Supersilent

7

2005 (Rune Grammofon) | avant-jazz

Arrivare al settimo capitolo di una saga, in altrettanti anni, e non trovarci il benché minimo motivo di annoiarsi.
Strano, penserete, dalle parti di Hollywood di solito accade il contrario.
Gli attori di questa vicenda, a scanso di equivoci, non sono soliti passeggiare sul Sunset Boulevard braccati dai paparazzi. Non vivono neanche in America e, se dobbiamo dirla tutta, si muovono da anni seguendo regole che non potrebbero essere più distanti da quelle compromettenti dello show-biz.
Ciò non comporta che gli artisti in questione debbano essere necessariamente considerati normali, tutt'altro: il rapporto mediatico stabilito tra i Supersilent - questo il loro nome, preso in prestito sette anni fa da un adesivo attaccato su un autoarticolato - e l'ascoltatore potrebbe essere, di fatto, definito perverso, sempre che non lo si dia addirittura per inesistente.
È questa l'unica vera costante che accompagna le uscite dei nostri, caratterizzate comunque da un livello qualitativo sempre tendente verso l'alto e da una notevole varietà compositiva. La stranezza è riscontrabile, piuttosto, nell'aspetto visivo del gruppo: copertine dalla struttura sempre uguale e spartana, caratteri piuttosto freddi su uno sfondo monocromo di tonalità sempre diversa, tuttavia mai vivace, nessun riferimento a musicisti e compositori; vietato immaginare un booklet o qualcosa che vi si avvicini anche lontanamente.
Unici simboli cui è dato di mutare, i numeri, giusto per scandire un'asettica serialità; unico "vezzo" un insipido codice a barre.
Riuscireste a resistere a una confezione così? Secondo loro, evidentemente no.
Ecco perché non riesce difficile immaginare come il settimo volume non faccia eccezione, almeno a prima vista.

È la sigla del Dvd a destare i primi sospetti, suffragati dalla presenza di regista, cameramen e tecnici delle luci accreditati. Inserire il supporto nell'apposito lettore è l'ultima cosa che resta da fare, per avere il quadro completo della rivoluzione copernicana intrapresa dagli alfieri della premiata ditta Rune Grammofon (e anche per dare un senso alla stramba premessa cinematografica).
La prima cosa che colpisce è l'assoluta assenza di un menu iniziale, abbandonate perciò ogni idea di beneficiare di qualsiasi forma di contenuto extra, vera e propria forza, di solito, di questo tipo di supporto: il notevole spazio a disposizione per immagazzinare i dati (trattasi di Dvd doppio strato) viene utilizzato, in questo caso, allo scopo di mantenere la qualità audio e video su standard piuttosto elevati.
Manca persino la costante del noiosissimo messaggio antipirateria (giù le mani, comunque, dai masterizzatori).
I primi fotogrammi svelano direttamente l'inquadratura del palco del Parkteatret di Oslo (sede del concerto, datato agosto 2004) su cui campeggia, poco illuminata, la sola complessa strumentazione.
Il bianco e nero, scelta comune del regista Kim Hiortøy e degli artisti (no, non avete il lettore guasto), sembra non togliere nulla alla qualità delle immagini, che, al contrario (ci sarà modo, più avanti, di appurarlo), guadagnano un notevole potere evocativo dai continui contrasti di luce e ombra.
Pochi secondi di applausi scroscianti precedono l'entrata in scena dei quattro: Ståle Storløkken (tastiere), Jarle Vespestad (batteria) e i più noti - per fortune soliste - Arve Henriksen (tromba e relativi effetti elettronici) e Helge Sten, meglio noto nell'ambiente con il nome d'arte di Deathprod, nelle note stampa accreditato agli "audio virus" (vedere per credere).

