Peven Everett

Power Soul

2007 (Soul Heaven) | neo-soul, black

Un background da brividi, una predisposizione armoniosa al nuovo concetto di soulful e un invidiabile curriculum strumentale: sax, tromba, tastiere e un’altra dozzina di strumenti che variano dalla chitarra al flauto, passando per bongo e utilizzo del laptop, senza dimenticare una maniacale cura personale dei dettagli tecnici in studio di registrazione. Tutto questo è Peven Everett (Chicago).

Il nuovo rampollo della neonata Soul Heaven ha una capacità davvero formidabile nel mescolare con saggezza ognuna di queste singole componenti, grazie ai molti anni di conservatorio alle spalle e a una serie infinita di produzioni, ben ventotto, in soli cinque anni: semplicemente spaventoso. La sua insaziabilità compositiva, dettata da un accanimento morboso alla musica, caratterizza a fondo l’ossatura di quello che è, in sostanza, uno dei più articolati percorsi artistici del settore.

Quando verso la fine dei Novanta comincia a calare gradualmente il sipario sul primo ciclone house, lui è già alle prese con le ultime lezioni newyorkesi di jazz futuristico mistificato al neo-soul di stampo elettronico, uno stile osannato da anni nei lussuosi salotti predisposti in serie al Greenwich Village. Questa distanza formativa dal suo vero raggio d’azione caratterizzerà ognuno dei suoi singoli lavori. Album in rapida sequenza, che spesso mostrano anche i segni di una veemente (e acerba) staticità tecnica, eppure con il passare degli anni il nostro comincia gradualmente a modellarsi al proprio istinto urban, svincolandosi dai primissimi costrutti farraginosi, per disporsi gradualmente a quella che sarà la base della sua vera lievitazione melodica: trascinare il soul nei meandri dell’house moderna, con l’ausilio di un’invidiabile programmazione domestica e di una totale autonomia strumentale.Peven Everett non ha assolutamente bisogno di nessuno che colori ulteriormente i suoi giochi, e proprio per questo il groove che alimenta i suoi pezzi non è nient’altro che il battito della sua anima nera.

Oggi Peven può tranquillamente prendersi il lusso di chiudersi nel suo piccolo guscio indipendente pur di non cedere a pressioni esterne o a insipidi trend produttivi da comoda scalata commerciale. Il suo successo è delineato da una caleidoscopica visione del beat e dei suoi sinuosi recinti, è come se il musicista avesse deciso di seguire delle schematiche ben precise solo dalla superficie, tralasciando ogni rigidezza in un leggero involucro di sfumature, libere di affondare ai primi soffi del woofer. Aggiungete a quanto già elencato anche la sua voce: fluida, armonica, eterea, mai invasiva, e capirete maggiormente con chi avete a che fare.Insomma, ci troviamo dinanzi a un cannibale del suono, a uno di quei genietti fin troppo consapevoli del proprio talento, uno dei pochi alieni dirottati in un contesto propriamente terreno, come lo sterminato panorama house dell’Illinois dell’ultimo biennio.

“Power Soul” è la consacrazione definitiva di un artista a dir poco completo, impossibile non resistere a questa scarica di attacchi funky, a questa ondata di giocosa frenesia, è dai tempi di “Voodoo” di D’Angelo che il soul (e non solo) arranca di brutto. Gli ultimi sette anni hanno visto sì la nascita di coraggiose mutazioni, ma anche la presenza di tonnellate di dischi amorfi che hanno messo parzialmente in ginocchio uno stile divino; sette anni da quel lampo, ed eccoci di nuovo qui, a contemplare le progressioni funkadeliche di un nuovo padrone, eccitati come conigli quando scende dal cielo “Stuck”. Impossibile seguire quel basso petulante che ti disarma l’inconscio e ti costringe in una sequenza forzata (?) di movenze cadenzate, più che altro si può pensare di avere a che fare con uno stregone d’altri tempi, e che ora si è lì, costretti a intraprendere il suo volere, mentre la nostra anima è racchiusa in chissà quale bambola di pezza.

Un breve accenno di pausa con i contrattempi in salsa lounge di “Futuristic” e ricomincia la danza irretita con “Bad Treatment”, stavolta con l’assorbimento convulso di qualche riff a-là Prince. Stesso andazzo in “Wild And Thick One“, dove il ritmo mostra una maggiore versatilità e il canto di Peven è ancor più avvincente, assemblandosi su varie tonalità soul, mentre un organetto segue antiche traiettorie Motown. “All My Life”, dopo una partenza soft, si dispone in un ciclo brioso di skretch e ritornelli davvero indovinati: a volte Mr Everett sembra quasi che derida l’ascoltatore, offrendogli una serie sterminata di acquerelli melodici.

L’house profonda, pronta per essere manipolata nei migliori club del pianeta, è tutta da ricercare in “Just A Girl”. Risulta invece impossibile non aprire la stiva degli alcolici e sorseggiare in un’estasi d’ozio nero un avvolgente long-drink mentre si ascolta l’implosione black di “Washing” o la dolcissima “This Just In”, degna del miglior Stevie Wonder.

Il soul ha semplicemente ritrovato la sua forza, Peven Everett ne è la prova inconfutabile.

(06/09/2007)

  • Tracklist
  1. Power Soul Intro
  2. Stuck
  3. Futuristic
  4. Bad Treatment
  5. Surely Shorty
  6. Wild & Thick One
  7. Can't Do Without
  8. All My Life
  9. Just A Girl
  10. Sexy Make Up
  11. Washing
  12. This Just In
Peven Everett on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.