10/11/2009

Piano Magic

Circolo degli Artisti, Roma


di Raffaello Russo
Piano Magic

Il pubblico quanto mai eterogeneo - in termini di età, formazione musicale e conoscenza della band - che gremisce il Circolo degli Artisti è già la più fedele cartina di tornasole della trasversalità stilistica e di "genere" dei Piano Magic, formazione capace quanto pochissime altre di trasformarsi in continuazione, pur restando sempre coerente con l'ispirazione e la sensibilità di Glen Johnson, leader, cantante, autore dei testi, nonché originario intestatario di tutto il progetto.

Preceduti dalla breve esibizione acustica degli anconetani El Cijo, i Piano Magic salgono sul palco nella completezza della loro formazione consolidata, comprendente anche Angèle David-Guillou, diluendo subito la sobrietà dei loro abiti scuri con la sottile ironia di Glen Johnson, che prima ostenta una studiata incertezza al momento di annunciare il nome della band (certo, con tutti i suoi progetti qualche crisi di identità sarebbe pure verosimile!) e poi per tutto il corso dell'esibizione non mancherà di interloquire col pubblico, raccontando aneddoti delle date precedenti del tour italiano e denotando in generale l'apprezzabile dote di non prendersi troppo sul serio.
Messi da parte i brevi convenevoli, è tempo di dar voce alle chitarre impetuose, alle ritmiche asciutte e cadenzate di Jerome Tcherneyan e agli inconfondibili tappeti di tastiere che ormai fanno da marchio di fabbrica di gran parte della recente produzione di Piano Magic. Si parte subito forte, con la travolgente "Recovery Position", nel corso della quale suona davvero strano ascoltare la parte di testo che recita "I've been thrown out of Italy and I'll be thrown out again", se ripensa alla popolarità raggiunta dalla band nel nostro Paese e alle tante date dislocate lungo tutta la penisola nel corso di questo tour italiano.

Il prosieguo del live insiste con decisione sul canovaccio tracciato dall'incipit, offrendo una scaletta composta per la stragrande maggioranza di brani tratti dai due ultimi "Part-Monster" e "Ovations", con netta predilezione per quelli dall'impatto più immediato, sui quali può svilupparsi liberamente quella combinazione di reminiscenze dark-wave chitarristiche tanto evidente nel recente percorso della band. Si succedono così i toni crepuscolari, ma mai veramente tenebrosi, delle varie "The Blue Hour", "Dark Horses", "Incurable" (sulla quale l'esile voce di Angèle risulta purtroppo sovrastata dal fragore delle chitarre) e "Great Escapes", giustapposta senza soluzione di continuità in qualità di lunga coda a "Love And Music", vero e proprio emblema della poetica di Glen Johnson, che trova pure il tempo di scherzare dicendo che la musica di cui al titolo del brano non dovrebbe essere quella da lui suonata, bensì la "good music" dei Kraftwerk, dei Cure o di Morrissey. La modestia di Johnson traspare dalle sue parole, così come dal modo di relazionarsi con la musica, e attraverso entrambe viene esplicitato l'omaggio agli artisti da lui sempre riconosciuti più vicini alla sua sensibilità: così, il suo pensiero corre al recente malore che ha colpito Morrissey, al quale viene dedicata "The King Cannot Be Found" (arricchita da parti di cantato in uno stile che rappresenta un chiaro tributo al grande artista mancuniano), mentre all'ispirazione e alla collaborazione fornita da Brendan Perry e Peter Ulrich all'ultimo "Ovations" viene reso tributo con una cover di "Advent", che sembra chiudere il cerchio tra espressioni artistiche solo in apparenza distanti tra loro, ma invece accomunate da un'analoga sensibilità umana, prima ancora che strettamente musicale.

Dopo il breve intervallo preliminare al bis, sul palco torna il solo Glen, a intonare il pezzo più risalente tra quelli eseguiti nel corso della serata, "(Music Won't Save You From Anything But) Silence" (tratto da "Writers Without Home", altro brano-manifesto della sua filosofia umana applicata alla musica. La band lo segue a breve distanza, rompendo il raccoglimento della sua voce contornata dal silenzio per offrire nuovi scrosci dell'oscuro profluvio elettrico riversato sul pubblico per tutta l'esibizione, che trovano il loro esito finale nella scatenata "On Edge" e nella batteria elettronica suonata da Angèle, che - qualora ce ne fosse ancora bisogno - completa l'intersezione di piani stilistici e temporali sulla quale Piano Magic giocano ormai con consumata maestria.
Forse per questo, alla fine del concerto, qualcuno si guarda intorno un po' spaesato, interrogandosi se una serata del genere si sarebbe potuta svolgere negli anni 80 piuttosto che nel 2009. La risposta l'avrà trovata nelle tante facce giovani, che magari hanno conosciuto i Piano Magic solo con gli ultimi album e forse non hanno mai sentito nominare i Dead Can Dance; ma, soprattutto, la troverà razionalizzando la straordinaria naturalezza dell'ispirazione di Glen Johsnon e soci, che non nascondono i propri "debiti artistici", ma anche dal vivo mostrano una personalità distante anni luce dall'insipidezza di tante emulazioni formali costruite a tavolino.

(16/11/2009)

Setlist
  1. Recovery Position
  2. The Blue Hour
  3. Jacknifed
  4. Dark Horses
  5. Love And Music
  6. Great Escapes
  7. Incurable (Reprise)
  8. The Faint Horizon
  9. The King Cannot Be Found
  10. Advent
  11. The Last Engineer
  12. (Music Won't Save You From Anything But) Silence
  13. On Edge
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