Khlyst

Chaos Is My Name

2006 (Hydra Head) | avantgarde, experimental/art-metal

Per i fan dei Khanate (diciamolo pure senza alcun timore di smentita: una delle più grandi band del nuovo millennio) è arrivato il regalo di Natale. Smettetela, quindi, di disperarvi, perchè la vita va avanti.

Lo ha capito anche quel geniaccio di James Plotkin (che di quella band era il bassista). Dal grind-noise devastato degli OLD, allo sperimentalismo di Flux, Atom/Phantomsmasher e Lotus Eaters, passando per l’avant-noise dei Namanax (più mille altre collaborazioni), il musicista di Hoboken (New Jersey) è sempre stato un convinto fautore della destabilizzazione dei generi. Non smentendosi nemmeno questa volta, con il progetto KHLYST (dal russo хлыст, ovvero, nomen omen , “frusta”) riesce nell’impresa di proseguire ed innovare l’ultra-doom della band di "Things Viral". Con la voce derelitta di Runhild Gammelsaeter (ex Thor’s Hammer e Sunn O))) ), dopo ripetute improvvisazioni in studio, Plotkin tira fuori il mostruoso “Chaos Is My Name, in 8 “capitoli” (così i due amano definirli”), opera di incredibile, temibile forza espressiva.

Se qualcuno fosse stufo dei soliti jingle natalizi, qui ha davvero (e finalmente, direi!) pane per i suoi denti. Il primo capitolo ci getta in mezzo a pestilenziali venti radioattivi, mentre la strega Runhild recita, invasata, uno psicodramma esplosivo. Torturato e slabbrato, il basso di Plotkin è tutto uno stop&go di note atonali, feedback deturpati, armonie castrate. Il dialogo tra fantasmi di “II” risuona tra echi di gong, cancelli scricchiolanti in mezzo alla brughiera, dissonanze metalliche. Siamo nel bel mezzo di un incubo. Tutto è gelido, esangue. La drammatica tensione che caratterizzava i kammerspiel degradati e in slow-motion dei Khanate viene letteralmente fatta esplodere in mille direzioni, ma ciò che resta è come bloccato in una nebbia atrofizzata, capace, poco alla volta, di annebbiare la mente, fino a intaccarne la capacità di orientarsi e di distinguere una cosa dall’altra. Come in un collage di tormenti e autoflagellazioni free-form, il baricentro è sempre sfuggente, impossibile da individuare. Tuttavia, nel suo ininterrotto flusso di stati d’animo e sensazioni adulterate, l’opera non manca mai di far baluginare un senso totalizzante, una tensione narrativa. Dopotutto, la scelta di interpretare i brani come veri e propri capitoli dimostra quanto il duo abbia avuto come obiettivo primario proprio quello di seguire la linea, seppur impervia, di un plot narrativo.

“III” è ultra-doom scuoiato vivo. Stanno di certo sgozzando qualcuno e la scia di sangue giunge fino a “IV”, precipitando in un abisso di fragorosi collassi psichici. Sono brani che nell’astrazione (da intendersi più come punto di convergenza che come vero e proprio climax da lambire) trovano lo snodo fondamentale per consentire un passo ulteriore all’avanguardia del metal più estremo. Il solco tracciato dai Khanate viene così ulteriormente vangato, fino a lambire un definitivo punto di non ritorno, pericoloso e distruttivo come un auto-combustione. Quando giunge a vette espressive così alte, la banalità del male riesce ad incutere forza e a ridestare la speranza, c’è poco da fare. Le canzoncine faranno pure bene al cuore, ma la mente ha bisogno di temprarsi, perché questo non è il peggiore e nemmeno il migliore dei mondi possibili. E’, molto più semplicemente, un mondo che non abbiamo scelto.

Ecco, dunque, ripetutamente cercato il crollo rovinoso (“V”), con i lamenti che sono terribili staffilate di morte nella carne viva che geme. Risucchiato da un buco nero, il suono della distruzione ha ancora la velleità (piuttosto, la necessità primaria, essenziale) di manifestare tutto il suo chiaro ed evidente sfacelo. E’ un abuso bello e buono, perpetrato ai danni dell’ascoltatore. Menefreghismo puro. Menefreghismo come arte. Poi, la bestia si lecca le ferite nell'oscurità torbida e annichilita (“VI”). Resta un bagliore fiammeggiante, cupo, inquieto. Minacce terribili sembrano, da un momento all'altro, dover rivelare, quasi spinte da una forza sovraumana, tutta la loro catastrofica portata, in questa che è una farneticante incursione in un'ambient catacombale, seppellito vivo, cui solo lo sfrondare dei piatti riconsegna, nel finale, un barlume di terrena appartenenza. E’ in un brano come questo che la maestria manipolatoria di Plotkin giunge ad un altro dei suoi punti più alti e incompromissori. Distorto, destabilizzato, frantumato, il suono si carica di una valenza meta-musicale, cercando oltre il suo significato una porta per “sfondare oltre”.

Un mastodontico riff introduce e accompagna con una forza d'urto disturbante l'ennesimo mantra putrefatto di “VII”, con la voce che, filtrata dal vocoder, assomiglia ad un marcescente incrocio proibito tra il classico growl del death più brutale e l'urlo strozzato da topo-in-gola del grindcore . Qualcuno ha giustamente parlato di art-metal . Definizione accettabilissima, ma solo se si riconosce che, in questi giochi perversi, si giunge, quasi necessariamente, in territori vergini, tutti da scoprire. Non ci sono paletti; tutto sembrerebbe permesso. Eppure, bisogna muoversi con calma, senza lasciarsi prendere troppo la mano dall'impeto nichilista. Sulla scorta di queste considerazioni, un lavoro spaventoso come questo risulta essere già dannatamente maturo e ben calibrato fin nel minimo dettaglio.

La conclusiva, epica “VIII” è, quindi, la sacrosanta apoteosi di un disco destinato a restare nel tempo come un atto dovuto, una pietra miliare. Intanto, ascoltarlo a Natale, mentre magari le luminarie colano stanche nella notte verticale, vi darà di certo un’altra percezione delle cose…

Auguri.

(24/12/2006)

  • Tracklist
  1. I
  2. II
  3. III
  4. IV
  5. V
  6. VI
  7. VII
  8. VIII
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