07/05/2011

Sufjan Stevens

Admiralspalast, Berlino


di Beniamino Cianferoni
Sufjan Stevens

Concerto grandioso, sfarzoso, arty di Sufjan Stevens, geniale songwriter, fino a poco tempo fa di canzoni folk-rock e che adesso unisce, alla grazia old-style di "Seven Swans" e "Chicago", i venticinque minuti della ridondanza psych ed electro di "Impossibile Soul".

Il cantautore del Michigan dopo l'acclamato e ambizioso affresco folk-rock di "Illinois" (2005) e una serie di lavori interlocutori, si è tuffato lo scorso anno con "The Age Of Adz" in nuovi e imprevedibili scenari sonori. Figura di riferimento artistica per questa conversione è quella di Royal Robertson, pittore della Louisiana, schizofrenico, sedicente profeta, tormentato da allucinazioni futuristiche, sci-fi. E Stevens durante il concerto descriverà con particolare sentimento la storia di Royal e dei suoi dipinti, dai quali ha tratto molta dell'ispirazione, nonché gli artwork, per il suo ultimo spiazzante album.

 

L'inizio è da brivido, per un esordio di concerto sinceramente memorabile; il palco è avvolto dall'oscurità e Sufjan, appena illuminato, libera l'incedere acustico e malinconico di "Seven Swans", fino a quando, nel climax emotivo della canzone, irrompono assieme alla batteria fasci di luci a illuminare Stevens e le coriste; si scopre così che tutti indossano immense ali bianche alle spalle, per un effetto scenico tanto sorprendente quanto riuscito, che lascia il pubblico senza fiato.

 

Poi il singolo "Too Much" dà inizio allo scoppio di suoni e colori, caratteristici dell'ultimo album, quel "The Age Of Adz" che ha segnato un punto di rottura rispetto alle sonorità a cui eravamo abituati. Sufjan Stevens ha infatti per il momento dismesso le vesti del semplice, per quanto geniale, cantautore folk; adesso la musica prende avvio da un orientamento visionario, apocalittico e da arrangiamenti psych ed electro, che trovano piena estrinsecazione nelle scenografie del concerto, con proiezioni di filmati ispirati ai dipinti di Robertson, grandiosi e psichedelici giochi di luce, vestiti strampalati e danze robotiche. Nell'insieme un affresco multiforme e affascinante, anche grazie alla presenza sul palco di ben dieci musicisti, con due batterie, una sezione di fiati, due coriste ballerine.

Uno spettacolo artistico variopinto, per uno show che non viva di sole suggestioni musicali, questa doveva essere l'idea di Sufjan; non a caso è stato scelto come location un teatro, anche se nei momenti più movimentati il pubblico non esiterà ad alzarsi per cantare e ballare (!) insieme al talentuoso songwriter.

 

Dopo "Too Much" viene presentata la title track "Age Of Adz", il brano in cui si è compiuta più felicemente la sintesi fra passato e presente del percorso di Sufjan Stevens; il sostrato electro, talvolta responsabile di un certo appesantimento delle composizioni all'apparenza non sempre necessario, trova qui un equilibrio che permette l'esaltazione dell'intensa linea vocale. Le due distinte anime di Stevens si intrecciano e si rincorrono, con l'esecuzione di quasi tutti i brani da "The Age Of Adz" tra l'apertura e la chiusura del concerto, dedicate invece al lato folk.

Sufjan si addentra, senza concedersi quasi più pause, nel mondo schizofrenico di "The Age Of Adz". Il filo del discorso, dopo lo splendido incipit, sembra talvolta restare incagliato in sperimentazioni fuori tono e divagazioni eccessive, ma il pubblico non mostra alcun segno di irrequietezza. Il teatro, completamente esaurito, è veramente entusiasta.

Sufjan, verso la fine del concerto, ci comunica premurosamente che il pezzo successivo consisterà in niente di meno che venticinque minuti di sperimentazioni electro, dance e altro ancora, ma pochi secondi bastano perché tutto il pubblico si alzi in piedi per accompagnare - fra battiti di mani, canto delle melodia e danze - l'ultima canzone prima dell'encore.

 

Non vogliamo chiedere certo a Sufjan di rinnegare la sua recente conversione arty e futuristica, probabilmente fase di passaggio necessaria, per una presa di distanza temporanea da sé, di positivo alleggerimento, verso una rielaborazione più adulta della propria identità. Rimane il fatto che, mentre le canzoni di "The Age Of Adz" "solamente" intrattengono, quelle di "Illinois" o altre, come "Seven Swans", continuano a possedere un'energia più profonda ed emotivamente meno estemporanea, quali espressioni maggiormente coerenti con lo spirito e la storia dell'artista.

 

Siamo arrivati quasi alla fine, con gli applausi del pubblico berlinese che proseguono incessanti, fino a quando, dopo aver portato a termine l'impresa di "Impossible Soul", diversi minuti più tardi Sufjan torna sul palco, dal mondo futuristico finalmente con vestiti normali. Dopo una sentita dichiarazione d'amore per la città, Stevens regala gli ultimi sussulti dello show, con tre fra le migliori canzoni di "Illinois", "Concerning The UFO Sighting Near Highland, Illinois", la triste elegia di "John Wayne Gacy, Jr." e "Chicago"; le prime due in solitario, mentre la terza accompagnato da tutta la band.

È un grande successo, il teatro esaurito si fa totalmente coinvolgere dalla magica sinfonia intimista di "Chicago", prima che Sufjan, salutato con gratitudine il pubblico, sparisca correndo dietro il sipario.

Setlist
  1. Seven Swans
  2. Too Much
  3. Age of Adz
  4. Heirloom
  5. I Walked
  6. Now That I'm Older
  7. Vesuvius
  8. Enchanting Ghost
  9. Get Real Get Right
  10. All For Myself
  11. I Want To Be Well
  12. Futile Devices
  13. Impossible Soul

 

Encore

 

  1. Concerning The UFO Sighting Near Highland, Illinois
  2. John Wayne Gacy, Jr.
  3. Chicago
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