Peter Green

The End Of The Game

1970 (Reprise) | psychedelic-rock

"... I feel it is time for a change". Con queste parole Peter "Green" Greenbaum poneva termine alla sua esperienza come chitarrista dei Fleetwood Mac nell'aprile del 1970, per incamminarsi su percorsi differenti, lontani dalla fama procuratagli dal blues elettrico di quella band. Ufficialmente colto da crisi mistico-religiosa, in realtà parzialmente inebetito dall'Lsd, Green abbandonò lo stile di vita precedente per dedicarsi interamente a una sorta di estemporaneo ascetismo, che lo porterà a disfarsi della fortuna accumulata e a vagare di lavoro in lavoro, ma che sublimerà in una delle opere più grandiose mai pubblicate. Inciso in una sola notte, "The End Of The Game" rimane una delle meteore più accecanti che abbiano mai solcato il cosmo della musica rock.

Green si traveste da sciamano e cerimonia una messa ancestrale, dove oscurità e magia tribale, si fondono al viaggio lisergico. E allora in "Bottoms Up", la chitarra si distende eterna e schizofrenica su un fitto tappeto ritmico, per poi esplodere in preda a un mistico delirio. Estremamente dimessa e intima, "Timeless Time" evoca la quiete estatica del David Crosby più dilatato e sognante e, insieme al tenero fraseggio chitarristico di "Hidden Depth", richiama alla mente le atmosfere languide e sognatrici che accompagnarono l'utopia hippie, e la grande stagione creativa che sta mestamente volgendo al termine.

Ma basta ascoltare l'epico duello con il piano di Zoot Money in "Descending Scale", per capire che l'anima di Green è sfregiata da contrasti che di angelico hanno ben poco. Quiete e tempesta, estasi pianistica e chitarra rabbiosa, come sfondo la foresta misteriosa e arcaica, infinita. L'ossessiva percussività da danza tribale, trova sfogo in "Burnt Foot": la batteria domina, il cerimoniale si avvicina al culmine, la chitarra attraversa soltanto la traccia, come una arcana presenza incombe silenziosa.

Il rito raggiunge l'apice, Green dipinge schizzi di primordiale follia, estrae tutta la potenza evocativa dallo strumento, per adempiere al ruolo di sciamano rock come solamente il Morrison più invasato prima di lui; la conclusiva "The End Of The Game" è lo sfogo terminale, la furia cieca prende il sopravvento, delirante ritorno a una forma di primitiva coscienza. Il misterioso, l'inesplorato, l'infinita e dolorosa ricerca delle origini accompagnano Green nel suo concerto di dissonanze e distorsioni per wah-wah. Tutte le tracce si basano sull'improvvisazione, forti di una notevole perizia tecnica dei collaboratori, creando il fortunato connubio di psichedelia e jazz-rock che permea il disco e che lo rende una delle pietre miliari del rock strumentale dell'epoca. Viscerale ed intenso, schizofrenico nei suoi continui viaggi tra l'estatico e il minaccioso, "The End Of The Game" è l'urlo nel silenzio di una generazione che osserva impotente il lento dissiparsi di un sogno: la fine dei giochi.

(30/10/2006)

  • Tracklist
  1. Bottoms Up
  2. Timeless Time
  3. Descending Scale
  4. Burnt Foot
  5. Hidden Depth
  6. The End Of The Game
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