Dresda

Diluvio

2012 (Marsiglia) | prog post-rock

Per l'Italiano medio, Genova rappresenta il porto per eccellenza della penisola, il luogo degli sbarchi, delle partenze, degli addii, delle fughe, degli ingressi di merci, dei cantieri navali: insomma forse la più grande ed importante porta sul mondo via mare del paese. Ma Genova è storicamente anche una delle culle artistiche più prolifiche d'Italia, soprattutto nell'universo musicale, dove all'impareggiabile tradizione cantautorale si affianca una scena rock underground fertile e tanto popolata quanto ignorata dai più. Da un background di questo tipo fuoriescono pure i Dresda, quartetto nato nel 2005 ed affacciatosi per la prima volta sulla scena discografica tre anni più tardi.

“Diluvio” arriva in realtà con qualcosa come ventiquattro mesi di ritardo a noi, speditoci con l'umiltà di chi ha ancora tanta strada da fare da parte di una band che le carte in regola per cavalcare i migliori palchi internazionali le avrebbe tutte. Ci arriva in una confezione handmade per cui l'aggettivo splendida è poca cosa, di quelle che rende difficile pensare che l'abito non faccia il monaco, o riuscire a separare il primo dal secondo nel giudizio. In questo senso va a noi di fortuna perché la distinzione non si rende minimamente necessaria: l'elegante veste con cui l'album si presenta non è infatti altro che una fedele rappresentazione del suo altrettanto peculiare contenuto.

Quel che i Dresda fanno è prendere un pentolone pieno di pece nera al gusto sludge, rovesciarvi dentro odissee di chitarra dilatate e selvagge che si inerpicano su sentieri post-rock e interpretare il tutto con un piglio vivace, imprevedibile e policromatico che in giro pochi avrebbero dubbi nel definire prog. Difficile trovare un termine migliore, difficile trovare anche solo una definizione da piazzare nel riquadrino “genere” di questa recensione: più facile ed attendibile lasciarsi guidare dalle ondate burrascose di “Fili spezzati”, di sicuro il pezzo più concentrato e diretto del lotto nonché forse il più adatto a sintetizzare l'estetica del quartetto.

L'opener di “Piccoli ricordi” articola le chitarre sui sentieri dei Mogwai più spinosi, mentre sullo sfondo scorrono immagini che variano da un math jazzato alle pure trame soft'n'loud con una naturalezza tale da non rendersene quasi conto. Il diluvio annunciato si fa spettrale e turbolento nell'epos di “Le strade dell'alba”, polaroid su nuvole grigie e una pioggia battente e uniforme, che nella calma apparente a suon di cambi di tempo di “Che tu sia per me il coltello” si fa meno copiosa ma decisamente più tagliente. Nella chiusura della title track per assurdo è il sereno a riaffiorare a sprazzi, con i raggi di sole a filtrare per una quiete temporanea prima che il tempo cambi ancora. Varietà come dogma, nel clima tipicamente ligure quanto nella meravigliosa musica dei Dresda.

(15/02/2014)

  • Tracklist
  1. Piccoli ricordi
  2. Le strade dell'alba
  3. Che tu sia per me il coltello
  4. Fili spezzati
  5. Diluvio
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