Piano Magic

Piano Magic

I sonni tormentati del ghost-rock

di Raffaello Russo

Incarnazione di Glen Johnson, Piano Magic è un'esperienza musicale che ha attraversato svariate stagioni del rock - dal pop-wave all'elettronica e allo slowcore - senza mai smarrire l'eleganza. Un sound dai risvolti spettrali,  che è stato ribattezzato "ghost-rock". La monografia e un'intervista esclusiva a Johnson

Piano Magic è l'ormai quasi decennale incarnazione musicale della complessa figura del chitarrista inglese Glen Johnson, che nelle sue frequenti produzioni si è sempre circondato di collaboratori più o meno occasionali (se ne contano almeno una trentina), fino al non definitivo assestamento in vera e propria band, avvenuto con l'album The Troubled Sleep Of Piano Magic. Come sono spesso mutati i collaboratori, altrettanto spesso si è trasformata l'attitudine compositiva e la sensibilità musicale di Johnson, che nel corso degli anni ha attraversato stili ed espressioni diverse, anche se tutte accomunate da una solida matrice wave, radicata nell'ampio spettro delle produzioni inglesi degli anni 80, dalle tinte oscure dei primi Cure a quelle sognanti dei Cocteau Twins, fino alle primitive intersezioni tra elettronica e pop di Depeche Mode o addirittura Pet Shop Boys, senza però trascurare, nel corso degli anni, suggestioni di elettronica minimale, slowcore e tanto altro ancora.

La poliedrica storia musicale di Piano Magic inizia nel 1997 con Popular Mechanics, album che racchiude, per buona parte, i singoli usciti nel corso di poco più di un anno. Il lavoro è quasi interamente strumentale e in esso la voce di Johnson ancora non si ascolta, perché l'elemento vocale, nei pochi casi in cui è presente, è ridotto al cantato/parlato di Rachel Leigh, prima delle numerose voci femminili che negli anni hanno contribuito ad arricchire di grazia e pathos le composizioni di Piano Magic. Il suo andamento denota strutture musicali semplici, sulle quali tastiere minimali e lo-fi disegnano fascinazioni ambientali, ora cupe alla This Mortal Coil ora più lievi, che si alternano a suoni più tenui e sfumati (come quelli della gradevole "Revolving Moth Cage"), attraverso i quali si possono già intravedere, seppure in lontananza, alcuni dei possibili sviluppi della sensibilità musicale di Johnson. Altrove l'album è di ascolto pesante e anche piuttosto ripetitivo, come nel caso delle prolisse "Wintersport Crosscountry" e "To Be Swished Dream Of The Ups Driver", che non contribuiscono a farne né un interessante lavoro di sperimentazione elettronica né una soffusa e dilatata colonna sonora.

L'anno successivo Johnson espande ulteriormente parte del contenuto dell'album nelle due lunghissime suite (entrambe intorno ai venti minuti) comprese in A Trick Of The Sea, nel quale però, tra suoni elettronici, dissonanze e divertissement vari, si affacciano strutture armoniche più complesse e fluide, tra le quali inizia a scorgersi la lieve chitarra di Johnson (che ben presto risulterà riconoscibilissima), che accompagna l'ottimo passaggio propriamente cantato, compreso in "A Trick Of The Sea", prima che il brano, dopo aver attraversato piacevoli armonie alla Stranglers, vada a morire su toni di psichedelia ambientale. Anche l'altra composizione del lavoro, la spettrale "Halloween Boat", mostra uno sviluppo nell'approccio di Johnson, non poi così dissimile dagli esordi ma ora maggiormente articolato e depurato da qualcuno dei suoi eccessi iniziali in favore di un suono, pur sempre dilatato, ma ora più coeso e omogeneo, nonostante la notevole durata dei brani.

