Un disco sconvolgente questo “People”, un giovane canadese, un violino impazzito a disegnare scenari avanguardistici da metabolizzazione laboriosa, loop capricciosi, e droni ambient-noise in salsa neoclassicheggiante.
Avrebbe tutte le caratteristiche per essere etichettato come polpettone senza arte né parte, questo del novello protetto di John Zorn e della Tzadik (un’etichetta che fa davvero sul serio), se non fosse che tali peculiarità soniche sono conciliate da una follia surreale che le rende coerenti, poiché appartenenti a uno sfondo sonoro/immaginifico impregnato di irrazionalità primitivista.
Senza ulteriori giri di parole, la musica di Mike Pathos sembra provenire da un mondo in rigenerazione dopo una catastrofe nucleare, dove la necessità espressiva non è pilotata da nessuna sovrastruttura mediatica o regola legata alla riproducibilità dell’arte moderna: è musica che sgorga libera, sincera nella sua illogicità, astraibile dai dettami di quella società dello spettacolo di debordiana memoria, avulsa da una qualsivoglia catalogazione, un virgulto radioattivo in una distesa di buonistica arte artefatta. Naturalmente non è esattamente così, ma ci piace crederlo, o meglio è la sensazione che invogliano le note disturbate di “People”, un disco vero di lacrime e sangue, battiti tribali e fumi digitali. La mente di Mike Pathos deve essere molto particolare, per usare un eufemismo, e le scarne notazioni biografiche lo testimoniano (si parla di autodichiarazioni di morte, arresti e collassi psico/fisici), ma partorire un lavoro del genere significa essere a un passo dalla grandezza o alla soglia della pazzia completa, o può darsi che il limite sia davvero invisibile come storie passate ci insegnano.
Le tracce di “People” si incamminano nella scia di un minimalismo sonoro a tratti davvero sfibrante, non di facile ascolto; sicuramente richiedono pazienza e dedizione, e il piacevole intrattenimento qui si trasforma in fruizione impegnativa e, un po’ come in un film di Cronenberg, o in un fumetto di Gaiman o Bilal.
Ma bando alle ciance, “Pahtos” ci introduce nella sua spirale infernale con “Envoy Mourner” e “Citizen”, scarne fino al midollo, autoreferenziali, come una sorta di Jandek imprigionato in un solipsismo ancor più autodistruttivo; “Pathos” dà la sensazione cioè di suonare davvero per se stesso, incurante del possibile ascoltatore, qualche volta persino irritante nel suo effettivo autoreferenzialismo, con virtuosismi mai gratuiti, ma quantomeno ridondanti. Ma è il prezzo minimo da pagare, e lo paghiamo volentieri.
“Novel Author” è nitido onanismo sonoro trasformato in arte, come solo i grandi sanno fare, i Residents e i Ween tra questi; violino poi voce filtrata equivalente a quella di un bambino, e poi girotondi, rumori e saette droniche sguscianti. Amiamo i Beatles, amiamo John Lennon, ma provate a sentire “Liar”, una sorta di cover impazzita di “Image”, che Pathos canta candidamente, mentre il suo violino distorto evoca scenari da fine del mondo, e… grande John Lennon.
Ascoltando la pazzia rumoristica disturbante di una “Fatalist” o le ciclopiche elucubrazioni elettro-noiseggianti di “Penant” e “Liars”, pare di essere proiettati nelle proiezioni della mente devastata di uno psicopatico, e allora ogni tentativo di scovare un referente musicale per queste note diventa lavoro inutile, pretesa di ricondurre la pura follia a una parvenza di sinossi logica.
E ancora “String Player”, con echi industrial/ambient alla Throbbing Gristle, mentre una voce ectoplasmica manifesta sofferenza sullo sfondo.
“People” è un grande disco, ma aspettiamo a gridare al miracolo. La seconda opera ci darà sicuramente maggiori chiarimenti su tale quesito: ci troviamo al cospetto di essere umano superiore o di un “artista normale”, che ha semplicemente imbroccato un bel disco senza avere poi la capacità di ripetersi?
12/12/2006