21/07/2010

Jonsi

Cavea dell'Auditorium, Roma


di Raffaello Russo
Jonsi

A due anni esatti di distanza dal concerto che lo aveva visto presentare dal vivo l'ultimo "Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust" dei suoi Sigur Rós. Jón Þor Birgisson si riaffaccia sul consueto palcoscenico estivo della Cavea dell'Auditorium romano.
Se da allora la band islandese più famosa al mondo appare in un prolungato stato di quiescenza, Jónsi sta nel frattempo costruendosi un'autonoma immagine da vera e propria rockstar, nonché una carriera alternativa che, pur richiamando inevitabilmente sfumature del gruppo d'origine, è tutt'altro che priva di spunti ed elementi di riconoscibilità. Nel volgere di pochi mesi, Birgisson ha infatti licenziato un album di musica ambientale insieme ad Alex Somers ("Riceboy Sleeps") e il debutto solista "Go", pubblicato esclusivamente a nome Jónsi.

È quasi esclusivamente su quest'ultimo che si potrebbe attendere incentrata la performance della serata e lo spettacolo di luci e immagini annunciato dalle cartelle stampa e dai resoconti di concerti tenuti all'estero.
Data l'impronta gioiosa e la spiccata pomposità dell'unico album solista di Jónsi, potevano essere legittime le aspettative (o i timori) per uno spettacolo ridondante, persino kitsch; insomma qualcosa di molto più vicino a un Mika che non alle atmosfere sognanti e alle tumultuose emozioni di un concerto dei Sigur Rós. Ebbene, il biglietto da visita offerto alla vista e alle orecchie dei numerosi spettatori da Jónsi e dai tre valenti musicisti che lo accompagnano (Thorvaldur Thór Thorvaldsson alla batteria, Ólafur Björn Ólafsson alle tastiere e Úlfur Hansson al basso) si atteggia in maniera del tutto diversa: sul telo che fa da fondale all'esibizione, si avvicendano immagini di arte muraria, falene in movimento, riflessi di luce e rami spogli, mentre Jónsi, compito e in completa solitudine, intona su una semplice chitarra acustica note e vocalizzi alieni, tanto sommessi che intorno si può distinguere il frinire delle cicale della calda serata estiva romana. È solo il primo dei tre brani inediti - o pubblicati solo sul dvd allegato a "Go" - con i quali ha inizio il concerto: un incipit spiazzante e del tutto privo di contenuto ritmico, che già al secondo brano materializza la magia dei Sigur Rós in  una minimale versione elettroacustica, di immediata efficacia, forse anche per la piacevole sorpresa di ritrovare Jónsi in un contesto capace di esaltare al meglio l'espressività della sua voce unica e ormai splendidamente padroneggiata.

 

Entrato in scena il batterista, è tempo di tornare su sentieri già percorsi, ed ecco così avvicendarsi, "Kolniður", "Grow Till Tall" e "Tornado", in versioni più semplici e di più diretta suggestione, che fugano ogni dubbio circa l'eccesso di sovrastrutture di produzione di "Go", album niente affatto malvagio nella scrittura ma troppo costruito a tavolino per poter lontanamente avvicinarsi al repertorio di Jónsi con la band. Invece, per merito dei musicisti e dei più misurati arrangiamenti praticabili dal vivo, le stesse canzoni rifulgono di una fresca ispirazione e di un più diretto impatto emotivo.

Mentre il protagonista indiscusso dell'esibizione si concede ben poco al dialogo col pubblico presente, preferendo mantenere la concentrazione nei suoi spostamenti tra microfono (e chitarra) e pianoforte, si susseguono in maniera febbrile e in apparenza scoordinata i brani più vivaci dell'esiguo repertorio già edito ("Go Do", "Boy Lilikoi") e nuove canzoni dalle forme più varie.

 

Le prime sono riconosciute e salutate dal pubblico accorso con moti entusiastici e saltuari handclapping, le altre sono ascoltate in ordinato silenzio, come per carpire i prossimi approdi del percorso artistico di Jónsi. In tal senso, per un ipotetico seguito di "Go", lascia ben sperare la varietà di soluzioni proposte, in bilico tra atmosfere antiche, sensazioni acustiche e approcci più decisi con l'elettronica, particolarmente intriganti in un brano incentrato soltanto sul pianoforte e su una sghemba drum machine.

Unico cedimento a ostentazioni superficiali, resterà dunque il ritorno sul palco di Jónsi per il rituale bis incoronato da piume multicolori. Ma mai come questa volta forma e sostanza riescono a essere così adeguatamente tenute separate, ragion per cui il finale non contempla eccentrici eccessi di protagonismo né scatenate digressioni a base di chitarra suonata con l'archetto: tutto è, a suo modo, "normale" nei limiti di come possa essere per un artista e un personaggio come Jónsi, eppure tutto è estremamente emozionante, oltre a lasciar ben sperare per il prosieguo della sua carriera solista. Per i Sigur Rós chissà, ma certo è che questa nuova veste di Jónsi riesce ben capace di costituire un credibile parallelo rispetto a quanto espresso con la band: non un semplice diversivo, ma qualcosa dotato di propria autonomia, ancorché inevitabilmente scaturito da una matrice artistica strettamente correlata con quella già altrimenti ben nota.

Così, dopo l'ora abbondante di una performance piacevolmente sorprendente, non resta che gridare con maggiore convinzione "vai Jónsi, vai!".

Un sentito ringraziamento a Laura Fabbri per il gentile contributo fotografico

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