Nel 1999 è la volta di Low Birth Weight, album che comprende anche alcuni brani usciti in precedenza, come "The Fun Of The Century" e "I Am The Sub-Librarian", compresi in un Ep dell'anno precedente. Questo lavoro, decisamente più accessibile di Popular Mechanics, segna una prima svolta nella produzione di Piano Magic, poiché in esso la forma canzone diventa la cornice nella quale Johnson racchiude i suoi esperimenti sonori, ai quali tuttavia non rinuncia, come in "The Fun Of The Century", nella quale i toni si fanno più suadenti e anche l'utilizzo dell'elettronica si fa più moderato, diventando funzionale a composizioni in forma-canzone, o come nelle avvolgenti e sinistre melodie poggiate sulle basi sintetiche di "Bad Patient". Ma questo lavoro segna anche la scoperta delle fascinazioni pop-wave di Johnson, appena accennate in "Crown Estate" e "The Fun Of The Century", più copiose nell'eterea "I Am The Sub-Librarian", in "Not Fair", sospesa su iterative atmosfere care agli Slowdive, e in "Snowfall Soon", immersa in un'alternanza vocale e una dilatazione rumorista che non possono non richiamare My Bloody Valentine.

In senso opposto sembra tuttavia andare il mini Mort Aux Vaches, uscito in contemporanea all'album per l'etichetta olandese Staalplaat e incentrato su morbidi paesaggi strumentali, tra i quali sono degni di nota l'impetuoso crescendo "post" di "Birds" e le divagazioni ambientali da soundtrack di "Winter", che fa pensare alle composizioni di Sylvain Chauveau e Arca.

A ulteriore conferma della prolificità e costante ricchezza delle sue produzioni, anche nel 2000 Johnson fa uscire un album importante e variegato come Artists' Rifles, nel quale definisce in maniera netta quella che sarà la sua impronta stilistica futura: soffici melodie e ritmi cadenzati reinterpretano in chiave liquida e romantica le atmosfere vagamente gotiche dei primi lavori, l'approccio angosciante dei quali cede qui il passo a ballate lievi e contemplative. Così, è piacevole lasciarsi cullare dalla voce di Caroline Potter, collaboratrice femminile di turno, nell'avvolgente e circolare "A Return To The Sea" e dall'alternanza del suo cantato con quello di Johnson di "The Index". Mentre le divagazioni elettroniche o rumoriste restano circoscritte in tre brevi interludi privi di titolo e dalla durata inferiore ai due minuti ciascuno, affiorano i paesaggi campestri di "You And John Are Birds" e le derive folk di "Century Schoolbook", anche se non manca l'impennata chitarristica, a metà tra Cure e My Bloody Valentine, di "Password".

Il 2001 segna l'inizio delle frequentazioni indipendenti spagnole di Johnson, con la pubblicazione, per Acuarela Discos, dell'Ep I Came To Your Party Dressed As Shadow, formato da tre brani sospesi su atmosfere sottilmente inquiete. Nel frattempo, Piano Magic regala finalmente al cinema la sua musica, da sempre permeata di ambientazioni perfettamente adatte a una colonna sonora: per l'opera cinematografica di Bigas Luna, vedono così la luce le sei composizioni senza titolo racchiuse in Son De Mar, non distanti da quelle di A Trick Of The Sea e dense di atmosfere sognanti e crepuscolari, create dall'ormai consolidato intreccio tra strumentazione organica e sintetica. Intanto, ancora nello stesso anno, l'etichetta britannica Rocket Girl raccoglie nel doppio Seasonally Affective l'imponente materiale sparso tra singoli e collaborazioni negli anni dal 1996 al 2000.

Ennesima conferma di come Piano Magic rappresenti un progetto musicale aperto e in continua evoluzione giunge nel 2002 con Writers Without Homes, che vede la partecipazione, tra gli altri, di Simon Raymonde dei Cocteau Twins e di Ronald Lippok dei Tarwater, nonché la prima apparizione, dopo circa trent'anni, di Vashti Bunyan, che canta nella splendida ed evocativa ballata "Crown Of The Lost". Forse anche a causa di collaborazioni tanto diverse, l'album questa volta sembra mancare di una struttura concettuale coesa, presentando un incedere più spesso sonnolento che sognante, accentuato dal fatto che molti dei brani sono costituiti da recitazioni collocate in contesti sonori chiaramente tesi a cristallizzare il lirismo poetico di Johnson, incentrato sulle ricorrenti riflessioni su amore, destino e abbandono. Le sue affascinanti strutture compositive restano pur sempre minimali, ma virano qui decisamente verso l'utilizzo di una composita strumentazione organica, all'interno della quale non mancano archi melanconici, oboe, xilofoni, arpe ("Certainty") e soprattutto il pianoforte, vero e proprio asse portante di brani come "Shot Through The Fog" e l'inaspettatamente lieve ballata "The Season Is Long". Non mancano tuttavia episodi dall'impatto ritmico più pronunciato, come "Modern Jupiter", nella quale si fa sentire l'influenza di certa elettronica teutonica passata e presente (dai Kraftwerk ai Tarwater, appunto), "(Music Won't Save You From Anything But) Silence" e "Already Ghosts", ideali preludi alla definitiva collocazione artistica di Piano Magic su peculiari territori post-wave, consolidatasi nei lavori successivi. Proprio da brani come questi emergono alcune delle caratteristiche sulle quali si attesteranno nei lavori successivi le multiformi composizioni di Johnson e di quella che si è ormai trasformata in un'organica band anglo-francese, pur sempre aperta a ulteriori e notevoli collaborazioni.

