Sufjan Stevens

Illinois

2005 (Asthmatic Kitty / Rough Trade) | songwriter

Ad appena un anno dall'ottimo "Seven Swans", torna uno dei più distintivi tra i giovani songwriter statunitensi, con la seconda tappa del suo ideale tour degli stati americani (dopo "Michigan" del 2003), questa volta dedicata all'Illinois, con uno scontato gioco di parole e i soliti titoli chilometrici. Sufjan Stevens si presenta qui con un lavoro complesso ed eterogeneo (un'ora e un quarto di durata per ben ventidue tracce, sei delle quali sono tuttavia brevi interludi o divertissement dalla durata inferiore al minuto), prodotto nel breve lasso di quattro mesi e registrato in numerose diverse location, comprensive anche della chiesa episcopale di St. Paul a Brooklyn, ove sono state eseguite le parti di pianoforte.

Seppure spesso essenziale nella scrittura e ancor più negli equipaggiamenti tecnici di supporto, Sufjan non incarna affatto lo stereotipo del songwriter tutta voce e chitarra, impegnato soltanto nel recupero della tradizione folk/blues del rock americano, tanto cara ad autori quali Jason Molina o Damien Jurado. Alla sua giovane età, e con alle spalle già una discreta mole di album e di esperienze diverse, Sufjan sembra ormai aver trovato un equilibrio in composizioni multiformi, intense e ariose che, pur ascrivibili alla storia musicale della East Coast, abbracciano stili e generi con sensibilità particolarissima e con il supporto di una strumentazione davvero ambiziosa nella sua varietà, nella quale la chitarra cede spesso il passo a pianoforte, fiati, archi, campanelli ed altro ancora, in una dimensione palesemente tendente verso quella orchestrale.

Non è facile riassumere succintamente tutto il denso contenuto di "Illinois", ma già le sue prime tracce riescono a fornire un'idea almeno parziale dell'incredibile vivacità creativa del suo autore.
Si parte con la placida "Concerning The UFO Sighting Near Highland, Illinois", nella quale Stevens incornicia con un piano dal suono leggero e cristallino la sua voce serafica, da adolescente che osserva il mondo con gli occhi sgranati e stupiti; segue "The Black Hawk War…" (la pronuncia del cui titolo completo richiede quasi tutti i due minuti della sua durata!), strumentale tutto costruito su un'epopea di archi e fiati, ideale colonna sonora per qualche kolossal mitologico o fantascientifico degli anni 60. Ben diverso è il passo sbarazzino di "Come On! Feel The Illinoise!" che, introdotta da un piano pizzicato, si evolve in un alternarsi tra un coro decisamente retrò ed un caleidoscopio incalzante di fiati, per culminare, dopo un lieve intermezzo jazzy, in chiave sommessamente romantica e confidenziale.
L'intensa e buckleiana "John Wayne Gacy, Jr." offre un ulteriore cambio di ritmo, con la sua accurata ricostruzione della vicenda di uno dei più feroci serial killer della storia statunitense, tracciata con maestria narrativa, una struttura avvolgente - interamente imperniata su chitarra acustica e pianoforte - e l'impeccabile, adeguatissimo cantato di Sufjan, toccante e riflessivo. A risollevare i toni provvede poi "Jacksonville", con il suo florilegio di archi guidato da un banjo, che esplode nel coinvolgente coro finale in una sorta di gospel bianco.

Ma quasi tutti gli altri episodi dell'album sono degni di nota e presentano strutture di volta in volta sorprendenti. Lo spettro musicale e compositivo di Stevens spazia infatti dal grandioso affresco "on the road" di "Chicago" (nel quale la sua voce è puntualmente contrappuntata da un coro, vagamente natalizio, dai toni più alti), alle fascinazioni di funk orchestrale di "They Are Night Zombies!! They Are Neighbors!! They Have Come Back From The Dead!! Ahhhh!", capace di far affiorare alla mente addirittura certa dance music corale degli anni 70. Si va poi dagli apparenti opposti della fisarmonica folk che disegna le rime bizzarre di "Decatur, Or, Round Of Applause For Your Stepmother!", all'unico accenno di chitarra elettrica di "The Man Of Metropolis Steals Our Hearts", peraltro inframezzato da un momento intimista di sola acustica e voce, dalla pomposità da musical di "The Tallest Man, The Broadest Shoulders" alle reminiscenze di Steve Reich di "Out Of Egypt, Into The Great Laugh Of Mankind, And I Shake The Dirt From My Sandals As I Run", fino alle liquide ed eteree melodie di "Prairie Fire That Wanders About", brano che - con tutta probabilità in maniera involontaria - richiama alla mente lo stile di alcuni episodi di una band altrimenti lontana anni luce come gli Stereolab.

