Legati a doppio filo alla gloriosa tradizione della psichedelica più oltranzista della scuola giapponese (Les Rallizes Denudes, High Rise, Mainliner, solo per citare alcuni dei nomi più “famosi”), gli Aural Fit non fanno sconti anche in questo loro terzo lavoro. Gli assalti frontali di Bohachi Mondo (voce, chitarra), Tanabe Endo Kenichi (basso) e Nanbu Teruhisa (batteria) sono sempre infuocati e rumorosissimi, pura carneficina sonico-lisergica, non sempre capace di andare a segno ma pur sempre tonificante, soprattutto se volete prendervi un attimo una vacanza dalla vita.
E, allora, “Overexposure” è subito pronta per darvi il benvenuto, scatafascio di corde-pelli & lamenti Haino-style tra lo stonato e l’impercettibile. Ancora più catastrofico, l’impatto delle due “Revelation”, che accelerano in un delirio totalizzante in cui si scorgono le convergenze con la ferocia iconoclasta del free-jazz (ma dovete pensare a gente tipo Arthur Doyle e Dave Burrell, anche se, per certi versi, non appare lontana l’esperienza devastante dei Gravitar…). La prima parte di “Embedded Command”, invece, stratifica un'improvvisazione caracollante sopra un sibilo dronico.
È musica che parla prima al corpo e, poi, alla mente e al cuore. Attraverso “Livestock” e “II”, i due lavori precedenti, il trio di Tokyo ha messo a punto uno stile non particolarmente personale ma è, in ogni caso, una formazione da tenere d’occhio, perché, se ancora la fase distruttiva è ancora predominante, qua e là ci sono segnali di un lento ma progressivo raffinamento.
17/10/2010