Compiuta dimostrazione di ciò giunge con l'uscita, nel dicembre 2003 per la piccola etichetta spagnola Green Ufos, di quella che può ben rappresentare l'opera-manifesto di tutta la discografia di Johnson, ovvero The Troubled Sleep Of Piano Magic, i cui dieci brani consacrano in maniera definitiva la sua attitudine compositiva in una forma canzone compatta e omogenea ma allo stesso tempo esplicantesi, ancora una volta, sotto vesti sonore eterogenee. Con il contributo, tra gli altri, della splendida voce di Angéle David-Guillou, Johnson attraversa con disinvolta classe generi e contaminazioni, accompagnando l'ascoltatore tra beat sintetici intermittenti ("Saint Marie"), chitarre e ritimiche aggressive ("Speed The Road, Rush The Lights", "Luxembourg Gardens"), statiche atmosfere claustrofobiche ("Help Me Warm This Frozen Heart"), reminiscenze dark anni 80 ("The End Of A Dark Tired Year"), cristalline ballate romantiche ("The Unwritten Law", "Comets") e tanto altro ancora, il tutto condito da un umore intimista di chiaro stampo cantautorale. Un lavoro così complesso ma al contempo di così facile ascolto sembra dettato anche dalla profonda conoscenza, da parte del suo autore, di almeno un paio di decenni di wave britannica, qui riassunta nel breve spazio di un album e calata, per di più, in un'emozionante cornice sonora, peraltro non aliena dalle influenze tanto del songwriting intimista di un Mark Kozelek, quanto delle atmosfere eteree dei Low. Il risultato è un album denso di emozioni, che cattura l'ascolto su un piano diverso da quello strettamente razionale, poiché è ora chiaro come la migliore forma espressiva di Piano Magic risieda ormai in canzoni della classica tradizione wave, riviste senza facili cedimenti nostalgici, ma anche senza artificiosi lambiccamenti mentali.

Sulla scia dell'album esce poi il corposo Ep Saint Marie che, oltre all'interpretazione dell'omonimo brano da parte di Alan Sparhawk, comprende altri cinque brani sospesi tra una nostalgica folk-psichedelia orchestrale ("Fantasia On Old English Airs" e la splendida e avvolgente "Dark Ages", ancora impreziosita dalla voce di Vashti Bunyan), ballate semplici e intimistiche ("Lalo") e costruzioni rock-slowcore ("Wrong Turn", anch'essa cantata da Sparhawk, sembra davvero un brano dei Low).

A fine 2004 giunge un altro Ep, Open Cast Heart, decisamente spiazzante rispetto alle derive seguite da Piano Magic negli ultimi tempi, con i suoi quattro brani di glaciale e compassata elettronica minimale, riempita di pathos e calore umano soltanto grazie alle voci di Johnson e della David-Guillou, che cantano o alternativamente declamano testi incentrati su dinamiche sentimentali, abbandoni, rimpianti.

