Zun Zun Egui

Katang

2011 (Bella Union) | world rock

Zunzuneguiamo, ti va? Un nuovo gioco di società, un divertissement post-caffè pomeridiano, un dolce riempitivo utile a stoppare la noia dei pomeriggi domenicali, una proposta erotica. E magari ci si veste da pirati, o da conquistatori delle Americhe; benda sull'occhio, sciabole sempre a portata di mano, un bel veliero vissuto a prua, con il vento che batte sul viso e fa volare la fantasia. Il segreto dietro il pop-rock speziato di esotismi, richiamare alla mente i principi dell'avventura, tra liane, misteriosi sicari nascosti dietro una quercia, cascate torrenziali, serpenti velenosi, tranelli in ogni dove, l'infanzia e la sua virginea ingenuità dietro le solite analisi etnico-antropologiche.

Gli Zun Zun Egui fanno sul serio, ma non lo danno a vedere, si rimirano allo specchio solo per stupirsi della grandezza del cinturone e degli stivali. E poi ci danno dentro, con lucida spensieratezza e con matematica precisione. Da Bristol, ma con poca voglia di sembrare inglesi a tutti i costi. C'è un mondo lì fuori, esploriamolo. Mischiamoci. E non poteva essere altrimenti. Quasi una missione fisiologica, come testimonia il cantato multilinguistico dell'anche seicordista Kushal Gaya e della tastierista Yoshino Shigihara (oltre l'inglese, al limite della comprensione, francese, mauriziano creolo e giapponese, come denunciato dalle salvifiche note a pie' di pagina), di fatto un perfetto congegno ritmico che non fa che accentuare l'aria tribale che pervade quasi tutto "Katang", il debutto del quartetto.
Pensate a un progressive rock aggressivo, caotico ma nitido nella sua resa finale (con tanti ringraziamenti al producer bassista Luke Mosse), con classici spintoni funky, passaggi blues, richiami alle antiche Indie, frequenti passi di danza, probabilmente di moda nella foresta nera africana. Il risultato è ricco di entusiasmo e spesso esilarante. E possiede un senso della misura sconosciuto alla manciata di canzoni che avevano presentato i quattro al mondo non più tardi di un annetto fa. Dieci brani tra loro collegati da ponticelli rumoristici, quasi di concezione free, chitarre e tastiere che si condensano in urla animali, una batteria inarrestabile e sensibile che solitamente rifugge il 4/4, furenti dissonanze psichedelico-hendrixiane, momenti di stasi trance, sorprese e imboscate che si susseguono in un salotto addobbato a party.

Con gli Zun Zun Egui è possibile fantasticare, come pure rimanere con i piedi a terra, in frenetico movimento. Provando a non soccombere alla frenesia della title track, dominata da un sinistro sibilo, forse la sirena di un'autoambulanza zulù (previdenti e generosi), al ritmo terremotante di "Mr. Brown", un tipo che sicuramente si dimena in qualche sordida medina per conservare il proprio banchetto ricco di prelibatezze mediorientali, alla folle freschezza del single apripista "Fandango Fresh", resa travolgente dal tempismo frammentato di Matthew Jones, strepitoso batterista, al passo finto esitante di "Dance Of The Crickets", che si schiude in una sorta di raga. Come non sciogliersi di fronte alla ricchezza e all'impatto di "Twist My Head", con il suo iniziale monologo blues arpeggiato e sofferto che esplode in un marasma di colori epici e in un mare di chitarre cristalline. Come non sorprendersi di fronte a "Sirocco", una delle migliori imitazioni di una celebre ugola folk rock dei nostri tempi, figlia d'arte e prematuramente scomparsa? O alla rievocazione dei primi passi della premiata ditta Omar&Cedric in "Heart In A Jar"? E allora, cazzate quella benedetta randa, ragazzi! È tempo di celebrare le gesta degli scopritori, dei mitici esploratori, è tempo di sentirsi Cristoforo Colombo!

(01/10/2011)



  • Tracklist
  1. Katang
  2. Transport
  3. Mr. Brown
  4. Cowboy
  5. Shogun
  6. Fandango Fresh
  7. Dance Of The Crickets
  8. Twist My Head
  9. Sirocco
  10. Heart In A Jar
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