Fucked Up

David Comes To Life

2011 (Matador) | hardcore punk, punk-pop, avant-rock

Il sestetto canadese dei Fucked Up, i nomi dei cui membri sono coperti da soprannomi creativi (Gulag, 10.000 Eyes, Mustard Gas, etc.), dopo aver proposto l'innovativa idea dell'hardcore progressivo "sinfonico", dopo aver snocciolato Ep, singoli mozzafiato e mini-cd rivoluzionari, dopo aver confezionato due album come "Hidden World" e "Chemistry Of Common Life", perviene alla maiuscola rock-opera di "David Comes To Life", in quattro atti.
La storia narra verbosamente dell'incompreso David, operaio in una fabbrica di lampadine in una cittadina sperduta (e immaginaria), che un giorno incontra una ragazza eversiva per la quale perde la testa. La ragazza muore in una rappresaglia, e David è sospettato di aver a che fare con la sua morte. La sfida per provare la sua innocenza diventa la sfida per arrivare a elaborare la perdita, e infine a ritrovare la voglia di amare e il sentimento per la vita. I quattro atti sono così cicli di canzoni legate l'una all'altra ma che cangiano di continuo, un po' flusso di coscienza e un po' canzoni pop con ritornelli orecchiabili e sofferti allo stesso tempo, scolpiti dalla voce e dagli intrecci delle tre chitarre, mai così affilate e assordanti.

Il primo atto è subito geniale. La genesi avviene come una discesa dal cielo, in una nube di riverberi e note di pianoforte, una melodia che prende forma e velocità poco a poco, fino a ingranare la marcia giusta e a far da rampa di lancio per "Queen Of Hearts", un duetto ansiogeno tra sfuriata Springsteen-iana e voce femminile angelica. "Under My Nose", emo-pop in velocità, svirgolato dagli scampanellii delle chitarre, è uno dei loro migliori giochi illusionistici, tra muro di suono e progressione trionfante. Così "The Other Shoe", un Henry Rollins metafisico, quasi estasiato, è un recitativo con refrain-motto a due, che poi sfreccia una baraonda in crescendo, e la dichiarazione di "Turn The Season" dilania un riff-siluro, nella miglior tradizione dei Husker Du.

Il secondo atto attacca con un altro riff composito ("Running On Nothing", un altro apice del disco), con sovratoni da hard-rock sudista, reso confessione lacerante, e "Remember My Name", che - assieme a "The Other Shoe" - approccia la visceralità di "Tommy" nella sua combinazione tra mitragliate strumentali e continua modulazione forte-piano. "Serve Me Right" è la più vicina all'ethos canonico dell'hardcore, anche se la furia ruggente delle chitarre in sovratono e le giunture atmosferiche in sottofondo contribuiscono a lanciarla in un'orbita differente.
La narrazione perviene, nel terzo atto, al ruolo di protagonista assoluto; generi, canzoni e accorgimenti di produzione ne divengono subalterni. La power-ballad di "Truth I Know" aggancia il canto rabbioso a un effetto di simil-oboe della terza chitarra, e in "Ship Of Fools" - meglio ancora - la band si fa, all'unisono, ufficiale cantastorie del post-hardcore. Il picco di veemenza di "A Little Death", che fa sembrare i Sex Pistols degli scolaretti diligenti, aggiunge una coda barocca (forse l'unica idea malsana dell'opera).

Il quarto atto fa il contrario del terzo, puntando tutto all'attacco delle chitarre e ai suoi risvolti allucinogeni, una forza catartica nei confronti del percorso del protagonista. "I Was There" è un catalogo di voragini verbali e strumentali, esplosioni e orgasmi acidi a ritmo hard-rock, "Inside A Frame" è una slam-dance che parte melodica e per farsi implacabile dichiarazione alla Rage Against The Machine o alla Refused che procede per strati ritmici di chitarre, e "The Recursive Girl" è una "Serve Me Right" a perdifiato. Per la chiusa i Fucked Up adottano stravolgimenti di genere: "One More Night" riprende "The Other Shoe" e "Remember My Name", ma è ancor più programmatica e ardua, quasi folk-rock man mano che si approssima alla riapparizione della voce femminile, e "Lights Go Up" distorce fino alla caricatura (in tempo comodo) il jangle-pop dei Byrds, con un inizio quasi cantato e poi dilagante in uno strato di suono post-shoegaze.

Più che le vignette giovanilistiche di "Milo Goes To College" dei Descendents, l'album - presentato anche come recital teatrale e preceduto dal mini "David's Town" -  è un inno ai grandi doppi album del passato, quelli che ripetono se stessi allo sfinimento, canzone dopo canzone, ma che in realtà si scavano continuamente dentro fino alla catarsi. I Fucked Up premono molto sul concetto di ludos, e di luce, lampadina, come nella solenne altisonanza dei predicatori quando insistono sulle metafore per stordire in senso mistico l'audience. Perfetto nell'agganciare il montaggio sonico alla narrazione, curato nell'organizzazione degli spazi: tracotanti quelli strumentali, esorbitanti quelli del canto, senza paure di cadere nella verbosità (un altro elemento per renderlo spesso, denso, profondo). E' un nuovo baluardo, un nuovo limite di demarcazione, un paletto che prende le radici dalla lacerante forza primigenia del "Zen Arcade" dei Husker Du, specie in quegli intermezzi psichedelici che frizionano le canzoni in vuoti di panico esistenziale, rivelando una sorta di outer space interiore. Registrato in quattro studi nell'arco di tre anni, con supervisione dell'intera band.

(20/06/2011)

  • Tracklist
  1. Let Her Rest
  2. Queen Of Hearts
  3. Under My Nose
  4. The Other Shoe
  5. Turn The Season
  6. Running On Nothing
  7. Remember My Name
  8. A Slanted Tone
  9. Serve Me Right
  10. Truth I Know
  11. Life In Paper
  12. Ship Of Fools
  13. A Little Death
  14. I Was There
  15. Inside A Frame
  16. The Recursive Girl
  17. One More NIght
  18. Lights Go Up
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