Arab Strap

The Last Romance

2005 (Chemikal Underground) | pop

Era il 1998 quando gli Arab Strap si rivelarono davvero a noi con "Philophobia". Una raccolta di canzoni che arrivano dritte allo stomaco, scure e lente come sono, sofferte e malinconiche. I testi di Aidan Moffat che parlano di cazzi, fighe, desolazione, sbornie. La quotidianità. Un album straordinario per chi vi scrive, in cui i due riuscivano a dare una forma e una disciplina alle intuizioni presenti in "The Week Never Starts Round Here", confuso debutto del duo datato 1996. In "Philophobia" il polistrumentista Malcolm Middleton raggiunge vette di grazia insperate con la sua chitarra, con i suoi arpeggi eseguiti con tocco gentile e carichi di melodica tensione. Un disco che è una finestra chiusa, una sconclusionata e toccante confessione. Uno scorcio di vita che tocca il fondo. Tempi d'oro per la Chemikal Underground, etichetta culto e vera e propria famiglia. I Mogwai di "Young Team", gli Arab Strap di "Philophobia". Le emozioni prima di tutto, la sensibilità, la malinconia, la delicatezza e la rabbia.

Dopo "Philophobia", Moffat e Middleton tentano il salto e si accasano alla Go!Beat, etichetta dei dispersi Portishead, per dire. Il risultato è "Elephant Shoe", tutto fuorché qualcosa di adatto alle "masse". Disco scontroso come al solito, troppo colto per essere piacione, troppo particolare per colpire un nuovo pubblico. Ma un buon disco degli Arab Strap, e ciò a noi basta. Non bastò a quelli della Go!Beat che li rispedirono al mittente. Li ringraziamo vivamente. Gli Arab Strap stavano bene dov'erano e "The Red Thread" lo dimostra. I fasti di "Philophobia" sono lontani e i nostri due scozzesi fanno un po' fatica a rinnovarsi, ma la raccolta di canzoni che ci consegnano è meravigliosa. Finché Middleton continuerà a regalare arpeggi di chitarra così vicini alla perfezione, gli Arab Strap saranno al sicuro. Un songwriter di classe, stiloso, un ottimo arrangiatore.
Poi la svolta, finalmente. "Monday At The Hug And Pint" è un ritorno a casa, a Falkirk. Glasgow ha già dato. Si torna al pub di sempre. Ora, quanti di voi non sono rimasti stupiti da quella perla elettro-pop che è "The Shy Retirer", traccia di apertura del disco? Disco vario come pochi altri del duo, scrittura sempre di alta qualità e comunicazione un po' più diretta. Niente male come svolta.

"The Last Romance" porta con sé buone nuove. La finestra di un tempo pare essersi definitivamente aperta, nonostante il freddo di questa stagione, nonostante il passato. L'amore che i due cantano e suonano non dovremo andarlo a cercare in fondo al baratro di un week-end che non comincia. Questa volta dovremo uscire per strada in una giornata di tiepido sole per trovare il contesto adatto alle canzoni di "The Last Romance". E' una gran bella notizia, questa: per quanto in passato affascinasse questa coltre di negatività onnipresente, fa piacere notare come le parole di Aidan, ora speranzose e più dolci (ma sempre velate di malinconia), si sposino perfettamente con la musica di Malcolm, evolutasi anch'essa all'insegna dell'apertura. "There Is No Ending", la traccia finale, pare essere il simbolo della rinascita, resa festosa dai briosi fiati del ritornello, puntuali nel non lasciare sospesi gli arpeggi malinconici della strofa in cui Aidan gioca letteralmente con il titolo del disco cantando "Not everything must end, not every romance must descend, not every lover's pact decays, not every sad mistake replay". In queste poche parole sta il vero cambiamento nel disegno degli Arab Strap, diventato ora sognante e denso di una speranza un tempo inimmaginabile.

Non siamo certo di fronte a un disco scanzonato, questo va detto; sarebbe assurdo aspettarsi una conversione tanto decisa e fuori luogo, visto che ciò che abbiamo sempre amato di loro riconduce al non detto, all'immaginato, al rimpianto. Ciò che rende il disco diverso dagli altri del duo è la piena consapevolezza dei propri mezzi, l'equilibrio speciale tra parole e musica che rende molti dei pezzi di "The Last Romance" capaci di poter reggere al passare delle stagioni. C'è maggiore movimento, c'è la varietà: "(If There's) No Hope For Us" e "Speed Date" alzano il tiro e la velocità del beat, l'iniziale "Stink" e "Dream Sequence" sono due ballate cariche di pathos capaci di esaltare la conversione al canto di Moffat (che di certo qualche nota la stona, ma ha creato un irresistibile stile tutto suo nel farlo); "Chat In Amsterdam, Winter 2003" è Moffat contro Moffat, vecchio e nuovo, recitato e cantato. Tutto funziona, tutto è al posto giusto: c'è il rinnovamento e ci sono le cose che abbiamo sempre amato di loro.

A questo punto, se non vi piace questo disco, non vi piacciono gli Arab Strap.
  • Tracklist
  1. Stink
  2. (If Theres) No Hope For Us
  3. Chat In Amsterdam, Winter 2003
  4. Dont Ask Me To Dance
  5. Confessions Of A Big Brother
  6. Come Round And Love Me
  7. Speed-Date
  8. Dream Sequence
  9. Fine Tuning
  10. There Is No Ending
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