Bjork

Biophilia

2011 (One Little Indian) | songwriter, electro

L'islandese volante Bjork, dopo l'attesa creata con uscite minori per tenere caldi i fan come il live "Voltaic", diretto surrogato del precedente "Volta", e dopo singoli isolati come "Comet Song" e "Nattura" (con Thom Yorke), si ripropone finalmente con l'album-progetto "Biophilia". "Biophilia" è anzitutto sensazione come mai prima nella discografia della cantante, ovvero un disco preceduto da una lunga di serie di rumour, anticipazioni e strilli. La prima di queste riguarda senz'altro la sua presentazione in tutto e per tutto avanguardista, in primis tramite lo sfruttamento delle nuovissime tecnologie digitali: Bjork ora concepisce i propri lavori - oltre che come Cd fisico - come "App" da scaricare su tablet o smartphone, algoritmi "intelligenti" che non si limitano a proporre la traccia musicale ma che creano microcosmi intorno ad essa e alle sue caratteristiche musicali. Anche l'armamentario di cui si è dotata è proiettato nell'era multimediale, grazie a strumenti bizzarri musicali preparati o proprio autocostruiti e a live preparatori di grande effetto audiovisivo.

La prima dimensione da sondare rimane, in ogni caso, la parte strettamente musicale. In "Biophilia" la Bjork del passato remoto si autocita nell'onomatopeico singolo "Crystalline" e nella sua coda di sincopi tonitruanti (peraltro l'unico momento con un po' di vita, più "bio", dell'opera). La Bjork del passato prossimo invece si ode in "Cosmogony", l'unico momento con la sezione ottoni già presente in "Volta" (ma qui ridotta a tenue sottofondo), un inno-ninnananna che potrebbe essere scambiato per un estratto del "West Side Story" di Bernstein o un qualsiasi altro musical di Broadway (a parte il momento di panico cosmico finale con le voci in vaga dissonanza). Qui finisce anche la parte più musicale del disco.

La nuova Bjork comincia "Moon" con un loop di arpa tenera e finisce in fasce vocali sovrapposte. "Sacrifice" intriga nella sua mitraglia techno che investe, in modo fastidiosamente gratuito, un riff da nenia orientale riverberato in modo elettronico. Bjork vorrebbe scimmiottare Morton Subotnick nella costruzione ad hoc degli strumenti, e Joan LaBarbara nell'uso contrappuntistico e perifrastico delle sillabe vocali. Il suo utilizzo del termine "avanguardia" può produrre risultati quantomeno goffi.

La sua classica ossessione per i tempi dispari qui diventa tempo morto ("Virus", spunto da hit melodica annacquato in trilli e cori da sirene girl-group). Quando si fa guidare dall'organo, ora solenne cattedrale ora umile organetto di strada, mostra la debolezza da mancanza di ospiti e grandi produttori, rimanendo in tono minore: "Thunderbolt" accenna a un lento, convenzionale battito electro-dub, mentre "Dark Matter" rimane semplice atmosfera ambientale (leggermente atonale, complice lo zampino del fido Mark Bell), e "Mutual Core" lo alterna nevroticamente a uno sparatutto goa-trance.
"Hollow" integra meglio sia le lamentazioni di voce e coro, sia la pulsazione astratta dell'organo a canne, sia il beat digitale, dando un minimo di senso a tutta la sofisticazione che permea il disco.

Il vero gioiello del progetto sta però nella seconda modalità di distribuzione del disco. L'opera, si diceva, viene concepita anche come App per iPad e iPhone, scaricabile gratuitamente da App Store, e le tracce dell'album come sotto-applicazioni a pagamento, creando così - di fatto - un App Store nell'App Store. L'App di base è strutturata come una galassia tridimensionale. L'utente può ruotarla e ingrandirla con il tocco delle dita, e persino vederla secondo diverse angolazioni a seconda di come l'utente tiene in mano il tablet (è pertanto necessario fruirne tramite iPad di seconda generazione, quello dotato di fotocamera). I "corpi celesti" della galassia sono le canzoni; l'utente può arrivarci con un tap del dito (il sostituto ufficiale del click del mouse per i dispositivi multitouch) oppure per ingrandimenti successivi.
Qui interviene il sonoro, la cui funzione è principalmente gerarchica, oltre che di accompagnamento. Il livello base (la galassia nella sua interezza) è costituito da un drone della voce della cantante moltiplicata indefinitamente; man manco che l'utente ingrandisce (con la cosiddetta mossa pinch), può udire alzarsi il volume della regione di galassia dedicata a una particolare canzone, fino a udirla nella sua interezza (nell'"orbita" di quel corpo celeste i successivi ingrandimenti servono a far alzare il volume). Il tap finale fa accedere alla scheda della canzone, dove è possibile leggerne le caratteristiche, ed eventualmente acquistarla. Ogni canzone-App acquistata mette a disposizione, oltre alla canzone originale, un music sequencer, giochi interattivi con cui inventare nuove configurazioni a partire dalle caratteristiche della canzone, il karaoke, animazioni interattive ispirate al testo, giochi, e così via. Ma ogni canzone ha feature personalizzate in base al testo, all'arrangiamento e al feeling. E' un gioiello interattivo, uno dei più innovativi degli ultimi tempi.

Presentato strenuamente come installazione concettuale dalle massicce dosi di fascinazione, forte dell'App che ne pilota il motore "cosmico", e registrato con lo stesso iPad, potrebbe essere il paradosso del decennio: il contorno punta dritto al futuro, l'immaginario al cosmo e al mistero della vita; invece la scrittura musicale rubacchia al passato, le canzoni mettono radici nella descrizione della vita quotidiana, l'umore si crogiola in una semplice nostalgia dei tempi andati. E non è il suo "Tree of Life", perché manca la comunicazione tra dimensioni inconciliabili, il dialogo forzoso non sfocia in una visione d'insieme, prevale un'ingenuità che è un nuovo, l'ennesimo, atto di solitario egocentrismo, di "bjorkphilia". Forse è l'inverso della coralità e della convivialità di "Volta", ma in mezzo a talenti monstre come Julianna Barwick e Joanna Newsom, la quarantacinquenne Guðmundsdóttir fa la figura della dilettante, per quanto accorata, appassionata e sinceramente entusiasta. Manca, o non si regge più in piedi, la dimensione aliena sua tipica. La confezione non si discute, il livello è talmente alto da stimolare il più pudico dei feticisti, vedi la fatidica, limitatissima "Ultimate Edition": confezione extra-lusso e pure dieci diapason intonati secondo ciascuna delle dieci tracce - ognuna con un sottotitolo bio-armonico -, per un costo da colpo apoplettico, al punto che l'intero progetto è stato patrocinato dalla Apple di Steve Jobs buonanima (e le malelingue potrebbero vederlo tranquillamente come una mega-spottone per la casa di Cupertino). Se questo è un nuovo modo di concepire, comporre e distribuire musica, di certo non s'intona al momento nero di recessione mondiale, con o senza diapason sofisticati. Non è un album, è il prototipo (capolavoro) di un (mediocre) album ancora da venire.

(10/10/2011)

  • Tracklist
  1. Moon
  2. Thunderbolt
  3. Crystalline
  4. Cosmogony
  5. Dark Matter
  6. Hollow
  7. Virus
  8. Sacrifice
  9. Mutual Core
  10. Solstice
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