Che dischi come “A Little May Time Be” vengano pubblicati è un mistero, anche in un’epoca, come questa, in cui a nessuno si nega un po’ di notorietà. Ma che, poi, ricevano anche attestati di stima, con qualcuno che grida al capolavoro, è, probabilmente, ancora più inquietante.
Nata a Lione, in Francia, Anne Laplantine vive da qualche anno a Berlino, dove sperimenta un mix di elettronica povera, strumenti acustici e blande tensioni classicheggianti. Per di più, se è pure messa in testa di dare al silenzio un posto speciale nella sua ricerca, infarcendo questo suo ultimo lavoro di tantissime tracce di puro nulla o, al massimo, attraversate da qualche rumorino sparso, che, evidentemente, dal suo punto di vista, fa molto avanguardia etc., etc., etc.
Mi chiedo, comunque, chi butterebbe mai dei soldi per una cavolata del genere… Cinquattotto tracce per quaranta minuti scarsi di musica, tra timidissime accensioni acustiche (“April”, “Walking”), carillon sbilenchi o trillanti (“Oui”, “Willing”), fluide movenze come voli immaginari (“Outside”), romanticismo sfuggente (“Au Feu les Pompiers”), schizofrenie bambine (“Me Wrong”), synth-dream pop imbarazzati e imbarazzanti (“Rev”, “Where it Goes”, “On the Street”) e voci filtrate (“With Voice”).
Una sensibilità indifesa, quella dell’artista franco-tedesca. Talmente indifesa che le sue composizioni si disfano come neve al sole, non appena l’orecchio cerca di investigare, di rintracciare un senso, di individuare una possibile caratura artistica. Niente da fare, davvero.
Bisogna prendere i lumicini carezzevoli di “Moved”, le trame sghembe di “Street Street”, gli echi orientali di “Un tigre” e la computer music di “What” per quelli che sono: tasselli di un divertissement molto, molto privato. Che qualcuno, poi, faccia la voce grossa o se ne vada in brodo di giuggiole, be’, è un’altra storia.
04/11/2009