Tuttavia, pur divertendosi a concedersi tali e tante stravaganti divagazioni (e dimostrando in tutte le stesse un'abilità e una sensibilità fuori dal comune), il giovane Sufjan esprime al meglio il suo talento nei passaggi più minimali e intimisti del lavoro, quelli nei quali la sua voce piana ma ferma emerge su una base di solo piano e/o chitarra acustica, come avviene in tanti alterni momenti dell'album e soprattutto, oltre che nella già citata "John Wayne Gacy, Jr.", nella struggente e oscura storia di "Casimir Pulaski Day" (festa nazionale dell'Illinois), basata sul dialogo tra chitarra e banjo, e nella splendida e sospesa "The Seer's Tower" che, incentrata su una melodia minimale di pianoforte e un coro elegiaco ed evocativo, rappresenta una delle vette emotive del lavoro.

Stevens ha qui creato un'opera che sfugge davvero a definizioni e paragoni, un'opera dal tema circoscritto nello spazio ma assolutamente fuori dal tempo, dalla quale emerge con forza la figura di un artista maturo, completo e ricco di un talento particolarissimo, che lo rende unico nel pur affollato panorama dei songwriter statunitensi di questi anni. Per quanto l'eterogeneità del lavoro possa spiazzare ai primi ascolti, la constatazione meravigliata della sua ineccepibile accuratezza tecnica cede ben presto il passo alla scoperta dei tanti piccoli, diversi gioielli in esso racchiusi; se infatti con la sola perfezione tecnico-compositiva si può correre il rischio di una certa freddezza emotiva, Sufjan Stevens riesce a rifuggire da qualsiasi ridondanza e a riempire di pathos le proprie composizioni mantenendo, nel contempo, un tono lieve e per nulla serioso, ulteriore elemento che, ascolto dopo ascolto, contribuisce a far entrare nella mente e nel cuore, per non farli più uscire, tanti dei multiformi brani di questo irresistibile "Illinoise".
  • Tracklist
  1. Concerning The UFO Sighting Near Highland, Illinois
  2. The Black Hawk War, Or, How To Demolish An Entire Civilization And Still Feel Good About Yourself In The Morning, Or, We Apologize For The Inconvenience But You're Going To Have To Leave Now, Or...
  3. Come On! Feel The Illinoise!
  4. John Wayne Gacy, Jr.
  5. Jacksonville
  6. A Short Reprise For Mary Todd, Who Went Insane, But For Very Good Reasons
  7. Decatur, Or, Round Of Applause For Your Stepmother!
  8. One Last "Whoo-hoo!" For The Pullman
  9. Chicago
  10. Casimir Pulaski Day
  11. To The Workers Of The Rock River Valley Region, I Have An Idea Concerning Your Predicament
  12. The Man Of Metropolis Steals Our Hearts
  13. Prairie Fire That Wanders About
  14. A Conjunction Of Drones Simulating The Way In Which Sufjan Stevens Has An Existential Crisis In The Great Godfrey Maze
  15. The Predatory Wasp Of The Palisades Is Out To Get Us!
  16. They Are Night Zombies!! They Are Neighbors!! They Have Come Back From The Dead!! Ahhhh!
  17. Let's Hear That String Part Again, Because I Don't Think They Heard It All The Way Out In Bushnell
  18. In This Temple, As In The Hearts Of Man For Whom He Saved The Earth
  19. The Seer's Tower
  20. The Tallest Man, The Broadest Shoulders
  21. Riffs And Variations On A Single Note For Jelly Roll, Earl Hines, Louis Armstrong, Baby Dodds, And The King of Swing, To Name A Few
  22. Out Of Egypt, Into The Great Laugh Of Mankind, And I Shake The Dirt From My Sandals As I Run
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