Depeche Mode

Sounds Of The Universe

2009 (Mute) | synth-pop

Con la genuinità corposa dell'energico "Playing The Angel" i Depeche Mode erano riusciti a trovare il giusto compromesso fra cura e impatto. Una cosa onestamente non semplicissima quando si è sulla scena da un quarto di secolo e pertanto meritoria di altrettanto giusti tributi. Nei quattro anni che separano quello da questo nuovo "Sounds Of The Universe", Gore e Gahan hanno mutato prospettiva e concetto.
L'idea di base del nuovo album è omaggiare il futurismo anni 70/80: synth e attrezzatura vintage, suoni "spaziali", dicotomia aria/claustrofobia, senso d'infinito. Non questo grande salto nel vuoto, in anni in cui il citazionismo e il ripescaggio sono pane quotidiano e frutto di molte esaltazioni posticce (specie in questo ambito): certo però un passaggio curioso per una band che, bene o male, era riuscita ad adeguare il suo marchio di fabbrica ai tempi moderni, curandosi di restare sempre riconoscibile e in fin dei conti somigliante solo a sé stessa e non ad altro/i.

Lanciato dal singolo "Wrong" - un breve, ottuso, pulsante e radiofonico inno nichilista - "Sounds Of The Universe" mostra già a un primo ascolto di avere un cuore che batte in tutt'altra direzione. Il rapporto fra songwriting e suono pende decisamente dalla parte del secondo elemento e, anziché la ricerca delle cadenze più pop, a essere privilegiato è il lavoro d'atmosfera. Il gusto retrò e robotico dei synth si sfoga in midtempo ariose, come "Fragile Tension", "In Sympathy" o "Come Back", in cui la melodia è mero mezzo per far distendere le strutture sonore.
La nota dolente della scelta dei Depeche Mode risiede però proprio nelle loro caratteristiche reali, effettive: artigiani del suono, privi oggi di quei guizzi di genio della loro prima maturità, divenuti fini interpreti di un'epoca proprio grazie alla loro scrittura classica, perché no "canzonettara". Togliere calore e incisività significa di fatto eliminare la sostanza dalle canzoni di Gore, scadendo così in una forma priva di vitalismo: semmai ricca di classe - salvo cadute nel mero marchio - ma in fin dei conti vacua.

Sicché risulta inutile affastellare organo, beat, chitarre e tastiere nel lungo canto d'iniziazione "In Chains", cadavere di uno già scritto dozzine di volte, o navigare nel passato di astronauti come nel tanto caruccio quanto banale strumentale "Spacewalker". Quest'ibrido di Depeche non convince proprio per nulla, e a risultare migliori sono i brani più distanti: "Hole To Feed", seppur anch'essa suoni parecchio... già suonata, col suo passo più spigoloso e non compromissorio; o meglio ancora la ballata "Jezebel", un tetro romanticismo anni 60 meravigliosamente intonato da Gore.
Qualche palese b-side ("Little Soul"), un singolo non riuscito (l'eccesso di pathos "Peace") e poco altro concludono un album vittima di un'ambizione malriposta, con poche cose da salvare e fra i peggiori della discografia della band albionica.

(13/04/2009)

  • Tracklist
  1. In Chains
  2. Hole to Feed
  3. Wrong
  4. Fragile Tension
  5. Little Soul
  6. In Sympathy
  7. Peace
  8. Come Back
  9. Spacewalker
  10. Perfect
  11. Miles Away/The Truth Is
  12. Jezebel
  13. Corrupt
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