22/08/2011

Fucked Up

Magnolia, Segrate (Mi)


di Michele Zelioli
Fucked Up
La serata è calda, torrida, l'aria ha la febbre. Poche teste si aggirano per il Circolo Magnolia di Segrate durante l'esibizione dei gruppi spalla - Seditius e Labradors, entrambi italiani. Si preannuncia un concerto tranquillo, tra pochi intimi. Ma nulla è tranquillo quando Damian “Pink Eyes” Abraham, corpulento vocalist e frontman dei Fucked Up, è nei paraggi.
Scorgo la sua massiccia presenza al banco del merchandising intento a vendere magliette. Mi stringe la mano, un sorriso gli si apre sotto la folta barba. “Thanks for coming”: lui a me. Sapevo che Damian aveva un rapporto molto caloroso col suo pubblico, ma non mi aspettavo certo un ringraziamento da parte sua. Dopo i rituali autografi e le foto con i fan, si ritira insieme al resto della band.

Le prove di Labradors e Seditius (convincenti i primi, insulsamente istrionici i secondi) passano in fretta liberando il palco ai protagonisti della serata. La tensione aumenta, il pubblico è più folto –  massimo trecento persone- ma il mood rimane intimo e di condivisione, rarità per un concerto hardcore! Lo stage è piccolo e i sei Fucked Up stanno un po' stretti. Damian in mezzo, affiancato da Sandy “Mustard Gas” Miranda (basso) e Ben “Young Governator” Cook (chitarra) in prima linea.
Seguono, nascosti dagli amplificatori, le altre due chitarre: Mike “10,000 Marbles” Haliechuk e Josh “Concentration Camp” Zucker. Jonah “Guinea Beat” Falco (batteria) chiude l'improbabile sestetto. Sono casual, informali e vagamente nerd (gli occhiali di Sandy in particolare).
Vedere Abraham tornato al posto di cantante da addetto al merchandising è una specie di ritorno all'ordine, ma l'ordine, s'è detto, dura poco. Il leggendario istrionismo di Pink Eyes è inimmaginabile. Indugia, all'inizio, in mezzo al palco, aizzando il suo fedele pubblico, ma già sugli ultimi accordi di “Queen Of Hearts” si libera della maglietta e si getta sulla folla che lo accoglie a braccia aperte e lo trascina agli antipodi dello stage.
Porge il microfono agli astanti invitando a seguire la voce dei coretti tra Sandy e Ben. “Hello my name is David, you are Veronica” è il motto che suggella un accordo di interattività tra chi si esibisce e chi si vuole far coinvolgere nella musica. I potenti riff delle tre chitarre ritagliano momenti di alto pathos narrativo, tonalità maggiori e cristalline che trasformano il lirismo psicologico in un dramma epico.
Durante “The Other Shoe”, la quarta parete scompare definitivamente. Damian si sposta tra il pubblico in un tripudio di abbracci, strette di mano, ammiccamenti, ruba un cappello e sembra commuoversi di gioia. A rendere ambiguo l'incantesimo è il climax del brano contraddistinto dal mantra “We're dying on the inside / dying on the inside”.

Sembra di vedere un epigono di David Thomas (anche per la mole) dimentico delle sue turbe schizofreniche e finalmente in pace con se stesso e il mondo, ma con intatto lo stesso carisma. Il resto è furia hardcore mutuata dagli Husker Du e spinta verso territori che rifuggono il post- per crogiolarsi in tentazioni noise e progressive. Nulla di tutto questo, però, è portato alle estreme conseguenze e l'ascolto dal vivo risulta comunque divertito, con una dose di teatralità tra il surreale e il grottesco (“Turn the Season” cantata arrampicato su un'impalcatura dello stage). I sermoni del forntman rappresentano, poi, divagazioni sui più disparati argomenti, dal cinema di Dario Argento al caldo della serata -sudatissimo “I hate Summer” dichiara in modo epigrammatico.
Dopo il bis, il congedo definitivo si fa attendere, i ringraziamenti e le strette di mano vanno anche alle bodyguard. “Thank you, sincerely” è il commosso e sentito commiato solo dal palco, non dai suoi fan.
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