Sono questi, del resto, i temi più spesso ricorrenti nel songwriting emozionale di Johnson, sempre proteso all'indagine dei più profondi meandri dell'animo umano: così avviene anche nel successivo album Disaffected, ennesimo lavoro vario e multiforme, dotato di una struttura pop fluida e immediata come mai era avvenuto in passato. Il lavoro non si discosta poi molto dal suo predecessore e in genere dalle atmosfere inquietanti e spettrali che sono valse alla musica di Piano Magic il conio della calzante definizione di "ghost-rock" (basti ascoltare la goticheggiante "You Can Hear The Room", ma anche l'incalzante e truculenta pop-song "Night Of The Hunter"), ma esso ha ancora soprattutto il pregio di intrecciare il mood e le ispirazioni di Johnson con il precipitato di tanta buona tradizione pop-wave britannica (e non solo). Così, l'album passa con disinvoltura dall'ariosa "Love & Music" al parlato biascicato su base sintetica di "Theory Of Ghosts", dalle scarne e limpide ballate di chitarra acustica e voce "I Must Leave London" e "You Can Never Get Lost (When You've Nowhere To Go)" al beat iterativo di percussioni sintetiche, molto anni 80, di "Disaffected" e "Deleted Scene".

Conferma immediata della splendida capacità espressiva della scrittura di Glen Johnson in un contesto elettronico viene dai quattro brani compresi nel suo secondo Ep per Important Records, intitolalo Incurable e pubblicato a meno di un anno da Disaffected. Nel brano che dà il titolo all’Ep, i suoni riecheggiano sfumature wave, mentre si fanno eterei e dilatati negli altri tre, che sembrano ricollegarsi da vicino ai più risalenti trascorsi artistici di Piano Magic. Ancora una volta, Johnson rielabora sonorità in apparenza datate, rendendole attualissime e colpendo sempre nel segno con un'espressione calda e vibrante pure in brani dall'apparenza "glaciale" come "I Have Moved Into The Shadow". E poi, "Incurable" sembra quasi un inno, un brano che tra musica e testo potrebbe riassumere da solo tutta la poetica di Piano Magic.

Se si eccettua la divagazione-tributo in chiave synth-pop, pubblicata a nome Future Conditional, questo tipo di forma elettronica viene però accantonato nel successivo album Part-Monster, ove Johnson affida a chitarre decise e ad atmosfere al tempo stesso serene e sinistre la prosecuzione del suo percorso attraverso le debolezze dell'animo umano, intese come qualcosa di intimamente correlato alla natura umana, pur tuttavia veicolato da emozioni e sentimenti.

L'espressione di simile mood risulta molto immediata e a tratti persino ruvida, com'è agevole intuire dalle due versioni di brani già editi presenti in Part-Monster, entrambe tradotte in chiave profondamente elettrica, tra le quali spicca la trasformazione della veste elettronica di "Incurable" in un brano lacerato da ondate di feedback, che ne enfatizzano in maniera stridente il contenuto lirico.
Ma è la metà esatta di Part-Monster ad essere caratterizzata dalla riscoperta di distorsioni chitarristiche, corpose quanto evanescenti, che culminano nei vortici chitarristici dello strumentale "Great Escapes", nelle atmosfere claustrofobiche di "The King Cannot Be Found" e soprattutto in "Saints Preserve Us", brano sommerso da una cascata distorsiva dal sapore quasi di tributo ai suoni dei primi anni 90 e in particolare ai My Bloody Valentine, cui il pensiero corre inevitabilmente, anche in considerazione del fatto che la produzione dell'album è opera di quel Guy Fixsen, responsabile, tra l'altro, anche dell'immenso "Loveless".

La restante metà del lavoro è invece occupata da brani più compassati, perfettamente coerenti con la fisionomia della scrittura di Johnson, così come espressa in opere ormai risalenti della sua discografia, quali "Low Birth Weight" e "Artists' Rifles". I punti di contatto con quei lavori sono molteplici, in ballate incantate di desolato folk metropolitano (sic), come "England's Always Better (As You're Pulling Away)" e "Cities & Factories", nelle quali la nostalgia ammanta paesaggi bucolici virati in seppia, e in "Soldier Song", brano cullante e allucinato, che si muove con la grazia sinistra di un carillon, i cui ingranaggi ripetitivi sono ingentiliti dalla sempre più convincente interpretazione di Angéle David-Guillou.
Su un registro non dissimile si collocano, anche i due brani (relativamente) più lievi, che bilanciano la cupezza abituale dello stile di Piano Magic: "Halfway Through" ha un andamento quasi solare, impreziosito dall'eleganza dei fiati, mentre la conclusiva title track giunge ad alleviare il precedente travaglio elettrico, disegnando un placido finale acustico dal testo tristemente autoironico ("I'm tired of being tired").

