c’è concerto rock senza bis, soprattutto questo e soprattutto per i "campioni del mondo".
Nel momento stesso in cui parte la chitarra-basso di "quella" canzone, l’intero pubblico del Tendastrisce si trasforma nella Curva Sud dello Stadio Olimpico.
Ormai non importa più nulla. Si balla sullo stornello country di "As Ugly As I Seem" e si canta a squarciagola sul traditional "Boll Weevil". Questa volta è veramente finita. I fratellastri/ex-coniugi Jack e Meg White si abbracciano e si inchinano. Applausi scroscianti accompagnano l’epilogo di un concerto intenso e tirato al massimo.
Peccato soltanto che i due, dal vivo, siano generosi quanto lo Shylock shakespeariano.

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