Se da leader dei Genesis aveva saputo dar vita a una
peculiare forma di art-rock progressivo dalle forti tinte teatrali, da solista
Peter Gabriel non è stato da
meno, sviluppando un'ambiziosa ricerca sull'integrazione tra elettronica e world
music che lo ha portato a realizzare dischi innovativi e sperimentali, destinati
a influenzare due decenni di musica. Di questo progetto, "Passion" è il vertice
assoluto. Un disco stupefacente per il sincretismo culturale e per la quantità
di soluzioni sonore che lo caratterizzano. Un'opera monumentale, in cui Gabriel
veste i panni di un Brian Eno della
world music, di uno studioso del suono, attingendo a un'infinità di materiali
folk, originari soprattutto dell'Asia e dell'Africa, e rielaborandoli in studio.
Realizzato nel 1989 come colonna sonora per il film di Martin
Scorsese "L'Ultima Tentazione di Cristo" (adattamento dal romanzo di Nikos
Kazantzakis), "Passion" ha coinvolto musicisti provenienti da paesi quali
Pakistan, Turchia, India, Costa d'Avorio, Egitto, Bahrain, Nuova Guinea,
Marocco, Senegal e Ghana. Smisurato, di conseguenza, lo spettro di timbri e
strumenti. Spiccano, in particolare, il violino di Shankar, il flauto turco di
Kudsi Erguner, le tabla di Hossam Ramzy, le percussioni di Fatala, il doudouk
armeno di Vatche Housepian e Antranik Askarian, i vocalizzi di Nusrat Fateh Ali
Khan, Youssou N'Dour e Baaba Mal.
Il risultato di tanta eterogeneità è una babele di suoni e
(poli)ritmi di cui Gabriel è l'architetto. Molti brani sono semplicemente la
rielaborazione di temi armeni, egiziani e kurdi con centinaia d'anni di storia.
Ma in "Passion" non c'è alcunché di dejà vu, anzi, l'impressione è quella di
assistere a un gigantesco musical futurista: le pulsazioni elettroniche e i
pannelli "ambientali", infatti, riescono a trasformare queste melodie eterne
nella colonna sonora ideale per un viaggio nella world music che verrà. In
questo senso, il disco può essere tranquillamente considerato tra i più
influenti della storia del rock. Già, rock, perché pur attraversando le
tradizioni folk di mezzo mondo, "Passion" rivela un'attitudine "sintetica"
tipica del rock. Così come è tipicamente rock l'approccio – sempre istintivo e
mai astratto – con cui Gabriel plasma questa mole sonora.
Il disco è costruito in crescendo, in un'ascensione ideale dal
tribalismo pagano più sfrenato fino al misticismo arabo e orientale, per
approdare alla solennità della Passione cristiana. Nel film, Martin Scorsese
voleva mostrare la lotta tra il lato umano e divino in Cristo in modo duro e
provocatorio. Le tracce di "Passion" raccontano questo conflitto in un
alternarsi spettacolare di meditazioni mistiche e sinfonie marziali, tribalismi
raga e torrenziali danze della giungla, litanie arabe e melodie dolenti alla
Morricone.
Il disco parte, e subito… "The Feeling Begins", come rivela la
traccia iniziale. Merito dei suoi misteriosi droni di synth in apertura, seguiti
da un affastellarsi progressivo di strumenti: octabans, surdu, skins (tutti
appannaggio di Manny Elias), ma anche tabla e cimbali, chitarra e doppio violino
(nel quale si destreggia, ovviamente, il mostruoso Shankar); al doudouk, invece,
è affidato il compito di interpretare una melodia tradizionale armena
(ribattezzata in inglese "The Wind Subsides"). Più che l'inizio di un disco,
sembra la partenza di una carovana di dervish per un viaggio nel deserto.
Il giardino di "Gethsemane" è il luogo della preghiera: un breve
interludio di un minuto e 25 secondi di musica da camera, per muovere i primi
passi di una lunga ascesi mistica; il virtuosismo di Gabriel consiste qui nel
costruire un intero brano su sample di flauto elettronicamente modificati. E se
la spettrale nenia araba di "Of These, Hope" vibra soprattutto della "talking
drum" di Massambla Dlop, simulando una cavalcata nel deserto, la piece di
"Lazarus Raised" celebra il miracolo della resurrezione sulle note celestiali
d'una melodia tradizionale kurda per duduk e tenbur (dedicata all'amore infelice
di una giovane donna per il leggendario guerriero Bave Seyro). Gabriel, per
l'occasione, si cimenta col suggestivo piano Akai. Ascoltando questi brani,
sembra quasi di vedere i Pink Floyd suonare in una moschea. E la new age è solo
dietro l'angolo.
