Jerry Hunt è un misconosciuto compositore texano attivo dalla fine degli anni 60, in qualità di pianista di musica contemporanea nonché di pioniere (insieme ad altri più noti) dei Live Electronics, fino al 1993, anno della sua morte. A 13 anni Hunt entra in contatto con la filosofia rosacrociana e nel giro di poco tempo crea la sua personale "chiesa postale" infatuato in egual misura dal filosofo esoterico secentesco John Dee e dal "padre del satanismo moderno" americano Aleister Crowley, già padre putativo di quell'altro geniaccio che risponde al nome di Harry Smith. Il carattere eminentemente esoterico della musica di Hunt è il tratto distintivo dei suoi dischi, che si muovono in una terra, realmente, di nessuno, ma la cosa è ignota ai più per via della distribuzione a dir poco carbonara delle opere in cui suona lo stesso Hunt, uscite per lo più sull'eroica (e defunta) etichetta What Next, e delle quali si dicono, prevedibilmente, grandi cose.
Per l'ascoltatore ritardatario l'unica maniera per entrare in contatto con l'indefinibile universo musicale di Jerry Hunt era, fino a pochi mesi fa, il disco "Song Drapes" uscito su Tzadik nel '99, che raccoglie le composizioni di due distinti progetti di Hunt suonate da musicisti non accreditati e arricchite dalle voci virtuose di Karen Finley e Shelley Hirsch (oltre che da quella di Mike Patton in un episodio). Oggi il buon John Zorn, titolare dell'etichetta, ci mette a disposizione altre 4 registrazioni di "classici" del repertorio di Hunt eseguite da membri del Barton Workshop tra il 2000 e il 2003.
Il disco si apre col brano omonimo, "Phalba (Ila Multiplex)" per piccolo ensemble ed è la prima genialata del disco. Immaginate una partitura classica, settecentesca con tanto di flauto e clarinetto, solo suonata da Peter Brotzmann alla fine degli anni 60, nel periodo di Machine Gun e Fuck de Boere per capirci. La "free music" di Hunt, piuttosto lontana dalle brevi composizioni di carattere esoterico presenti su "Song Drapes", ha la particolarità di mantenere, pur all'interno di strutture estremamente libere e dissonanti, una bislacca specie di armonia, grazie, in particolare, all'uso del flauto, paradossalmente straniante essendo unico e flebile barlume di lucidità in mezzo al caos brado, ma sempre controllato, previsto dalla partitura di Hunt (non è però sbagliato individuare nella relativa levigatezza sonora una scelta produttiva non dissimile dallo standard di casa Tzadik, in cui, di solito, a contare è più la bellezza intrinseca della musica anziché l'innovazione tout court). Il brano assume pian piano i connotati della danza macabra per bambini o di una mascherata inquietante, un po' come assistere al Muppet Show in versione gore.
Si prosegue con "Chimanzzi (Variant)", lunga partitura per soli pianoforte e violino, suonati per frenetici rintocchi per i primi minuti del brano, tanto da rimandare al Riley più elettronico, non fosse che qui di elettronica non v'è traccia. Il resto del minutaggio prosegue, quando non torna sui sentieri iniziali, tra reminiscenze dodecafoniche e (confusi, a onor del vero) rimandi alla tradizione pianistica del primo '900, sorta di foglio degli appunti di un Debussy o di un Satie, specie laddove è il pianoforte a prevalere mentre al violino sono riservate le aperture melodiche più accessibili dell'intero lavoro.
"Cantegral Segment n. 19", 31 minuti, è la composizione monstre di questo disco e presenta un inedito duetto di electronics, che nel finale assumono connotati percussivi, e trombone. A primo acchito suona musicale quanto le prove del Gran Premio di Formula 1 o tutt'al più quanto il ronzio del moscone che ti impedisce di pigliar sonno, e, a livello puramente sonoro, non si distanzia più di tanto da certi lavori dei più noti Gordon Mumma o Maryanne Amacher, o anche dell'altro campione dell'understatement contemporaneo statunitense Phill Niblock, e non è un caso che a suonare il trombone sia lo stesso James Fulkerson, per il quale il brano è stato espressamente composto, già superbo interprete di alcuni episodi del seminale "Young Person's Guide to Phill Niblock".
La fanfara di "Cantegral Segment n. 19", nera come la pece, necessita di ascolto attento e preferibilmente notturno per essere apprezzata in tutto il suo potenziale oscuro, esoterico e osceno, ed è proprio la sua oscenità, capace di lambire il kitsch , a caratterizzare gran parte dell'opera di Hunt (basti pensare agli episodi di "Song Drapes" interpretati dall'isterica Karen Finley) e, in tempi come questi, in cui si è costantemente in balia di facili sensazionalismi d'accatto, scomodare l'aggettivo "osceno" per questa fanfara che pare partorita da un Ayler psychotronico, non è una presa di posizione di poco conto.
Chiude l'opera (o il sabba) "Chimanzzi (Olun)", che nulla ha a che vedere con il precedente brano quasi omonimo, vedendo all'opera il Barton Workshop al completo in un altro colpo di genio di Hunt: una sorta di marcia funebre wagneriana come potrebbe suonarla l'AMM, carica di ironia tanto da venire "guastata" dal crescendo del chiacchiericchio dei musicisti nel finale.
In questi dischi Tzadik si perde forse un po' dell'imprevedibilità dei lavori registrati dallo stesso Hunt, però il clima da "opera seria" che si respira non nuoce affatto all'ascolto, anzi piuttosto restituisce a queste composizioni il respiro che l'autore, conscio, in vita, del proprio isolamento non si sentiva di dargli.
In definitiva, uno dei migliori "rumori" ascoltati ultimamente, oltre che una lezione per tutti coloro che ancora non demordono alla ricerca di un "caos creativo". Il tutto grazie a una manciata di brani concepiti alcuni decenni fa.
19/12/2006