Per anni, il nome dei Trelldom è stato associato al black metal norvegese più visionario, soprattutto grazie ai primi due inarrivabili tasselli della discografia (“Til evighet…” e “Til et annet”, usciti rispettivamente nel 1995 e nel 1999). Il quinto album del progetto di Kristian Eivind Espedal (meglio conosciuto come Gaahl) rappresenta invece il secondo capitolo di una nuova era cominciata con il recente “…By The Shadows…”. Qui la musica rivolge lo sguardo verso un’altra forma di estremismo: non quello legato alla velocità o alla violenza, ma quello costruito sull’ambiguità e una su disinvolta sperimentazione.
Dove una volta c’erano tremolo picking e urla gelide, ora troviamo atmosfere dissonanti, un sax ferito che si contorce e una voce che mormora, sussurra e si ritrae. L’errore più facile sarebbe continuare a leggerlo attraverso il filtro del black metal. Certo, le vene nere continuano a pulsare sotto la pelle, ma il corpo è cambiato. Nel disco convivono rock sperimentale, jazz deformato, post-punk, psichedelia e una tensione rituale che sembra provenire da un incubo. Ciò che avviene nell’ipnotica “I Speak Forgotten Voices”, dove le chitarre non costruiscono riff ma scavano fenditure, mentre il sax di Kjetil Møster non aggiunge colore, ma instabilità, come una crepa che continua ad allargarsi sotto i piedi dell’ascoltatore. Ed è proprio l’instabilità il vero centro dell’album.
Ogni brano sembra promettere un’esplosione che non arriva mai. La batteria di Kenneth Kapstad accumula energia con una precisione impressionante, ma invece di liberarla la comprime ulteriormente. Le dissonanze non cercano la catarsi. Rimangono sospese, costringendo chi ascolta ad abitare una tensione senza soluzione. La voce di Gaahl, un tempo strumento di devastazione, non domina la scena: la infesta. La sua performance è un sussurro stanco, una presenza periferica che preferisce insinuarsi piuttosto che imporsi.
La scelta di mantenere costantemente la tensione su livelli controllati finisce, a tratti, per limitare l’impatto emotivo. Alcuni crescendo sembrano trattenersi un passo prima dell’abisso, come se la band scegliesse deliberatamente la contemplazione invece del collasso. Tuttavia, immergersi tra queste note resta un’esperienza profonda e mai scontata, a volte non troppo distante dal trip estremo proposto da certi Oranssi Pazuzu (il caso della title track).
Più che un pugno nello stomaco, “…By The Word…” è dunque un sottofondo inquieto da ascoltare dentro una stanza buia. Perché i Trelldom lasciano che sia il vuoto a parlare. Questo ritorno non ridefinirà i contorni dell’avantgarde metal, ma è un disco capace di ricordarci cosa significa sospendere l’inquietudine tra due note.
05/08/2026