Il clima da estasi mistica viene presto interrotto dalla
tempesta sonora di "A Different Drum" - forse la più "gabrieliana" delle tracce
- con il baritono maestoso dell'ex leader dei Genesis a intonare una sorta di
canto della giungla, attorniato da droni di organo, fitte percussioni tribali e
vocalizzi esotici (a cura di David Sancious). E' un classico esempio
dell'ethno-dance di Gabriel: una contaminazione eccitante tra il moderno battito
tecnologico dell'Occidente e i ritmi "primitivi" dell'Africa profonda. E' invece
in un minimalismo raffinato, degno d'un Glass della world music, che va
ricercato il fascino di "Zaar", tenera piece poggiata su un fondale pianistico,
intessuta su un reticolo di tamburine, duf, tabla, cimbali e triangolo, e
sottilmente innervata dalle corde irrequiete del violino di Shankar. Il
techno-funk "tribale" di "Troubled" prelude all'inno mantra di "Open", una
improvvisazione tra il violino di Shankar e il piano di Gabriel dal profumo
vagamente psichedelico, anche grazie ai vocalizzi "stranianti" dello stesso
Shankar. Siamo ormai nei paraggi della trance mistica, come conferma la
successiva "Before Night Falls", dominata dal ney (il flauto "obliquo" turco) di
Kudsi Erguner.
"With This Love" segna uno dei momenti più commoventi
dell'album: una melodia struggente d'oboe, degna del miglior Morricone, prende
magicamente vita, mentre i ricami del doppio violino di Shankar si intrecciano
al piano e al Fairlight, il synth-computer di Gabriel che conferisce un timbro
delicatamente elettronico agli arrangiamenti. Non siamo troppo distanti dalle
piece più suggestive della musica barocca. Attraverso una tempesta di sabbia
ossessivamente scandita dalle percussioni marocchine e dalle tabla ("Sandstorm")
si approda a un'altra tappa della via crucis di "Passion": "Stigmata", in cui
sono esclusivamente il kementche' di Mahmoud Tabrizi Zadeh e la voce di Gabriel
a creare una suspense "cosmica".
Il disco ascende ormai verso il suo vertice mistico: la title
track, che celebra la Passione di Cristo con la solennità di un requiem e il
misticismo di un mantra indiano. Il canto da muezzin di Gabriel si unisce al
soprano solenne di Nusrat Fateh e ai vocalizzi inconfondibili del senegalese Youssou N'Dour, mentre la tromba
minacciosa di Hassell, la cadenza serrata delle percussioni brasiliane e
l'intreccio cupo delle tastiere contribuiscono ad acuire il clima da liturgia
universale. Il coro spettrale della reprise di "With This Love" può apparire,
allora, la voce delle donne che piangono il Cristo morto, in attesa della
resurrezione.
Il flauto ney di Kudsi Erguner e i sintetizzatori di Gabriel
tengono in vita il fragile bozzetto sonoro di "Wall Of Breath", che rasenta
l'ambient music più rarefatta, prima del sussulto di "The Promise Of Shadows".
L'accenno di ritmo di quest'ultima si fa assolo percussionistico nell'ossessiva
"Disturbed", dove i tamburi africani e le tabla si sfidano a duello, relegando
sullo sfondo il violino di Shankar.
Ma il tempo della mestizia è finito, la resurrezione arriverà, e
a celebrarla con il massimo della solennità provvede la sinfonia di "It Is
Accomplished", con cadenze quasi wagneriane e un trionfo di strumenti (dalle
percussioni al tamburino, dall'arghul all'organo hammond, dal basso alle
tastiere). L'opera si spegne lentamente sul fischio languido di "Bread And
Wine", senza quasi che l'ascoltatore riesca ad accorgersi che il miracolo
musicale di Peter Gabriel si è appena concluso.
"Passion", che segna il debutto di Gabriel con la sua Real
World, strabilierà la critica di mezzo mondo, vincerà un Grammy come "miglior
disco new age" dell'anno e riuscirà perfino a entrare nelle classifiche di Usa e
Gran Bretagna. I Momix, la compagnia di ballerini-illusionisti diretta
dall'americano Moses Pendleton, ne faranno la colonna sonora di un suggestivo
spettacolo teatrale. Da questa opera prenderà l'abbrivio la rinascita della
world music targata Peter Gabriel, che si accompagnerà negli anni alla
produzione di una moltitudine di dischi per musicisti del Terzo Mondo e a una
serie di progetti internazionali, come il Womad (World Of Music, Arts And
Dance), creato per dare visibilità in Occidente alle tradizioni dei luoghi meno
conosciuti del mondo e trasformato in appuntamento annuale itinerante.


