Registrato all’Helikopter Studium di Goteborg nella primavera del 2006, il secondo disco del quintetto Surrounded arriva ufficialmente dopo quattro anni dal fascinoso “Safety In Numbers” del 2003. Purtroppo, i nostri lidi raccolgono con un ulteriore anno di ritardo le spoglie carcasse di ciò che potremmo etichettare fin da subito, e senza eccessivi giri di parole, come uno scrigno ben curato di manie sparklehorsiane (e se fosse veramente Mark Linkous a cantare? Chissà, magari un Flavius Mercurius vocale degli anni Duemila…) laccato da una serie di dilatazioni post-shoegaze in coda, tanto in voga negli ultimi tre anni anche nel sottobosco indie svedese.
A favore di questi cinque ragazzoni muovono le splendide melodie (su tutte la magnifica "Human Pelagic") e una trascinante narrazione favolistica. I testi (sinuosi e ben articolati) cavalcano costantemente metafore marine, o meglio: è netta la volontà di collegare l’evolversi dei problemi quotidiani a un’ipotetica odissea tra le inquiete onde del mare, raffiguranti per l’appunto i singoli drammi/sogni personali.
La marcetta introduttiva, "21st Century Paradise Traveller", mostra il decalogo del perfetto sognatore urbano del Ventunesimo secolo, descritto con parsimonia ed eleganza. Un ritornello imploso, smorzato da una sezione ritmica tanto imperiosa quanto monotona, delinea i primi tratti di questo timido navigante.
“In Comfort’sTigh Clothes” sembra uscita da “Dreamt For Light Years In The Belly Of A Mountain”, mentre la cadenzata “Short Red Blinks” ha l’ossatura della corposa ballata romantica: fraseggio acustico dimesso che apre gradualmente le porte al resto della band, ruotando lievemente sugli stessi accordi, mentre la solita vocina indie disillusa sfuma tutti i colori dell’intero affresco acustico.
“The Oceanographer” è la canzone più cupa del lotto: un piano affranto e un violino lacrimante sospingono senza forza alcuna il canto tediato di Marten Rydell (chitarra, voce).
Si procede tra alti e bassi, prima che la già citata “Human Pelagic” prenda il sopravvento. Nei suoi nove minuti le emozioni decollano, a prescindere da tutto e tutti. Le ripartenze divine dell’organo armonizzano con grazia l’intera struttura elettroacustica. Rydell intravede negli occhi della propria amata sogni dorati, la luce guida dei suoi dolci ricordi.
In sostanza: "The Nautilus Years" è un lavoro che perde gran parte del suo fascino per la clamorosa similitudine con la più classica struttura linkousiana e, a dirla tutta, bisogna fare i conti con l’ombra del talento di Richmond in tutti i singoli episodi.
Per apprezzare pienamente un lavoro di questo tipo bisogna semplicemente chiudere gli occhi, lasciare che siano esclusivamente le melodie a esaltare le personali sensazioni a riguardo, e cercare di non farsi condizionare troppo da “devianti” (seppur inevitabili) parallelismi.
Solo così riuscirete a trovare tra la bigiotteria di questo piccolo tesoretto anche qualche monetina di grande valore.
22/04/2008