Benché solo adesso pervenga a un debutto ufficiale a proprio
nome, Heidi Spencer non è esattamente una novellina dello sterminato firmamento
country-folk statunitense; originaria di Milwaukee, si è parimenti impegnata
nel campo delle arti visive – studiando da regista e realizzando anche alcuni
corti – e in quello musicale, nel quale vanta, tra l’altro, la partecipazione
al piccolo culto di “City Of Festivals”, firmato dai Decibully.
La sua intensa vita on the road di regista nomade e
turnista live per vari altri artisti ne ha inevitabilmente ritardato il
momento del suo affacciarsi sulla scena discografica internazionale. Ci ha
dunque pensato Simon Raymonde,
che, reduce con la sua Bella Union da un 2010 da incorniciare, inaugura la
nuova annata tenendo fede alla fama di scopritore di talenti in giro per il
mondo e in ambiti musicali spesso tra loro diversi.
Così è anche nel caso di Heidi Spencer, interprete dalla
tonalità vocale calda e aspra che, come tante altre odierne esponenti del
cantautorato al femminile, guarda alla tradizione musicale americana ma che, a
differenza della maggior parte delle sue “colleghe”, non si abbandona a
narrazioni intimiste o a dolcezze sognanti, né tanto meno elegge il solo folk
acustico a proprio esclusivo ambito di interesse.
Pur provenendo dalla fredda zona dei laghi, l’animo
dell’artista del Wisconsin è rivolto verso gli Stati del sud, dei quali nel suo
peregrinare da autentica bohemien ha catturato immagini e vibrazioni
sonore adesso restituite lungo le dieci tracce di “Under Streetlight Glow”,
album che la vede supportata dai cinque componenti dei Rare Birds, band
incaricata del compito di “riempire” le scarne canzoni della Spencer. Nel suo songwriting,
infatti, i “vuoti” assumono importanza pari rispetto ai “pieni”, come
dimostrano fin da subito i continui stop and go e gli interludi di silenzio
che puntellano insieme a un semplice schioccar di dita il tenebroso soul
dell’iniziale “Alibi”. L’apporto della band risulta peraltro estremamente
discreto, ritraendosi quasi completamente nei brani più essenziali (tra i quali
meritano una menzione l’ottima title track e “Carry Me Softly”) e invece
arricchendo di colorate sfumature tra country e blues elettrico ballate dai
caldi sentori sudisti.
Le soluzioni offerte dalla band risultano peraltro tanto
varie quanto misurate, spaziando dalla romantica nostalgia di pianoforte e
archi di “Tried And True” al cammeo di fisarmonica che chiude la bluesy
“Go To France”, fino al polveroso country di “Hibernation”, che fa quasi
correre la mente alla versione più compunta del Jason Molina successivo alla
svolta da cowboy (per intenderci, quello di “Soujourner” e dell’ultimo
“Josephine”).
Ma nelle canzoni di Heidi Spencer c’è ben poca retorica
passatista e praticamente nessuno dei facili cliché alt-country, e
questo grazie a una scrittura misurata – anche se spesso un po’ troppo timida –
e alle sue interpretazioni al tempo stesso vellutate e asprigne, che per
risplendere mancano forse soltanto di una maggiore decisione e di un substrato
dal più ampio respiro armonico. Adesso che la strada verso la produzione discografica
è stata aperta, mezzi, tempo e possibilità per affinare scrittura e convinzione
di sé certamente non le mancano.
15/01/2011