14/04/2011

Borgata Boredom

Circolo degli Artisti, Roma


di Angelo Damiano Delliponti
Borgata Boredom

Borgata Boredom è allo stesso tempo il nome dell'evento-rassegna materializzatosi il 14 aprile al Circolo degli Artisti di Roma, nonché del primo vinile-manifesto della scena di Roma Est, prodotto dalla No=Fi Recordings, etichetta legata a tutta una serie di gruppi che, della scena indie-noise-alternative capitolina, rappresentano in un certo senso il lato più outsider. E questo ovviamente è da intendersi contemporaneamente sia come riflesso delle derive rumor(istico)-musicali statunitensi, che come un modo tutto nostro (loro), o comunque romano, di concepire l'ala più radicale dei vari noise-garage-indie-pop-elettronica-folk d'oltreoceano. Sono da intendersi, tali scene, più come accentramenti (o forse sarebbe meglio "decentramenti"), per un'attitudine comune del fare musica, piuttosto che come movimenti caratterizzati dal bazzicare un genere vero e proprio; impersonando in tal modo l'"underground dell'underground", o magari l'"underground al quadrato".

 

Ma forse tanto sotterranei non lo sono più (o non lo sono mai stati), perché suonare al Circolo può già essere intesa come una consacrazione, o l'ufficializzazione di un certo status, senza essere per questo un male. Ed è proprio la conformazione scenica a differenziare sin da subito le performance musicali della serata, con - oltre al palco "canonico" del Circolo - un floor stage impiantato a metà della sala, di fronte al bar. Proprio su quest'ultimo fanno la loro apparizione Gingagaruga e Wolf Anus (?), che col loro noise "ambientale"-harsh definiscono, attraverso la manipolazione sonora, l'atmosfera deviata stranita eccentrica dell'evento. I primi invece a suonare sul palco principale sono i Maximillian I, che presentano una no-wave ultrarumoristica a metà strada fra i Mars e il Keiji Haino dei Fushitsusha, con un pizzico di demenza in più. Saranno invece i Duodenum a stabilire l'umore weird-garage della serata col loro rock'n'roll "primitivista": un duo appunto capace di saturare lo spazio circostante solo con l'ausilio di una chitarra sgangherata, una voce filtrata/deformata e un battito basilare (che più basilare di così non si può) - ricordando talvolta i Thee Oh Sees - costituito dal semplice suono di una cassa e un rullante suonati "coi piedi": aggiungici la follia/esuberanza del cantante-performer e il quadro è fatto.   

 

Nel gioco dell'alternanza (botta e risposta) fra i due palchi che ha caratterizzato l'intero arco delle esibizioni, tocca invece ai Cappottini I' Lignu "mitigare" l'ambiente, proponendo un blues obliquo che dopo le sfuriate iniziali funge più da catalizzatore del mood imperante, col pubblico - anche quello più scettico - oramai immerso nel contesto. Lo strano country delle Corpus Christi (è il terzo duo consecutivo) farà il resto. Con gli Hiroshima Rocks Around si torna in territori più noisy; e qui siamo probabilmente davanti al trio più destabilizzante della capitale: un sassofonista privato da poco della camicia di forza, un chitarrista che più che riff produce terremoti in serie, e un batterista - forse l'anima della band - capace di ricreare da solo una trivellatrice e un'esplosione atomica (sarà un caso?) contemporaneamente.

 

Era poi Grip Casino che pronunciava cose incomprensibili disteso a terra col microfono penzolante e il loop noisy in sottofondo? Il dubbio rimane, e tocca al garage stranito - come da definizione - dei Bobsleigh Baby deviare ancora una volta l'umore generale, stavolta verso uno psycho-rock con sfumature indie, di sicuro godibile, ma probabilmente a lungo andare vanesio. Con gli Heroin In Tahiti di Valerio Mattioli si è invece davanti a una prassi ricalcante solo in apparenza l'ambient post-industrial(e) di Wolf Eyes e Black Dice, perché l'effetto finale è una sorta di new age-surf trasfigurato al punto da risultare assolutamente irriconoscibile - ma senza alcun dubbio originale e a tratti geniale negli esiti. Chiudono i Trouble Vs Glue - un altro duo, col batterista degli Hiroshima - dediti a un indie-pop elettronico, dissonante e percussivo.

 

Difficile dunque trovare in giro qualcosa di più appassionante, divertente e scentrato di un "festival" di questo tipo. Il Borgata Boredom è davvero la rappresentazione massima dell'avanguardia rock nostrana, se con questo si vuole intendere l'espressione più oltranzista di suoni e rumori (dis)organizzati avente come sede Roma, la Capitale. È qui che si son ritrovati per un'occasione unica la no-fidelity, lo shitgaze e il Fort Thunder in versione italica, ribadendo con questo lo stile assolutamente inimitabile e non direttamente derivativo delle singole esperienze. Ora non c'è altro da fare che aspettare con impazienza la replica. Magari ascoltando il vinile.

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