Zoot Woman

Things Are What They Used To Be

2009 (Snowhite/ Universal) | pop

Sono passati sei anni dal secondo e omonimo album degli Zoot Woman e otto dal loro debutto, anni durante i quali in molti sembrano essersi dimenticati che è anche grazie a questa band se l'espressione "New Romantic" ha perso quell'accezione negativa cucitale addosso dopo il ciclone grunge e se l'electro-pop dell'attuale decennio, pur non rinnegando (e anzi inglobando) l'evoluzione subita dalla dance, è tornato a luccicare coi lustrini degli anni Ottanta e a flirtare con i synth più geometrici.

Mentre si facevano rubare la scena e i titoli dai vari Junior Boys e Tiga, gli Zoot Woman non sono comunque rimasti con le mani in mano: Stuart "Lu Cont" Price è diventato uno dei più richiesti remixer/produttori da chiunque volesse piazzare un pezzo in top ten, mentre i fratelli Johnny e Adam Blake (quest'ultimo metà, assieme a Price, dei Paper Faces spesso e volentieri in casa Kitsunè) hanno portato il gruppo in giro per i festival europei, testando le nuove canzoni, come a voler dimostrare che il progetto non è solo il giocattolo passatempo di tre produttori ma una vera band che vuole trovare nei live all'aperto, e non nei club, l'habitat ideale.

Al momento del loro ritorno discografico tengono subito ad avvisarci che le cose sono esattamente come le avevano lasciate, nessuna major a spingere il nuovo album (come forse ci si sarebbe aspettato) e ancora nessun estratto/videoclip ufficiale di lancio, sebbene siano presenti in scaletta gli unici singoli silenziosamente pubblicati negli ultimi due anni, la filastrocca "We Won't Break" e la galvanizzante "Live In My Head", posta a chiudere l'album in crescendo. Proprio questi due brani lasciavano intuire, a ragione, che anche la musica non avrebbe subito grosse rivoluzioni, che avremmo ritrovato il loro orecchiabilissimo connubio tra soft-rock e synth-pop, anche se indirizzato stavolta verso un sound più corposo e stratificato, a tratti più cupo, dove alla semplicità della sezione ritmica fa da contraltare l'uso certosino dell'elettronica. Arrangiamenti dinamici, suoni in continua trasformazione, che nascono improvvisamente ma mai forzatamente per sottolineare un bridge, per illuminare un pausa o accentuare la malinconia della voce di Johnny Blake, sempre elegantemente ovattata, quasi timida ma che riesce ad ammaliare sia in lenti suggestivi come "Blue Sea" che nelle distorsioni sexy di "Lust Forever" (parente meno sguaiata della "Supermassive Black Hole" dei Muse).

Si perdono forse un po' quando indugiano per troppo tempo sulla ipnotica cavalcata trance di "Saturation" (molto più asciutta quella della title track, dalle tinte electro-clash) o quando offrono un loro cibernetico ma prevedibile omaggio a "Personal Jesus" ("Witness"). Quando però puntano tutto sulla melodia più cristallina, allora sono irresistibili come ai tempi di "Living In A Magazine": "Lonely By Your Side", "Just a Friend Of Mine" e la scintillante "More Than Ever" sono piccole gemme electro-pop che meriterebbero una risonanza che a quanto pare neppure i loro autori sono intenzionati, pur potendo, a donar loro.
Resteranno, anche stavolta, un edonistico rifugio per pochi appassionati.

(19/10/2009)

  • Tracklist
  1. Just A Friend Of Mine
  2. Lonely By Your Side
  3. More Than Ever
  4. Saturation
  5. Take You Higher
  6. Witness
  7. Lust Forever
  8. Memory
  9. We Won't Break
  10. Things Are What They Used To Be
  11. Blue Sea
  12. Live In My Head
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