Okkervil River

The Stand Ins

2008 (Jagjaguwar) | alt-rock

Oltre lo schermo, dentro la scatola luminosa. Dove tutto aspira ad un’effimera immortalità, dove nulla di ciò che appare esiste davvero. La fama è una divinità gelosa: esige tutto in cambio di un lampo di luce. Ma che cosa c’è prima e dopo quell’istante?
La chimera e la maledizione della fama sono al cuore del secondo capitolo del viaggio iniziato un anno fa dagli Okkervil River: la parabola di “The Stage Names” giunge a compimento con il suo gemello, “The Stand Ins”, conclusione di quello che in origine avrebbe dovuto essere un doppio album. “Fin dall’inizio volevamo che “The Stage Names” fosse un disco più breve dei precedenti, così abbiamo lasciato da parte molti brani, non perché non ci piacessero, ma perché volevamo cercare di accostarli con coerenza”, spiega il leader della band texana, Will Sheff. “Non vedevo l’ora di trovare una casa per questi orfani, un piccolo posto accogliente per i perdenti, da qualche parte off-off-off Broadway”.

Non è facile che un sequel sia all’altezza dell’originale: la regola cinematografica, a volte, vale anche per la musica. Dai nomi di scena alle controfigure, la brillantezza iniziale sembra perdere in parte il suo smalto. Forse il formato dell’Ep sarebbe stato più adatto a raccogliere il materiale rimasto escluso dalla prima parte del progetto, sul modello di quanto fatto in passato dal gruppo con “Black Sheep Boy Appendix”. “The Stand Ins” non è certo una collezione di scarti, ma la scelta di presentarlo sotto le vesti di un album autonomo finisce per porre troppa enfasi su quello che, negli intenti di Sheff e soci, non dovrebbe essere altro che un approfondimento delle atmosfere e delle tematiche di “The Stage Names”.
Le tonalità rock di “The Stage Names” sfumano verso contorni più lievi, in cui le tastiere ritrovano un ruolo essenziale, alternando i brani veri e propri ad un trittico di brevi scampoli strumentali. La scrittura di Sheff mostra ancora una volta una sottigliezza senza paragone, ma rispetto al predecessore le chiavi di lettura meta-musicali assumono un ruolo preponderante, con il risultato di smarrire in alcune occasioni l’efficacia intrinseca dei brani. Così, “Singer Songwriter” rischia di suonare solo come un esercizio alt-country di marca Wilco, se non si coglie la satira (autoironica) verso la supponenza intellettuale dei cantautori che sfoggiano sullo scaffale i volumi di Poe e Artaud ed i film di Murnau: “You’ve got taste. What a waste that that’s all that you have”. E le tastiere dal sapore glam che incalzano la spumeggiante “Pop Lie” possono apparire gratuitamente sfacciate, se si dimentica che si tratta di una parodia delle canzoni “calcolate per farti cantare in coro con lo stereo acceso”.

C’è uno scheletro mendicante sotto la mano tesa del naufrago: fin dall’immagine di copertina – opera come di consueto del talento visionario di William Schaff – “The Stand Ins” dichiara esplicitamente il suo parallelismo con “The Stage Names”. Una simmetria che ricorre sia nella struttura del disco, sia nel ritorno di personaggi e situazioni già presenti nel primo capitolo dell’opera. “Starry Stairs”, offerta in passato su iTunes come bonus track di “The Stage Names”, riprende con le sue seducenti fragranze Motown la drammatica storia dell’attrice porno Savannah, osservata in “Savannah Smiles” dal punto di vista dei genitori ed ora riletta con gli occhi della protagonista. Allo stesso modo, il fugace incontro che in “Girl In Port” veniva raccontato dalla voce amara della rockstar, in “Blue Tulip” assume una nuova prospettiva attraverso lo sguardo della groupie.
Quello del rapporto tra il fan e l’oggetto della sua ossessione è uno dei temi centrali di “The Stand Ins”: secondo le parole di Sheff, il nuovo disco degli Okkervil River vuole esplorare “che cosa significa essere un fan, che cosa significa essere un artista, che cosa significa pensare di conoscere qualcuno in base all’amore per qualcosa che ha realizzato”. In “Blue Tulip” è l’attesa di un miraggio apparentemente irraggiungibile, è il bisogno di diventare in qualche modo parte della rappresentazione ideale del proprio idolo: “With every single cell of me, I’m going to make you mean the words you sigh”. In “Starry Stairs” è il venire divorati da quello che il pubblico pretende, al sicuro dietro allo schermo di un televisore: “They dreamt a low, long line to be crossed – and I crossed”.

Sul fiorire luminoso e vivace di “Lost Coastlines”, gli Okkervil River regalano il duetto d’addio tra Sheff e Jonathan Meiburg, ormai deciso a concentrarsi esclusivamente nella guida degli Shearwater. Il rincorrersi di banjo e chitarra lascia spazio ad una linea pulsante di basso, mentre Meiburg rinuncia al consueto slancio tenorile per abbracciare un timbro più profondo, perfetto anello di congiunzione con la voce di Sheff. È uno degli episodi fondamentali di “The Stand Ins”, insieme alla morbida ballata “On Tour With Zykos”, che richiama alla memoria come non mai i riflessi di “Down The River Of Golden Dreams”.
Il senso di straniamento della vita on the road, la condanna di un successo che lascia svuotati: “la fama è incredibilmente esaltante, ma allo stesso tempo ti logora, specialmente se non hai una personalità abbastanza forte per maneggiare quello che dovrebbe significare”, osserva Sheff. Ecco allora il protagonista della squillante “Calling And Not Calling My Ex” fare i conti con la distanza creata dal successo, la distanza incolmabile che lo separa da quelle labbra che un tempo avevano baciato le sue e che ora non sono altro che un sorriso sulla copertina di una rivista.

L’ultima maschera è quella di Bruce Wayne Campbell, che con lo pseudonimo di Jobriath sognò di diventare il nuovo David Bowie, prima di essere relegato per sempre nel limbo delle meteore: un altro nome di scena, un altro di quei meravigliosi fallimenti di cui è costellato l’immaginario degli Okkervil River. Contraltare ideale della figura del poeta John Berryman, con cui si chiudeva “The Stage Names”, “Bruce Wayne Campbell Interviewed On The Roof Of The Chelsea Hotel, 1979” inizia con l’intimità nascosta di una confessione, per acquistare enfasi e vigore in un epico finale rutilante di fiati, che vede il ritorno di uno dei fondatori del gruppo, Zachary Thomas, impegnato al mandolino. “Take me, I’m yours, morning star ship”, invoca Sheff parafrasando i titoli delle canzoni di Jobriath. Un’astronave lucente che conduca lontano, via dalla terra e dalla sua menzogna, fino a dimenticare la meschinità della natura umana, immersi nel chiarore misterioso delle stelle.

(01/09/2008)

  • Tracklist
1. The Stand Ins, One
2. Lost Coastlines
3. Singer Songwriter
4. Starry Stairs
5. Blue Tulip
6. The Stand Ins, Two
7. Pop Lie
8. On Tour With Zykos
9. Calling And Not Calling My Ex
10. The Stand Ins, Three
11. Bruce Wayne Campbell Interviewed On The Roof Of The Chelsea Hotel, 1979
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