13/05/2010

Rufus Wainwright

Teatro Comunale, Firenze


di Luca Stefanucci
Rufus Wainwright
C'era molta attesa per il concerto di Rufus Wainwright. Primo perché il nuovo disco segna, nel bene o nel male, una nuova tappa nella carriera del brillante artista newyorkese, secondo perché questo tour vede il solo Wainwright all'opera, senza la band che lo aveva accompagnato nella tournée del precedente disco "Release The Stars".
C'è da dire subito che la scelta della location è stata azzeccata, in quanto il Teatro Comunale di Firenze, prima data italiana del tour, è il palcoscenico ideale per un artista da sempre meticoloso nei dettagli e attento alla componente scenografica. Un avviso collocato nel salone d'ingresso avverte che il concerto sarà diviso in due tempi: una speaker comunica che durante la prima esibizione per volontà di Wainwright saranno vietati applausi e foto. Le luci si spengono. Cala il silenzio.

Primo Tempo


Wainwright entra in scena con un lungo mantello nero, la posa è teatrale, i passi sono silenziosi. Non saluta il pubblico che eviterà di guardare durante tutta la prima parte del concerto. Il pianoforte energicamente scandisce le note di "Who Are You New York", contemporaneamente uno schermo proietta le immagini di un gigantesco occhio su sfondo nero, tema che riecheggia nella copertina del disco, simbolo di una nuova fase della vita per l'artista americano. Già dal secondo brano si capisce che il primo tempo del concerto è dedicato interamente a eseguire l'ultima fatica "All Days All Nights: Songs For Lulu". Wainwright carica di pathos la sua performance, intona una perfetta "So Sad With What I Have" e inietta tenerezza in "Martha", la canzone dedicata all'amata sorella. Prende un attimo di fiato ma riparte subito con il brillante swing pianistico di "Give Me What I Want  And Give It To Me Now". Ma è solo un attimo, i sussurri di "True Loves" richiamano massima attenzione così come la delicata "When Most I Wink".
"Shame" e "The Dream" sono un fiume in piena di stati d'animo travagliati e sono il preludio per gli ultimi brani, decisamente più lineari, tra cui spicca "Zeboulon", con tocchi pianistici funerei. Rufus se ne va così come se ne era andato, senza guardare e senza parlare. Solo con la sua musica.

Si conclude così la prima parte, non un concerto ma un requiem per la madre scomparsa: Wainwright organizza il funerale sonoro con una cura per il dettaglio ossessiva. La concentrazione che pone nella performance è sbalorditiva. Il palco si carica di un'atmosfera dark e si sposa perfettamente con il tocco glam di Wainwright. La fedeltà a ogni singola nota presente nel disco è totale e conferma l'impressione iniziale nell'ascolto di "All Days All Nights": un disco di valore, a volte lezioso e non sempre facile da digerire e che per essere apprezzato richiede la massima attenzione. E un palcoscenico adatto come questo.

Secondo Tempo


Accompagnato da un lungo applauso Wainwright ritorna sul palco e, fedele al canone glam, si presenta trasformato. Via il lungo abito nero e lo sfondo dark, subentrano i colori. "Grey Gardens"è il giusto modo per rompere il ghiaccio con il pubblico. Rufus adesso fa cabaret, parla degli Uffizi, gigioneggia con il pubblico, quasi a scusarsi della freddezza precedentemente esibita. E la platea sta al gioco emozionandosi con "Nobody Of The Hook", tornando seria quando Wainwright omaggia Jeff Buckley. "Waiting For Paris n.2" è interrotta tre volte causa risate incontrollate dell'artista newyorkese che ritorna se stesso omaggiando (lo farà più volte) la sorella Martha con la riuscita melodia di "Dinner At Eight", brano tratto da uno dei suoi dischi più belli, "Want One".
Wainwright prepara il finale in grande stile con l'immancabile "Cigarette And Chocolate Milk". Si alza dal piano, saluta calorosamente il pubblico, ma fa capire che ha voglia di tornare subito in scena, cosa che prontamente fa esibendo una straordinaria "Poses". L'atmosfera si fa frizzante, ma Rufus si congeda con la malinconica "Going To A Town". Standing ovation (meritata).

Tanto nella prima come nella seconda parte Wainwright ha confermato, se mai ce ne fosse bisogno, il suo talento cristallino. La sua ecletticità e le sue doti artistiche ne fanno uno dei pochi musicisti contemporanei che difficilmente sbagliano un disco. Detto questo, resta il dubbio, evidenziato anche in questo concerto, di come far convivere l'aspetto classico con quello puramente pop del suo repertorio. "Release The Stars" aveva premuto l'acceleratore su questa seconda componente, risultando a tratti ampolloso ed eccessivo. "All Days All Nights: Song For Lulu" è un disco completamente opposto, dove il manierismo a volte trionfa sulle idee. "Poses", autentico gioiello, è stata la sintesi perfetta dei due lati musicali di Wainwright, ma è targato 2001. Non resta che attendere un disco di questa fattura confidando nelle potenzialità ancora inesplorate dell'artista newyorkese.
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