La pluralità di riferimenti presenti in Part-Monster conferma la definizione di "uomo che vive nel passato", attribuitasi dallo stesso Glen Johnson; eppure, una volta superate le superficiali impressioni di "già sentito", le tante sfaccettature in esso presenti, lo rendono un'opera come sempre sincera e per nulla priva di pathos, nonostante la rinnovata immediatezza espressiva della band disperda in parte l'alone di mistero e il continuo gusto della sorpresa, propri dei lavori precedenti.

Cionostante, anche questo disco si colloca in maniera coerente nella storia musicale di Piano Magic, da sempre ricca di deviazioni a volte sorprendenti; tuttavia in particolare le produzioni più recenti dimostrano come l'anima inquieta di Johnson sembri ormai aver trovato un punto d'approdo, per lo meno a livello musicale. Suo maggior pregio è senza dubbio quello di essere riuscito a concretizzare una propria personale impronta sonora, seppur esplicantesi in composizioni dalle strutture e dalle fattezze piuttosto diverse e tutte in qualche misura riconducibili a tanta musica prodotta negli ultimi vent'anni; ma non è un'innovatività fredda, artificiosa e fine a sé stessa la finalità compositiva del progetto Piano Magic, poiché la sua maestria risiede soprattutto nella capacità di emozionare l'ascoltatore, trasportandolo in una dimensione che la stessa varietà musicale delle sue composizioni è in grado di creare. Si può quindi dire che Johnson, pur essendo passato nel corso degli anni attraverso percorsi musicali tortuosi e talvolta imprevedibili, sia comunque sempre agevolemente riuscito a evitare di cadere in nostalgie anacronistiche, soprattutto grazie alla sua spiccata sensibilità e alla raffinata attenzione ai particolari, capace di dar vita a un songwriting denso, emozionante e dai tratti sempre riconoscibili, ma al tempo stesso aperto a contaminazioni musicali diverse e spesso imprevedibili.

L'immediato seguito di Part-Monster è un Ep di appena diciassette minuti, Dark Horses, che segna la prima uscita discografica di Piano Magic per la nuova etichetta Make Mine Music, consapevolmente scelta da Johnson per la massima autonomia attribuita ai suoi artisti, tanto in sede creativa che di promozione e distribuzione. 
Le quattro tracce dell'Ep tendono a smussare la preponderante mole elettrica di Part-Monster, riproponendone sì le ritmiche insistite e le atmosfere generalmente opprimenti, diluite tuttavia secondo il consueto registro liquido e spettrale, ormai marchio riconoscibilissimo di Piano Magic, al pari dei testi, ancora una volta incentrati sui temi della separazione e dell’assenza.

Se il fosco simbolismo della title track e l'incedere marziale della claustrofobica "A Book I Should Not Read" sembrano porsi quale ideale ma più sfumata prosecuzione dell'album precedente, sono i due brani centrali a presentare maggiori spunti d'interesse, delineando variazioni non inedite nella discografia di Johnson, eppure certamente più confacenti alla sua penna dolente. Così, nell'avvolgente "Vacancies" la voce cristallina di Angéle David-Guillou pennella una canzone veloce ed equilibrata alla perfezione nella sua veste sottilmente psych e nell'amara vacuità del testo ("Well, phone me if you feel the need. My days are vacancies; my heart, it tends to bleed"), mentre con "Stations" Johnson regala un pezzo all'altezza dei suoi più riusciti, conciliando sonorità morbide e incedere ritmico inesorabile, che insieme instillano agevolmente sotto pelle l'immutabile autunno del suo animo ("We're stations, disconnected at the heart. Our rails are rusted veins; our switches, torn apart"). Johnson sarà pure un artista ormai consumato in questo genere di effetti, ma se il risultato è un brano di tale spessore vuol dire che il gioco gli riesce sempre molto bene e soprattutto con estrema naturalezza.

