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EKKEHARD EHLERS / PAUL WIRKUS

Ballads
(Staubgold) 2009
elettroacustica, ambient
"Potrebbe trattarsi di un disco jazz: ogni volta che Paul e io ci incontriamo, abbiamo lunghi ascolti jazz. Mia moglie ci ha suggerito il nome Ballads”. Così Ekkehard Ehlers, sperimentatore elettroacustico, a proposito del nuovo album in uscita per Staubgold, frutto di quattro giorni di sessioni tra il leader dei März (anche notissimo come solista) e Paul Wirkus, ex-post-rocker e percussionista della scena impro europea, nonché collaboratore di artisti come Barbara Morgenstern e Kammerflimmer Kollektief.

“Molte parti sono state ottenute improvvisando dalle tastiere dei nostri laptop con insolte figure di Reaktor (un software audio all’avanguardia modulare, ndr), o a volte su una base di contrabbasso e clarinetto (..)”. Comunque la si veda su ideali attinenze, questo piccolo album pubblicato in formato .mp3 e loseless (.flac) offre un viaggio scabro e affascinante i cui elementi, nelle maglie dello spettro sintetico, si presentano in uno stato particolare di sospensione.
Ombroso e solenne, pensoso e talora astratto ma capace di slanci, relazioni e aperture spiazzanti: “Ballads” trae ogni virtù da un budget esiguo (seguìto a sventure "meteorologiche" che hanno precluso ai due artisti un progetto di maggior portata).

Ehlers e Wirkus, di ritorno da un viaggio in zone rurali tra Germania e Polonia in cerca di suoni su un’unità mobile, si chiudono in uno studio di registrazione per ordire percorsi e dimensioni senza tempo che popolano la memoria ed esplorano nuove, suggestive sembianze di vissuto. Al cui ascolto suonano ideali, possibili repliche del recente fennesziano Black Sea”. Ma più che le immagini marine suggerite dal lavoro del viennese, questi ambienti indefinibili alludono a dimensioni interiori disagiate; assumono, con insolita aderenza, le dure pieghe della terra, dialogano col tormento, con l’isolamento e con il travaglio artistico. In questo risultano assai prossimi all’inquietudine, tra vita e arte, che accompagnò la carriera di molti jazzisti del Novecento.

Il suono tipicamente cupo e ricco del contrabbasso, misto ad apparati digitali, porge sostegno vivido e sintomatico, rimandando efficacemente a un sostrato jazz-camerista. La libertà di coazione in cui spesso si esalta il lavoro di Ehlers tesaurizza uno stato incerto o ignoto dall’abisso dell’anima, attraverso incursioni in temi musicali calati in monocromo; plasmando forme per poi bruciarle, evaporando come fumo in un jazz-club; e via sempre verso altre sembianze, toni, colori.

(24/03/2009)