Miles Davis

E.S.P.

1965 (Sony Jazz) | jazz

È passato più di un quinquennio dall’uscita di “Kind of blue” e Miles Davis nel frattempo non ha fatto cose francamente indimenticabili (come “Someday my prince will come”, che ha per lo più ha il pregio di aver introdotto nel “giro” davisiano buona parte dei musicisti che faranno parte di quello che sarà il suo nuovo combo), si può dire abbia trascorso un periodo di transizione.
Periodo che sicuramente finisce nel gennaio del 1965 quando il trombettista entra per la prima volta in studio con il suo nuovo quintetto, poi definito “stellare”, per registrare sette nuovi brani originali e, tanto per cambiare, per imprimere a fuoco il suo nome nella storia del jazz, codificando un nuovo stile che avrà indicibile influenza per i posteri e aprendo un ciclo che lo vedrà protagonista nel corso della seconda metà degli anni sessanta con dischi memorabili quali “Miles smiles”, “Nefertiti” e “Sorcerer”.

Il quintetto è composto, oltre che dal Nostro, da quattro giovani e talentuosi musicisti che, per inciso, partecipano in maniera massiccia anche alla fase compositiva in tutti i dischi che registreranno: il sassofonista Wayne Shorter, il pianista Herbie Hancock, il contrabbassista Ronald Carter e il batterista Tony Williams, e il disco in questione è “E.S.P.”, che già dal titolo è tutto un programma.

La ESP, infatti, è, all’epoca dei fatti, la principale etichetta discografica di riferimento per il free jazz, come noto genere non molto gradito — per usare un eufemismo — da Miles Davis, il quale nel titolare un album in tal guisa, non solo ci comunica l’intenzione di prendersi gioco di tutta la New Thing, ma sottolinea anche la sua determinazione nel voler evidenziare la superiorità del suo modo di suonare e di intendere la musica rispetto alla nuova ondata free degli anni sessanta — peraltro abbracciata da numerosi suoi colleghi ed ex collaboratori, John Coltrane in primis — un po’ come a dire: ”Ora vi faccio vedere io come si suona”. Eh si, l’umiltà non è mai stata la sua dote principale.
L’idea di base che ci propina Miles Davis nel disco in questione, probabilmente proprio per andare controcorrente rispetto al dominante free jazz, è quella del recupero dell’hard bop.
Tuttavia, nell’ascoltare “E.S.P.” (e tutti gli atri dischi del quintetto) non si ha l’impressione di avere a che fare con lavori prettamente appartenenti a detto genere, e la spiegazione è semplice. I vertici dell’hard bop sono stati raggiunti negli anni cinquanta e nel frattempo è successo qualcosa di importante e cioè ha iniziato — proprio grazie al celeberrimo “Kind of blue” — a prendere piede l’idea di jazz modale. E chi se non il principale artefice di tale modo di suonare poteva riuscire nell’impresa di innestare il gene del jazz modale nell’hard bop?
Il risultato è quello che si sente nel disco de quo, e cioè un hard bop che, paradossalmente, pur essendo riconoscibile nelle sue origini suona molto cool, raffinato, ricercato (ben diverso da quello — pur pregevole ma più “tradizionale” — dello stesso Davis di “Milestones”). A dirlo sembra quasi un ossimoro, una contraddizione in termini eppure è così e la sensazione, oltre a quella di un suono nuovo e alternativo rispetto alla New Thing è quella di incredibile freschezza, di un sound moderno e tuttora attuale.

Naturalmente a sostegno di quanto detto c’è la sostanza di brani di eccellente fattura, nei quali si mette in luce fin da subito la capacità di autori (oltre a quella di strumentisti eccezionali!) dei membri del quintetto in questione (si pensi alla titletrack e a “Iris”, scritte da Shorter o a “Little one” e “R.J.” firmate rispettivamente da Hancock e Carter), nonché la solita straordinaria e quasi unica perizia registica di Davis che oltre che musicista incredibile (magari non tecnicamente, rispetto ad altri trombettisti, ma, ovviamente, ciò non rileva) si è sempre rivelato collante fondamentale per tutti i gruppi più o meno estesi che ha diretto.
Quella operata da Davis con “E.S.P.” può essere considerata l’ultima grande “zampata” in ambito prettamente e puramente jazz dal “Miles Gloriosus”, considerato che nel giro di pochi anni il Nostro sarebbe arrivato alla svolta elettrica definitiva con il jazz rock di “In a silent way” e “Bitches brew”, che già aveva dato le sue avvisaglie in opere quali “Miles in the sky” o “Filles de Kilimanjaro”, ma non è il caso di correre troppo in là con gli anni: è un piacere soffermarsi per un po’ su questo disco che, probabilmente, è uno degli ultimi grandi lavori (insieme con i successivi “Miles smiles”, “Nefertiti” e “Sorcerer”) che conserva, pur innovandola, la purezza di un genere musicale che col tempo si è poi, inevitabilmente (e giustamente) imbastardito o, nel peggiore dei casi, riciclato.
  • Tracklist
  1. E.S.P. (Shorter)
  2. Eighty-One (Carter/Davis)
  3. Little One(Hancock)
  4. R.J. (Carter)
  5. Agitation (Davis)
  6. Iris (Shorter)
  7. Mood (Carter/Davis)
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