Dopo un anno trascorso attivamente sui suoi paralleli alterego artisitici - con un nuovo lavoro di Textile Ranch e il primo album a essere pubblicato sotto il suo nome, "Details Not Recorded" - nel 2009, nel giro di pochi mesi di registrazione vede la luce Ovations, decimo lavoro di Piano Magic.
Fedele alle continue mutazioni che hanno contraddistinto tutta la sua attività, Glen Johnson fa affiorare sulla superficie le componenti tenebrose da sempre sottese alla sua scrittura aprendo idealmente il cassetto dei suoi ricordi musicali là dove erano collocate le fascinazioni più oscure, incarnate dai Cure, dai Joy Division, dai Chameleons e da tante produzioni 4AD tra anni 80 e inizio 90.
E proprio due artisti del periodo d'oro di quell'etichetta partecipano attivamente a "Ovations": Brendan Perry e Peter Ulrich dei Dead Can Dance. Il loro contributo e tutt'altro che casuale, in ragione non soltanto della stima reciproca che li lega a Piano Magic, ma soprattutto dell'accurata ricerca ritmica che contrassegna questo lavoro, unitamente a una vena dark mai così esplicita.
La costante percussiva di Ovations si traduce così in arditi accostamenti tra gelide batterie elettroniche e calde strumentazioni tradizionali, quali il dulcimer, le nacchere e il darabuka turco. Tali differenti espressioni ritmiche vengono ancora una volta incardinate su atmosfere spettrali, spesso ridotte a tappeti di synth che sorreggono tutti gli altri elementi, dalla cui intersezione risulta un frenetico avvicendamento di brume avviluppanti e danze ancestrali, severe sferzate di drum machine e residue tracce dell'enfasi chitarristica dell'album precedente.

Al di là della mutevolezza delle vesti sonore, in "Ovations" permane chiaramente distinguibile l'impronta di Glen Johnson, che, anche grazie all'accorta produzione di Gareth Parton, confeziona nuovamente un lavoro di livello, impreziosito da alcune autentiche gemme, intagliate dall'impetuoso ritualismo di "March Of The Atheists", dalle ossessioni sintetiche post-industriali di "On Edge" e dall'estasi decadente di "You Never Loved This City", completata alla perfezione da un Brendan Perry in stato di grazia.

Nonostante i quindici anni di attività e i dieci album alle spalle, per Glen Johnson è sempre tempo di nuove sfide e di trasformazioni sonore, pur nel solco di una sensibilità e di un’impronta sempre riconoscibile.

Deposte le roboanti chitarre degli due album precedenti, in Life Has Not Finished With Me Yet i suoi Piano Magic tornano a cimentarsi con una forma sonora più scarna, prossima a quella analogica delle origini ma anche protesa alla dimensione acustica.

Più positivo nel suo titolo autoironico e nella conclusione (“Do not suppose there is no hope/ Do not forget you’re not alone”), il disco costituisce il frutto di queste recenti inclinazioni, alla luce delle quali Johnson ripropone le sue acute riflessioni su abbandoni, fantasmi e debolezze umane, riabbracciando gli aspetti più torbidi e spettrali della sua musica.

Oblique linee di synth analogici, tenebrose sospensioni percussive e tiepide melodie acustiche sono supportate da una sezione d’archi e fiati, che, tanto nelle ballate più fluide quanto nei marziali passaggi elettronici, accentua l’ampiezza delle cattedrali sonore nelle quali sembrano risuonare brani che puntano più sull’atmosfera che non sull’immediatezza d’impatto.