Esaurita l'accoglienza del pubblico si parte immediatamente con la musica: il primo brano è inaugurato dalla tromba di Henriksen, il cui suono è ancora ben lontano dall'essere alterato dalla miriade di effetti cui andremo incontro da qui alla fine dell'esibizione.
Le incursioni di Sten si mantengono ancora sporadiche e piuttosto tranquille, intanto una luce puntata verso il retro del palco irradia un Vespestad ancora inattivo. È proprio l'entrata in scena della batteria a far salire di tono il pezzo, mentre il lavoro di Storløkken alle tastiere si fa via via più formidabile.
Raggiunto il climax emozionale a metà pezzo, l'ascoltatore (o meglio lo spettatore, in questo caso) viene trascinato con veemenza in un vortice dal quale farà fatica a uscire indenne: il crescendo percussivo sembra non porsi limiti, la tromba è irriconoscibile, mentre si infittiscono gli squarci e i tintinnii.
Si chiude così il primo episodio del concerto, l'impressione è che non ci si discosti di molto, in termini di coesione e intesa tra le parti, rispetto al fortunatissimo "Supersilent 6".
Anzi, a dire il vero, la sensazione è che sia stata aggiunta alla proposta quella componente percussiva che sembrava essere stata smarrita con gli ultimi lavori.
La composizione successiva prosegue lungo questa falsariga, anche se, a fronte di un incipit assimilabile a quello precedente (sempre con la tromba in primo piano), finisce con lo sciogliersi in una seconda parte dall'impronta spiccatamente free.
È Mr. Deathprod a trovarsi particolarmente a proprio agio in una sorta di caos, mai fine a sé stesso, in cui l'ascoltatore viene assalito da una miriade di trovate sonore di ogni tipo. Impressionante la fisicità della performance, riscontrabile solo grazie alle immagini e difficilmente prevedibile per un tipo di musica solitamente associato a sensazioni di algida freddezza.

Sensibile il cambio di registro per quanto riguarda la terza parte del disco: questa volta è il synth a scandire l'inizio, creando atmosfere delicate ed eteree, mentre Henriksen, messo da parte lo strumento di competenza, si produce, con una smorfia appena visibile nella semi-oscurità, in un inatteso canto celestiale; destinato a svanire quasi subito, lascia spazio a un mantra elettronico che, dopo diversi minuti carichi di tensione, si esaurisce al culmine di un trascinante crescendo, quasi venisse inesorabilmente inghiottito dall'oscurità della sala.
Quella stessa oscurità in cui muove i primi passi il quarto brano, lento e rilassato, come se si trattasse di una seduta defaticante, dopo mezz'ora di tensione ai livelli di guardia. Pezzo molto vicino a sonorità ambient, si aggira su territori molto vicini a quelli di "Supersilent 5" e dei lavori solisti di Henriksen e Sten, qui, ovviamente, in primo piano rispetto ai compagni.
Massimo è lo sforzo dei quattro nel successivo (lungo) movimento, in cui prende vita una sorta di devastante rito tribale: le luci accecanti sferrate sul palco e i suoni assolutamente singolari, sembrerebbero conferire una dimensione extraterrestre al tutto, come se dietro la strumentazione vi fosse una banda di alieni (a dire il vero non mi sento di escluderlo).
La catarsi è così compiuta, un lungo applauso accompagna l'uscita dei nostri, che sembra non abbiano la minima intenzione di stare là a gloriarsi del tributo del pubblico.

Doveroso è, comunque, il ritorno in scena per il classico "bis", che prevede un brano d'atmosfera, relativamente breve, costituito prevalentemente da un intreccio di synth e tromba.
Ancora applausi.
Prima che il palco ripiombi, vuoto, nella penombra iniziale, è Henriksen a farsi carico di presentare, uno per uno, i propri compagni (col solo nome di battesimo, per non correre il rischio di esagerare col divismo).
La parabola artistica di questi schivi signori norvegesi non è mai stata così lontana dall'imboccare la famigerata fase discendente: impossessarsi di questo documento che "flirta" più volte con l'eccellenza, l'unico metodo per verificarlo.
Dal canto loro, vi ruberanno l'anima e ci suoneranno per quasi due ore; la percuoteranno, ci soffieranno dentro, ne toccheranno i tasti più segreti.
Alla fine ve la restituiranno, ma farete fatica a riconoscerla.

(13/10/2016)



  • Tracklist
  1. 7.1
  2. 7.2
  3. 7.3
  4. 7.4
  5. 7.5
  6. 7.6
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