OndaRock



  1. The Grey Ship 
  2. California 
  3. Anteroom 
  4. Milkman 
  5. Coda 
  6. Marked 
  7. Breakfast 
  8. Butterfly Knife
  9. Red Star



EMA

Past Life Martyred Saints
(Souterrain Transmissions) 2011
avant-dark-folk

La loro esistenza è passata quasi inosservata e del loro scioglimento devono aver pianto in pochi. Eppure i Gowns, duo composto da Ezra Buchla ed Erika Anderson, con il loro “Red State” seppero coniare, nel loro piccolo, un desolato linguaggio no-wave intriso di angoscia e desolazione, un avant-folk dal pathos ipnotico e a tratti orrorifico, la cui incompiutezza era la dote migliore, e la cui rilevanza negli anni a venire è indubbia (o almeno così ci piace credere). Fatale e inesorabile la loro musica, e così la loro fine.

Una metà dei Gowns, Erika M. Anderson (EMA), ha deciso di “consolare” i fan della band, pubblicando il suo esordio solista: “Past Life Martyred Saints”. E in effetti il termine consolazione appare appropriato, dal momento che è proprio da lì (e in particolare dall’Ep “Broken Bones”) che il disco muove le fila.
Le atmosfere del disco racchiudono una claustrofobia forse più distesa e una disperazione meno introversa, allontanandosi da alcune soluzioni presenti nei Gowns (ad esempio l’uso della viola o il ricorso a violenti glitch) e avvicinandosi maggiormente ai canoni di un folk esistenziale e melodrammatico, seguendo un filone, non proprio lineare, che va da Nico a Pj Harvey, passando per Cat Power.

Fortunatamente non si sono invece affievolite quelle anestetiche e gelide cadenze slow, quella catarsi straniante, colma di spleen ansiogeno, in bilico tra frustrazione e desiderio. L’esempio migliore e più suggestivo è senz’altro costituito dal rabbioso e avvolgente incedere di “California”, meraviglioso esempio di songwriting dimesso e tormentato, tra ansie quasi sospese nel nulla e pulsazioni sempre più opprimenti.
“Grey Ship”, altro pezzo forte del disco, è invece caratterizzata da un’epicità graduale, una progressiva e febbricitante ascesa emozionale che esplode in un finale tormentato e furioso, quasi heavy. Le prime due tracce dell’album mantengono intatta quella tensione emotiva lacerante, struggente, che animava “Red State” e, non a caso, risultano gli episodi meglio riusciti. I momenti successivi, da quelli più pacati e folk (seppur decostruiti e sussurrati), come “Marked”, a quelli caratterizzati da una maggiore aggressività (vedi la riottosa “Milkman” o il calderone malato e confusionario di “Butterly Knife”), appaiono meno compiuti e penetranti dal punto di vista delle suggestioni emotive e atmosferiche che riescono a suggerire, impedendo all’album di spiccare il volo in maniera totale, qualitativamente parlando.

EMA però, è allo stesso tempo in grado di emozionare e commuovere, come quando canta sommessamente nella lancinante e dolcissima ballata di “Breakfast”, e di ammaliare nell’incantevole finale di “Red Star”, in cui l'alternanza di toni si fa più serrata, passando dalle tonalità di una ballata delicata a uno stile più corposo e rockeggiante, implorante nella sua fragilità.
"If you won't love me, someone else will". Non la ameremo come abbiamo fatto con i Gowns, ma le possiamo comunque volere bene.

(30/05/2011)