PAOLO CONTE - Elegia

2004 (Warner)
songwriter

Durante

l’incontro-proiezione dell’operetta “Razmataz” con gli studenti dell’Ateneo

Patavino (avvenuto nel marzo del 2003), a chi gli chiedeva anticipazioni dei

suoi progetti futuri, l’Avvocato di Asti affermava che prima o poi gli sarebbe

tornata la voglia di scrivere canzoni. Meglio il prima, evidentemente, perché

appena a un anno e mezzo da quell’evento, Paolo Conte sforna un disco che non è –

appunto – progetto para-musicale (“Razmataz”; Cgd East West, 2000), raccolta di

riletture di suoi classici (“Reveries”; East West, 2003), live album (“Tournée

2”; East West, 1998) o raccolta antologica (“The Best of Paolo Conte”; Cgd,

1996, per l’Italia, e “The Best of Paolo Conte”; Nonesuch, 1998, per il mercato

statunitense). Il precedente disco di canzoni, “Una Faccia in Prestito” (Cgd),

risale al 1995.

La title track attacca con un pianoforte

solitario, dalle nobili volute Chopin-iane; l’entrata della voce di Conte fa

assumere i toni dello sguardo al passato con cui ci si toglie i sassolini dalle

scarpe. Ma non si eccede in peccati veniali di senilità, pare anzi un discorso

rivolto in modo equipollente sia al passato che a un presente al retrogusto

d’incertezza (“Cosa sarà di me…”), con accompagnamento discreto di violoncello

e dell’hi-hat della batteria. A questa tipologia di canzoni si iscrive anche

“Chissà”, che si occupa di riecheggiare alcune sue vecchie melodie in maniera

decorosa, ma inserendole in un contesto musicale nuovo, basato sui rintocchi

grevi e maestosi del piano, e dai sobri contrappunti. “Molto Lontano” è una

danza ternaria con fisarmonica birichina, e con il cambio di tempo nel chorus

(un abbozzo di bolero metropolitano) che ben si inserisce nel cambio generale di

atmosfera: due emisferi in netta contrapposizione, ma pure in vicendevole

scambio vitale.

“Non ridere”, uno dei pezzi forti del disco, è una

ballata solcata dal passo marziale e solerte del piano, un diario sconsolato di

personalissimi j’accuse riverberati dagli ottoni e dai fiati da camera

(“…Siamo angeli stregati da infinita allegria”). “Bamboolah” è piccola, ma

valida opera di stilizzazione: solo un piano magnificante e quasi iperrealista,

e l’arrangiamento appena tratteggiato in similitudine con le immagini che

popolano la lirica (“Ciondola, la mia sagoma…/ come palma che dondola”).

La bossa con piano a martelletto sulle note alte dell’intro che apre “La

nostalgia del Mocambo” dischiude poi una scena estatica in cui Conte declama in

mezzo a un’oasi di fiati e note accarezzate di piano, che prelude al ritmo

veloce, snello, intrigante del chorus. “Sandwich Man” è un calpypso piano-driven

su cui svettano le declamazioni esacerbate del cantautore (tra le quali c’è il

verso forse più impressionistico del disco: “La domanda è rosso fuoco e la

risposta è blu”), avvolte da melanconia malcelata, incorniciate da contorni

d’archi, come fondali arcaici, e puntellate da un solo di chitarra esotica, ma

pure rabbuiata.

“Il Regno del Tango”, ovviamente in tempo di

bossa-tango, sembra risvegliarsi nel bel mezzo della sala da ballo, come dopo

una notte di stravizi; c’è la solita, grande maestria nella mistura con altri

ritmi tropicali e cadenze swinganti, e la cura per gli innalzamenti emotivi e

voce di contorno, con tanto di breve jam finale.

Non mancano i suoi

tipici brani da piano-bar. C’è innanzitutto “La Casa Cinese”, che ha un

andamento puntato, quasi da marcia funebre, con avvolti strumentali anche più

descrittivi del solito, ma con particolare attenzione alle immagini e alle

visioni interiori. “Sonno Elefante”, un tango sottovoce incorniciato da

contorsioni della chitarra, con il piano a cocciare svogliatamente contro la

batteria tropicalia-swing, propone un’intromissione dell’oboe a donargli

preziosa malinconia.

“Frisco” è un’ode dolente con rintocchi di piano,

clarino e archi in primo piano, batteria dolcemente swingante e sospiri corali

di ottoni Dixieland. Ma tutto è senza fretta, senza voglia di strafare: la

poetica del tardo Conte, forse anche più intransigente di quella della sua prima

parte di carriera, è pullulante di spiriti e pianti antichi, in poetica

comunione (“Polvere nera al sole diamante”, cit.)

“India”, altro pezzo

forte, è una tagliente requisitoria su quell’imperialismo che deturpa anche le

bellezze più incorruttibili di quella magica terra. Aperto da un inciso del

piano ad accogliere la voce del cantore, successivi sussulti dei piatti di

batteria preludono all’accelerando che costituisce l’ossatura della canzone,

trinciata da una baldanzosa orchestrina di fiati e dall’agile batteria, e con il

piano a controbilanciare i contrasti timbrici e armonici pur presenti.

“La Vecchia Giacca Nuova” si estrania da tutti i raggruppamenti interni

all’album (ma parlando di Conte la cosa non stupisce). E’ un brano che trae

ancora ispirazione da certe sue invenzioni del passato (“Azzurro” su tutti), ma

è ben più che un omaggio ai suoi esordi: è un honky-tonk pianistico, sempre

assistito dalla sezione ritmica e dalla chitarra swing, che chiama in causa un

fagotto per creare una scenetta di complice, compassionevole comicità.

La disillusione è un sibilo ultrasonico che filtra da ogni tessitura,

attraverso i contrappunti dei legni (oboe e clarino su tutti), discreti come non

mai, arrangiamenti dosati, ritratti di personaggi che godono di molte delle

proprietà letterarie del caso. Seppur carente nell’immediatezza bozzettistica

sua tipica, così come nel respiro delle composizioni, è pure un disco ruvido e

privo di effetti retorici che non siano quelli riassuntivi di una poetica.

Conte vi si muove con la bacchetta magica dello switching di umore

e di sensazioni interiori, presa in prestito da un viandante sulla via di casa,

avvolto dai mille pensieri del rientro. Massiccio impiego di Claudio Chiara

(suona flauto, sax alto e tenore e contrabbasso) – da poco titolare di un

omonimo ensemble hard-bop -, collaboratore della band da “Una faccia in

prestito”, e immortalato nei live set di “Tournée 2”. Primo album del cantautore

per la Atlantic. “Elegia” è una parola leggibile sia con i registri di

“sentimentale” e “morale”, che con quelli di “mesto” e “lamentoso”.

07/12/2006

Tracklist

  1. 1. Elegia
  2. 2. Sandwich man
  3. 3. La casa cinese
  4. 4. Frisco
  5. 5. Chissà
  6. 6. Molto lontano
  7. 7. Non ridere
  8. 8. Bamboolah
  9. 9. La nostalgia del Mocambo
  10. 10. Sonno elefante
  11. 11. India
  12. 12. La vecchia giacca nuova