Scoccati da non molto i venti anni di militanza e dodici dischi, la band annuncia Closure, ultimo album che sancisce lo scioglimento conseguente. Johnson, in proposito, parla del concetto di “chiusura fisiologica”, facendo riferimento anche alle sue recenti esperienze personali, come la morte del padre e la fine di una lunga relazione sentimentale. E c'è anche di che sfamarsi per gli inguaribili nostalgici, infatti, i più attenti avranno notato che in “Artists' Rifles” è presente un brano intitolato “No Closure”, sempre incentrato sul concetto di chiusura e fine, come se, già una quindicina di anni fa, la band sapesse che il loro destino fosse già segnato.
Closure giunge a ben quattro anni di distanza dall'ultimo album e racchiude un po' tutte le sfumature della musica scritta in questo ventennio di carriera, ricomponendo per questa speciale occasione il nucleo originario della band composto oltre ovviamente da Glen Johnson, da Jerome Tcherneyan (batteria e percussioni), Alasdair Steer (basso) e Frank Alba (chitarra). L'elegante dark-rock dai rimandi wave, poi ribattezzato “ghost-rock”, è parte integrante di questo album fin dai primi accenni. Infatti l'iniziale “Closure” è la traccia perfetta per chi ama lo stile della band: compassate sferragliate elettriche, basso cadenzato, coda strumentale che sfora i dieci minuti di durata, cantato vicino allo spoken word e tanta, tanta, atmosfera. L'album si sviluppa su variazioni di questi temi musicali, con ospiti illustri a impreziosire tracce di grande classe, come la celebre violoncellista Audrey Riley in “Living For Other People” o il cantante Peter Milton Walsh degli australiani The Apartments presente nella struggente “Attention To Life”. Le delicate pennellate di archi già citate di “Living The Other People” o anche di “You Never Stop Lobing (The One That You Loved)” rendono “Closure” una chiusura di carriera che fa del rock un fatto personale, quasi “da camera”, profondamente catartico, una via di sfogo per le frustrazioni e le emozioni più recondite.
A stagliarsi solitaria e un po' lontana dagli ultimi canoni c'è “Exile”, vicina alle tentazioni elettroniche della magnifica “Saint Maire”, capace di raccontare con la solita freddezza e classe il turbamento e la frustrazione di un rapporto sentimentale complicato, sofferente e claudicante. Il cantato di Johnson è anche qui perfettamente centrato per le suggestioni evocate, mai sopra le righe e integrato fra le pulsazioni di una drum-machine e i flebili accordi di chitarra.

Per chiunque abbia bazzicato i territori della musica sotterranea di cui stiamo parlando, sarà un grande colpo al cuore dover dire addio ai Piano Magic. L'unico modo che abbiamo per celebrare i venti anni di carriera di questa straordinaria band è godersi questo loro ultimo album e andare a recuperare tutto ciò che hanno inciso in passato, sempre non dimenticando che, come pronunciava la prima tracca di “Writers Without Homes”, Music won't save you from anything but silence.

Contributi di Alessandro Biancalana ("Closure")

Piano Magic

I sonni tormentati del ghost-rock

di Raffaello Russo

Incarnazione di Glen Johnson, Piano Magic è un'esperienza musicale che ha attraversato svariate stagioni del rock - dal pop-wave all'elettronica e allo slowcore - senza mai smarrire l'eleganza. Un sound dai risvolti spettrali,  che è stato ribattezzato "ghost-rock". La monografia e un'intervista esclusiva a Johnson
Piano Magic
Discografia
 PIANO MAGIC

 

  

 

 Popular Mechanics (i, 1997)

5

 A Trick Of The Sea (Bliss Out Vol. 13) (Darla, 1998)

6

 Low Birth Weight (Rocket Girl, 1999)

7,5

 Mort Aux Vaches (mini-cd, Mort Aux Vaches, 1999)

 

Artists' Rifles (Rocket Girl, 2000)

8

 I Came To Your Party Dressed As Shadow (Ep, Acuarela, 2001)

 

 Son De Mar (colonna sonora, 4AD, 2001)

6,5

 Seasonally Affective (doppio cd, antologia, Rocket Girl, 2001)

 

 Writers Without Homes (4AD, 2002)

6,5

The Troubled Sleep Of Piano Magic (Green UFOs, 2003)

8,5

 Open Cast Heart (Ep, Important Records, 2004)

 

Disaffected (Green UFOs, 2005)

8

 Incurable (Ep, Important Records, 2006)

7,5

 Part-Monster (Green UFOs, 2007)

7

 Dark Horses (Ep, Make Mine, 2008)

6,5

 Ovations (Make Mine, 2009)

7,5

 Home Recordings (antologia, Second Language, 2010)

 

 Life Has Not Finished With Me Yet (Second Language, 2012)

  Closure (Second Language, 2017)

7

   
 TEXTILE RANCH

 

  

 

 Bird Heart In Wool (Very Friendly, 2004)

7

 The Rest, I Leave It To The Poor (with Plinth, Make Mine, 2008)

6,5

  

 

 FUTURE CONDITIONAL

 

  

 

 We Don't Just Disappear (Les Temps Modernes, 2007)

7

  

 

 GLEN JOHNSON

 

  

 

 Details Not Recorded (Make Mine, 2009)

7

 Institutionalized (Ep, Secret Furry Hole, 2009)

6,5

 

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Disaffected

(2005 - Green Ufos)

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