SAM PHILLIPS - Don’t Do Anything

2008 (Nonesuch)
pop, songwriter

“Don’t Do Anyhing” segna il ritorno, dopo quattro anni di assenza, di Sam Phillips, geniale ma sottovalutata artista americana.

Dopo cinque album nel segno della christian-music come Leslie Phillips, la cantautrice, rinominatasi Sam, allargò la sua musica alla perversione sonora del pop-rock con il matrimonio, non solo musicale, con T-Bone Burnette.

E’ proprio l’incontro con il musicista ed eccellente produttore che dà origine a due piccoli capolavori di alternative-pop, ovvero “The Indescrible Wow” e “Cruel Intention”, primi capitoli di un contratto con la Virgin che offre ancora spunti notevoli nei successivi ”Martinis & Bikinis” (in odor di pop alla Xtc) e "Omnipop" (il lavoro meno interessante del periodo).

Ma Sam Phillips elabora una nuova progettualità sonora, il suono che plasma insieme al compagno  T-Bone Burnette è scarno, un sound acustico ma potente: ogni piccolo strumento acustico vibra con forza acquisendo una inedita musicalità, basso violini, chitarre acustiche si impadroniscono di tutta la loro gamma dinamica offrendo una resa imponente e corposa, quasi un incrocio tra il Ry Cooder di "Jazz" e i primi Violent Femmes, ma per un tale azzardo sonoro ci vuole una etichetta coraggiosa come la Nonesuch.

Ed ecco un nuovo nugolo di capolavori, “Fan Dance” mostra senza indugi il nuovo corso sonoro, le canzoni spoglie ed energiche rendono l’album il suo “Swordfishtrombones”, si perché come Tom Waits la cantautrice si rinnova completamente sperimentando senza sosta, anche grazie al genio di Van Dyke Parks; il successivo "A Boot And A Shoe" spinge ancora più avanti il suono con composizioni ancor più incisive e grintose.

Non è possibile affrontare il nuovo album, “Don’t Do Anyhing”, senza ripercorrere il passato di Sam Phillips, la rabbia e la grinta rendevano l’ultimo album molto persuasivo, ma era anche la fine del suo matrimonio con T-Bone Burnette. Ricucire le file della propria vita e della propria musica è un lavoro imponente, che ha richiesto quattro anni, ma Sam ha non solo rammendato il passato ma ha altresì maturato una coesione stilistica più autonoma, le asperità sono state assorbite nel nuovo sound che offre più sensibilità femminile che in passato, l’artista sembra avere una consapevolezza mai raggiunta. Un'amarezza che si riflette in toni sarcastici e amari per il suo ex.

Chi ha apprezzato le due ultime prove noterà subito un recupero di alcune vibrazioni pop che erano state accantonate in virtù di un suono più coeso, una scrittura policroma ricca di sorprese. Tutte le composizioni di “Don’t Do Anyhing” sono rimarchevoli. L’iniziale “No Explanations”, un brano scarno e grintoso per chitarra elettrica e percussioni quasi tribali, e la successiva “Can’t Come Down” si ricollegano alle ultime prove stilistiche pagando il giusto tributo a T-Bone Burnette.

La beffarda "Another Song", introdotta da una divertente citazione del suo passato, apre la sequenza più innovativa e personale, con inserimenti stilistici pop-beatlesiani, sviluppandosi su pochi accordi di piano. La successiva “Don’t Do Anyhing” offre la scrittura più interessante: chitarre strapazzate, arginate dietro un muro del suono che avvolge il tutto fino alla esplosione finale, mentre Sam decanta la sua vendetta ("ti amavo quando non facevi nulla"). Conclude il trittico l’allegra “Little Plastic Life”, divertente rock’n’roll normalizzato dal suono della straordinaria band, dove l’ironica consapevolezza del ruolo di donna-musicista oggetto provoca rabbia e smarrimento.

Le vibrazioni non si attenuano perché dopo una ulteriore sferzata di grinta con “My Carrer Chemistry”, oscura ed energica esplosione di rock più classico, arriva una ondata di poesia e classe, prima con la delicata e ispirata ballad pianistica “Flowers Up”, arrangiata con The Section Quartet e piena di suggestioni da "White Album", poi con “Sister Rosetta Goes Before Us”, già ascoltata nello splendido incontro sonoro tra Alison Krauss e Robert Plant: la canzone è arrangiata in maniera ineccepibile e Sam Phillips riesce ad annullare il gap con la pur eccellente versione dei duo, smorzandone il contenuto zuccherino e trasformandola in una square-song impreziosita dal violino impetuoso e trascinante di Eric Gorfain.

Raffinatezze strumentali accompagnano tutti gli arrangiamenti dell’album, il suono del banjo in “Shake It Down” regala all’ottimo blues-country una marcia in più, mentre il finale noise-acustico chiarisce tutte le qualità di Sam Phillips anche come produttrice. “Under The Night” gode del canto più stralunato e sofferto, e introduce il finale affidato alla fede (“Signal”) e alla speranza (“Watching Out Of This World”). Quest'ultima, pur senza aggiungere nulla al già esibito, lascia nella mente il refrain più accattivante dell’album.

La speranza che Sam Phillips possa avere il rilievo che merita nel panorama standardizzato delle songwriter al femminile è in verità vana, ma basta porgere l’orecchio alla sua musica per  rendersi conto di avere di fronte un’artista coraggiosa e geniale, un percorso musicale svolto attraverso otto album (quelli a nome Sam) di considerevole spessore artistico. Dal pop barocco e dissonante degli esordi al suono garage-acoustic (un’altro neologismo?) dei successivi lavori, Sam Phillips ha raccolto plausi e onori da molti colleghi, è tempo che il pubblico dia accoglienza alla sua arte.

29/09/2008

Tracklist

  1. 1. No Explanations
  2. 2. Can't Come Down
  3. 3. Another Song
  4. 4. Don't Do Anything
  5. 5. Little Plastic Life
  6. 6. My Career In Chemistry
  7. 7. Sister Rosetta Goes Before Us
  8. 8. Shake It Down
  9. 9. Under The Night
  10. 10. Signal
  11. 11. Watching Out Of This World

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